Dec 06, 2023 Last Updated 11:06 AM, Dec 6, 2023
Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

So bene che sto per dedicare queste modeste righe a uno degli scritti forse più recensiti e so anche che posso parlarne senza averne altra qualifica che quella di lettore onnivoro e curioso. Ho avuto la fortuna di ritrovarmi in possesso del libro il cui titolo ho quassù preso in prestito, nella bella edizione curatane, per i tipi di Liguori, da Massimo Bray per i Quaderni del Dipartimento di Filosofia e Politica delI’Istituto Universitario Orientale di Napoli (1992), prima edizione rivolta al pubblico italiano. Leggere naude1 Gabriel Naudé è uno studioso parigino precoce ma appena ventisettenne quando, nel 1627, pubblica la prima versione de l’”Advis pour dresser une bibliothèque”. Con i libri e con gli uomini di libri ha da sempre una vicinanza familiare, ed ha anche già conosciuto diverse biblioteche del tempo, di Parigi e del nord d’Italia, pur non avendo ancora sedimentato sapienza ed esperienza. Naudé si trova abbastanza presto ad essere incaricato di pensare d’organizzare la biblioteca del presidente del Parlamento di Parigi, Henri II de Mesmes, prima di diventare, nel corso della sua vita, bibliotecario d’altri grandi dell’epoca, tra i quali il Cardinale Mazzarino e la Regina Cristina di Svezia, oltreché favorito frequentatore, grazie ai Barberini, della stessa Biblioteca Vaticana. Sarei tentato, confesso, di proporre in queste righe di leggere, magari d’un fiato, il libriccino, per partecipare al dibattito di allora, del quale esso fa da documento. Si scoprirebbe magari come, facendo un salto di quattro secoli, sulla circolazione dei testi, o sulle velleità classificatorie del sapere, oggi innervate di nuove discipline, sul bilico tra eclettismo e specialismo, sui continui tentativi di etichettare la conoscenza secondo indirizzi filosofici, politici o religiosi, o sul tema della genuinità o autorevolezza delle fonti, o su quello dell’attento scrutinio delle diverse posizioni, esso si rivelerebbe ancora molto attuale. Attuale, molto, proprio nel tempo in cui Google, Amazon ed altri soggetti e dinamiche “modernissimi” incidono significativamente sulla vita del libro e dei libri e con essi sulla circolazione del sapere. Attuale perfino sull’accesso pubblico o meno da riservarsi ai grandi tesori bibliotecari: “si ingannerebbe chi […] s’immaginasse di […] condannare tanti buoni spiriti ad un silenzio perpetuo”. Non sorprenderà allora leggere, nella bella prefazione di Bray, che “la biblioteca universale tratteggiata da Gabriel Naudé sintetizza […] l’ideale critico e cosmopolitico di una cultura europea che in quegli anni si andava definendo”. Passaggio suggestivo, oggi che quella cultura, nata su carta tenuta a filo refe, pare del tutto trasposta sulla sola volgare filigrana della cartamoneta. Ma per questi pensieri, l’ho detto, non ho adeguata qualifica. leggere naude2Propongo qui invece, dal nostro punto di vista di curiosi, soltanto il giocoso arbitrario esperimento di prendere il delizioso libello come un immediato prontuario di consigli semplici, pratici, didascalici, per formarsi ciascuno il proprio mondo di libri. Compulsate l’indice: perché bisogna essere curiosi di creare biblioteche; la quantità di libri che bisogna metterci; di quale qualità e condizione debbono essere i libri; con quali mezzi essi si possono recuperare. E poi ancora: la disposizione del luogo in cui conservarli; l’ordine che conviene dare ai libri; finanche l’ornamento e la decorazione che bisogna dare a una biblioteca. E’ lì che si trova ancora oggi tutto il fascino autentico e fresco dello scritto. E’ lì che s’annida la più immediata curiosità del lettore, è lì che si propongono semplici e classici strumenti per costruirsi, con i propri libri, la propria libertà personale. Kindle? Più in là probabilmente arriveremo anche a quello.

 

Rocco Infantino

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Libri che parlano di libri.

  • Feb 01, 2015
  • Pubblicato in Leggere

Andandosene, la zia Chiara disponeva che io potessi attingere liberamente alla sua considerevole biblioteca. Mi rivedo ancora lì, immerso in un silenziosissimo pomeriggio, in uno studio dove per tutto il perimetro le scaffalature ricolme correvano dal pavimento al soffitto. Giovane e idealista, non tenni per me che pochi volumi, ritenendo giusto che il più fosse destinato alla pubblica lettura. Oggi, che l’egoismo raggiunge il suo picco con la maturità, e conoscendo un poco come vanno in genere le cose pubbliche, oggi avrei preso tutto. Con quale criterio scelsi quei pochi e per ciò preziosissimi volumi? Non saprei riferirlo. 

leggere libridilibri1 Si dice sempre che leggere, e istruirsi, renda liberi. Ma c’è una libertà nel percorso prima che nell’arrivo, nella crescita prima che nel frutto: una libertà giocosa che precede la libertà. “L’uomo in biblioteca è libero del suo tempo, dei suoi svaghi e dei suoi studi […] con la presenza e il senso di intimità consentito dalla familiarità con i libri posseduti, percorsi, preferiti.” Così si esprime un autore che terrò per ora nascosto, riferendo del pensiero che Michel de Montaigne rivolgeva alla sua collezione di libri, al suo personale paradiso artificiale. Parlando di libri si può prendere mille strade: troveremo il sentiero che conduce ai discorsi sulla lettura; ci si può inabissare nel mistero dello scrivere; si può discendere nella grotta del linguaggio, dove le parole, come millenarie stalattiti, cristallizzano il mistero della comunicazione; si può seguire perfino il ragionamento sul recensire, come fosse un soleggiato labirinto di siepi. E i libri, gli “oggetti” libri? “Mi deliziano, nel risguardo, in alto a destra, quei segni cabalistici scarabocchiati dai librai, quei piccoli segreti di gestione del magazzino, quei misteri di bottega” dice un’altra penna, anch’essa volutamente, per ora, tenuta in ombra. E ancora, quasi in progressione: le raccolte di libri? Le collezioni, le pile, gli ammassi, i fondi, le biblioteche? E il rapporto, intimo o politico, con i libri? Il semplice gioco del formare l’elenco dei “dieci libri che …” l’abbiamo fatto tutti, almeno una volta, e se secondo alcuni su questi temi s’è già scritto più che abbastanza, in molti ancora si ritrovano a considerare questi argomenti, a loro volta, parafrasando un classico, un infinito intrattenimento. Eh, si: “Ci sono romanzi nella cui vicenda la biblioteca è un luogo determinanteleggere libridilibri2. Essa è ad esempio la fonte della follia di Don Chisciotte.” Così un’altra voce cui solo più in là daremo un volto e un nome.

Parleremo di libri che parlano di libri, in questo angolino, nei prossimi numeri. E in tanta arbitraria libertà, come potremmo proporre una definita architettura delle idee, una pianta della nostra personale città ideale? Partiremo allora da qui: dal più classico e limpido volumetto di “Consigli per la formazione di una biblioteca”, accompagnato magari da un paio di altri saggi, citati in queste righe. Per intanto qualcuno può già risalire dalle citazioni anonime ai volumi?

 

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edsheeran2Poggiato al bancone a godermi la prima, lunga, sorsata di birra, me ne sto occhio al palco, dentro una felpa nera su cui stencil e colori di mia figlia hanno piazzato una enorme impronta di micio (edsheeran1). Mia figlia, confezionata uguale, è già nelle prime file lì sotto, in un blocco di un migliaio di ragazzi tra i quindici e i vent’anni. Intorno, in tutto il locale, l’età media sale di un poco. Siamo in tremila circa, all’Alcatraz di Milano, nove di sera, 20 novembre 2014, biglietti comprati on line a inizio anno, centrando quei precisi dieci minuti dieci in cui furono disponibili. Sale un ragazzotto pel di carota, imbracciando una Little Martin col battipenna completamente grattato, tra gli acuti dei fans e i lampi dei telefonini, comincia a cantare. Ed Sheeran da Halifax, West Yorkshire, classe ’91. Il ragazzo inanella più di sedici pezzi in quasi due ore di spettacolo, più qualche canzone non sua, come una estemporanea “Con te partirò”. Solo sul palco, voce e chitarra, con una pedaliera con la quale infaticabilmente costruisce dei loop quasi ad ogni inizio. Canta “Give me love”, “The A team”, e “Wake me up”, e “Lego house” , e tra queste non puoi non averne incontrata qualcuna alla radio, o nei canali musicali tv, dove avrai notato che un’impronta di micio campeggia tra i suoi numerosi tatuaggi alle braccia. Dalla chitarra tira fuori quello che gli serve: col picking, affinato, quasi bambino, dalle prime ipnotiche reiterazioni del riff di Layla di Eric Clapton e dalla caparbia volontà di impadronirsi di arpeggi complicati come quello di “Don’t think twice, it’s all right”, di Bob Dylan; con la percussione ritmica della cassa, con la costruzione dei loop con la pedaliera. Settimane dopo, leggerò che lui non si ripeteva “da grande diventerò una rockstar famosa in tutto il mondo” ma solo “io voglio scrivere canzoni e suonare”. edsheeran1E ciò mi pare vero, verosimile, coerente. Il ragazzo si trova a suo agio, si vede, nel contatto con un pubblico delle piccole sale, delle discoteche, dei pub, delle serate “a microfono aperto”, pubblico del quale ha fatto tanta esperienza nonostante la sua giovanissima età. Pare che lo solletichi il “grime”, o garage rap, o quel che è in quei dintorni dell’english hip hop, del breakbeat, del drum and bass, e però la sua musica è molto più cordiale, se mi si chiude un occhio sull’aggettivo, pure se quando si tratta di sparare versi tesi e pieni di parole, come nella famosa “You need me, i don’t need you”, non si tira indietro. E d’altra parte pure sua è, per esempio, quella “I see fire”, così delicatamente incastonata nella colonna sonora del film “Lo Hobbit: la Desolazione di Smaug”. Le sue canzoni fanno quasi sempre riferimento a fatti o esperienze giovanili, ma si sente che partendo da questi, Sheeran lavora già molto per trovare inquadrature personali. Nato come fenomeno di moda tra i giovanissimi, con una notorietà partita per la gran parte dal web, questo ragazzo con la chitarra apprezza pezzi come “North country blues” di Dylan, ne ama versi come: “And the sad, silent song made the hour twice as long / As I waited for the sun to go sinking” e scrive pezzi come “Wake me up” che contiene uno dei suoi versi preferiti: “And I know you love Shrek, ‘cause we’ve watched it twelve times”, perché, dice, aiuta a rendere il pezzo molto “intimo”. (edsheeran2) Alla fine del concerto lo distinguo ancora, sul palco tra la selva di braccia alzate, e mi dico che forse quella chitarra dalla tavola rovinata non è un bluff e non lo è la sua camicia madida, che in Italia da una discoteca da meno di tremila posti in novembre, passerà a gennaio di quest’anno, il 26 a Roma, il 27 a Milano, a platee come quelle del Palalottomatica e del Mediolanum Forum di Assago. Ultimo sorso. Salute. Bella serata.

 

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ascoltare2Fuori, il freddo punge e però non manca di sorprendere, in questa stagione che pure sarebbe la sua. Dentro, nel piccolo cinema teatro di una volta, tornato accogliente, non può dirsi che sia esaurito ogni ordine di posti, no. Però girando lo sguardo in sala nel consumato gesto, chi come me viva l’età di mezzo dell’età di mezzo, s’accorge subito che il pubblico, numeroso, è composto di persone di varia età: mischiati ai giovani, e ai molto giovani, ci sono maturi amanti del jazz, fors’anche qualche nostalgico agée. E così, sfumato il tappeto di sottofondo in sala che negli ultimi due brani aveva sapientemente virato al blues per preparare il palato, le note di “I hope I wish”, che aprono la serata, le avverti come la naturale conseguenza del silenzio che intanto s’è fatto tra i presenti. Sabato 13 dicembre, Teatro Piccolo Principe, Potenza, Max Ionata meets Bruno Montrone e Giovanni Scasciamacchia, così recita il biglietto, indicando il secondo di una serie di appuntamenti della rassegna “Jazz & Entertainment”, organizzata da “Stoà teatro” in collaborazione con l’associazione musicale “Tumbao school”, il Circolo culturale ascoltare1“Gocce d’autore”, la BJ Orchestra e la BDS Communication. Max Ionata, classe 1972, come avverte il suo sito web, è uno dei maggiori sassofonisti italiani della scena jazz contemporanea; ha all'attivo oltre settanta dischi e collaborazioni con musicisti italiani ed internazionali, risultando uno degli artisti italiani più apprezzati all'estero, in particolare in Giappone. L’inedito trio comprende Montrone all’organo Hammond e Scasciamacchia alla batteria. Formazione di quelle in cui la linea di basso non evolve dalla rassicurante presenza di uno strumento a corda, ma non è certo neanche di quelle dell’epoca del “jazz marciante”, quando alla bisogna provvedeva un ottone. Così è la mano sinistra di Montrone all’Hammond, con scelta di registri efficace e misurata assieme, ad accogliere nel velluto delle note basse e più lunghe lo sviluppo musicale del trio, mentre la destra non manca in diverse occasioni di farsi sentire, lontano dalle graffianti polemiche verticalità alla Joey De Francesco, tanto per buttare lì un nome, con garbo che giova all’elegante sound italiano. Il sax tenore di Max Ionata si sente libero da questa e da ogni incombenza e si esprime appieno in maniera a tratti confidenziale senz’essere definitiva, a momenti morbida, a tratti stentorea ma mai esclamativa, percorrendo la linea narrativa dei brani che attingono in diverse occasioni alle sue produzioni personali: così tra gli altri “But”, così “Blue Art”, oltre che al repertorio comune dei conosciuti del jazz e dintorni, sino a proporre un delizioso “Luiza” di Tom Jobim. Debbo dirlo: il bouquet offerto da Ionata e Montrone offrirebbe al palato un grande bianco fermo strutturato da meditazione, se non fosse che la spumosa batteria di Scasciamacchia lo rabbocchi con un movimento continuo nel ritmo ma mirabilmente asimmetrico negli accenti, facendolo rifermentare a ogni brano fino a ottenere un perlage persistente, con un inesorabile charleston secco e pur brillante e la cordiera del rullante accortamente sollecitato, e il ping sorridente sui rivettati ride, che dividono le più piccole ghost note in mille esplosioni sapientemente acidule, tanniche, erbacee, emozionanti. Il dopo concerto, come da programma, diociscampi dalle degustazioni, per onore di cronaca è un’unica tavola preparata nel ridotto, dove persone di musica e di palco, amici ed estimatori chiudono la serata conversando e ridendo. Non certo ‘round midnight, ben oltre.

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