Apr 24, 2024 Last Updated 9:23 AM, Dec 12, 2023

Portare il segno

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scrivere 1Lo stai facendo adesso. Leggere è una di quelle cose della vita che quando le si fanno le si danno per scontate. Come andare in bicicletta: quando sei sul sellino ti fai prendere dal paesaggio, o ti concentri sulla salita; non pensi certo a quel bilanciamento rigorosamente dinamico, a quella stabilità custodita proprio dal moto, che ne sono l’essenza. Non sai, o non sai più dire quanto estraneo e insolito doveva sembrarti, fino a un attimo prima, pensarti sostenuto da due ruote in movimento su un battistrada dallo spessore pressoché inesistente. E leggere, prima di saper leggere, non appariva forse altrettanto improbabile, innaturale? E anche agli inizi, poi, il momento fatidico in cui togli le rotelle alla bici o smetti di portare il segno seguendo il rigo col malcerto incedere dell’indice sulla pagina del libro, quali orizzonti disvelava? I segni diventavano suoni, i suoni articolazioni, parole, le parole significato. Pezzetti piccoli di significato si componevano pian piano in periodi, in lunghi costrutti, sempre più ampi, e complessi, e articolati, magari profondi, magari astratti. Oggi sappiamo che anche tra leggere e comprendere c’è differenza, che perfino rispetto al singolo vocabolo che s’incontri corre molto anche tra il conoscere il senso generale del termine e il saperne padroneggiare, ad esempio, l’utilizzo metaforico. Oggi sperimentiamo che il discrimine non è più semplicemente tra il sapere e il non saper leggere, bensì magari tra saper leggere e saper gestire, argomentando, i contenuti di quel che si legge.  E le differenze che ci sono, se ci sono, tra la lettura e la cosiddetta lettura profonda? Continuo nell’azzardare un’analogia che non so se sia già stata provata da altri: andare su strada o tentare di farsi esperti di un terreno impervio, assai vario, farne conoscenza, fronteggiarlo, sentirlo nelle gambe, prevederlo, come andando su una bici da cross? E leggere libri di carta, aiutandosi così nella riflessione e nell’approfondimento, anche di se stessi, o leggere nel mondo dei media, dove le informazioni e gli stessi spunti per l’apprendimento si dipanano in infiniti percorsi, ma sempre primariamente in superficie? E riflettere sul fatto che piantati così come siamo su due piedi, non eravamo certo progettati per spostarci su ruote, così come il nostro cervello era stato pensato (lo so, mi piace il gioco) per governare attività come guardare o annusare, per parlare, al limite, e ascoltare, ma certo non per leggere, men che meno per scrivere? Cosa avrà comportato questa nuova attività, cosa comporta ogni volta il leggere, finanche a livello neuronale? E astraendosi dalla condizione personale, dalla esperienza del singolo individuo, sollevando il punto d’osservazione allargando l’orizzonte osservato sino a comprendere una visuale sociale, in che cambia questa pluralità di bipedi, se diventa una collettività di cicloamatori, innervata addirittura da tanti ciclisti? E una moltitudine di persone che leggono, tra le quali magari tante in grado di utilizzare appieno i nuovi mezzi e/o di non perdere la capacità di comprensione profonda? Belle domande, no? scrivere 2Soccorre, alla bisogna, Biblioteche oggi, una rivista di studi e ricerche, specializzata insomma, se ciò non scoraggia, che nel numero di dicembre 2015 affronta monograficamente proprio il tema delle forme della lettura. La rivista è di facile reperimento, in ogni caso è dotazione di qualunque biblioteca pubblica (si legge il messaggio?). Sfogliandola, dopo non aver mancato di leggere l’editoriale e per non farmi dire che esagero, consiglierei di leggere almeno tre interventi: Dalla lettura alla literacy. Come si diventa lettori nel nostro tempo, di Tiziana Mascia; L’importanza della lettura profonda. Che cosa servirà alla prossima generazione per leggere in modo riflessivo, sia su carta che on line?, di Maryanne Wolf e Mirit Barzillai; Leggere i passaggi: appunti per una teoria della lettura, di Elena Ranfa. Di Wolf, per mio piacere personale, ovvio, e però anche per continuare la passeggiata lungo uno dei tanti rami del lago di Como che è questo dialogare con l’ipotetico lettore, mi riprometto di leggere, a stretto giro, quel Proust e il calamaro citato anche dal Direttore responsabile  Giovanni Solimine in apertura e che promette sapide soddisfazioni per chi fosse incuriosito – io lo sono – al tema della relazione tra il leggere e il cervello stante che, pare, come dicevamo, il cervello umano non fosse naturalmente programmato per leggere. Pure su questo, qualche mio vecchio compagno delle elementari, se non io stesso in certe mattinate ferrigne e storte, avrebbe aprioristicamente dato ragione all’autrice, nell’ora deputata, squadernato sbuffando il libro illustrato sul banco, assumendo con nobile sdegno i rimbrotti della maestra, e tuttavia parando riottosa l’estrema falange del dito già sul titolo della lettura quotidiana.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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