Feb 24, 2024 Last Updated 9:23 AM, Dec 12, 2023

Il grande Jazz di Max Ionata trio

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ascoltare2Fuori, il freddo punge e però non manca di sorprendere, in questa stagione che pure sarebbe la sua. Dentro, nel piccolo cinema teatro di una volta, tornato accogliente, non può dirsi che sia esaurito ogni ordine di posti, no. Però girando lo sguardo in sala nel consumato gesto, chi come me viva l’età di mezzo dell’età di mezzo, s’accorge subito che il pubblico, numeroso, è composto di persone di varia età: mischiati ai giovani, e ai molto giovani, ci sono maturi amanti del jazz, fors’anche qualche nostalgico agée. E così, sfumato il tappeto di sottofondo in sala che negli ultimi due brani aveva sapientemente virato al blues per preparare il palato, le note di “I hope I wish”, che aprono la serata, le avverti come la naturale conseguenza del silenzio che intanto s’è fatto tra i presenti. Sabato 13 dicembre, Teatro Piccolo Principe, Potenza, Max Ionata meets Bruno Montrone e Giovanni Scasciamacchia, così recita il biglietto, indicando il secondo di una serie di appuntamenti della rassegna “Jazz & Entertainment”, organizzata da “Stoà teatro” in collaborazione con l’associazione musicale “Tumbao school”, il Circolo culturale ascoltare1“Gocce d’autore”, la BJ Orchestra e la BDS Communication. Max Ionata, classe 1972, come avverte il suo sito web, è uno dei maggiori sassofonisti italiani della scena jazz contemporanea; ha all'attivo oltre settanta dischi e collaborazioni con musicisti italiani ed internazionali, risultando uno degli artisti italiani più apprezzati all'estero, in particolare in Giappone. L’inedito trio comprende Montrone all’organo Hammond e Scasciamacchia alla batteria. Formazione di quelle in cui la linea di basso non evolve dalla rassicurante presenza di uno strumento a corda, ma non è certo neanche di quelle dell’epoca del “jazz marciante”, quando alla bisogna provvedeva un ottone. Così è la mano sinistra di Montrone all’Hammond, con scelta di registri efficace e misurata assieme, ad accogliere nel velluto delle note basse e più lunghe lo sviluppo musicale del trio, mentre la destra non manca in diverse occasioni di farsi sentire, lontano dalle graffianti polemiche verticalità alla Joey De Francesco, tanto per buttare lì un nome, con garbo che giova all’elegante sound italiano. Il sax tenore di Max Ionata si sente libero da questa e da ogni incombenza e si esprime appieno in maniera a tratti confidenziale senz’essere definitiva, a momenti morbida, a tratti stentorea ma mai esclamativa, percorrendo la linea narrativa dei brani che attingono in diverse occasioni alle sue produzioni personali: così tra gli altri “But”, così “Blue Art”, oltre che al repertorio comune dei conosciuti del jazz e dintorni, sino a proporre un delizioso “Luiza” di Tom Jobim. Debbo dirlo: il bouquet offerto da Ionata e Montrone offrirebbe al palato un grande bianco fermo strutturato da meditazione, se non fosse che la spumosa batteria di Scasciamacchia lo rabbocchi con un movimento continuo nel ritmo ma mirabilmente asimmetrico negli accenti, facendolo rifermentare a ogni brano fino a ottenere un perlage persistente, con un inesorabile charleston secco e pur brillante e la cordiera del rullante accortamente sollecitato, e il ping sorridente sui rivettati ride, che dividono le più piccole ghost note in mille esplosioni sapientemente acidule, tanniche, erbacee, emozionanti. Il dopo concerto, come da programma, diociscampi dalle degustazioni, per onore di cronaca è un’unica tavola preparata nel ridotto, dove persone di musica e di palco, amici ed estimatori chiudono la serata conversando e ridendo. Non certo ‘round midnight, ben oltre.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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