Feb 24, 2024 Last Updated 9:23 AM, Dec 12, 2023
Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

I due Matisse

Mi capita di incontrare Henri Matisse due volte nello stesso giorno in due Paesi differenti, in due luoghi espositivi per molti versi opposti tra loro. Mi capita una prima volta, mentre attraverso degli ambienti carichi di storia e di opere d’arte, e di queste e di quella persino ridondanti; una seconda, mentre, per seguire la narrazione di una particolare esposizione, mi addentro in un non luogo. Nel complesso dei Musei Vaticani, incastonato in un percorso molto ricco, tra il Raffaello delle Stanze e proprio sotto il Michelangelo della Cappella Sistina, incrociando l’appartamento Borgia, lì dove nel giugno del 1973 Paolo VI aveva aperto le porte di una collezione a sua volta già importante di artisti contemporanei (da Rouault a Utrillo, da Morandi a Carrà a De Pisis, a Greco, a Martini, ai quali si aggiungeranno poi Gaugin,  Van Gogh, Chagall, e Bacon, Marini, Burri, per dirne alcuni), Henri Matisse occupa un ambiente tutto proprio, riempiendolo con i lavori preparatori della Cappella  del Rosario di Saint-Paul-de-Vence, da lui allestita in Provenza. matisse1 In un ambito di passaggio, che denuncia il suo essere ricavato in tanto affastellamento, dove tra i visitatori, a gruppi, spesso a frotte, i più frettolosamente passano frastornati dal già tanto guardare, in scala 1:1 giganteggiano i cartoni per la ceramica del presbiterio, raffigurante La Vierge à l’Enfant, e per le tre vetrate policrome monumentali dell’abside, del coro e della navata, realizzati con la tecnica del papier découpé. In un canto, anche una teca con una delle casule colorate che lo stesso artista disegnò per la medesima occorrenza. matisse2 Qui è tutto soprattutto trascendenza, promessa di luce. Una volta fuori da questo itinerario dentro l’arte, nel volgere di poche ore, percorro quello che già André Malraux descriveva come il viaggio compiuto dall’opera d’arte in due secoli, da quando “era stata legata, statua gotica alla sua cattedrale, quadro rinascimentale all’ambiente della sua epoca”, a quando, deprivata “dell’insieme” del contesto e dell’”intrasportabile”, separata dal mondo “profano” e accostata ad altre opere, diventa “un confronto di metamorfosi” (così in: Il museo dei musei, Mondadori, 1957). Ritrovo quindi Matisse nei grandi spazi eterei, chiari e disadorni delle Scuderie del Quirinale dove il pittore, per nascita nordico della regione del Passo di Calais, e già passato per la dolce luce meridionale continentale della Provenza tanto cara a Cézanne, mostra i tratti della sua più intensa fascinazione per gli ambienti, la cultura, la luce, i colori, le fragranze speziate e i tratti assieme delicati, morbidi e decisi, delle culture nord-africana e medio-orientale. matisse3 La mostra dal titolo Arabesque offre in questi luoghi neutri novanta opere tra dipinti e disegni, e persino costumi teatrali da Matisse preparati per il balletto Le chant du rossignol, messo in scena nel 1920 su musiche di Igor' Fëdorovič Stravinskij. Il luogo ospitante non incomoda e non distrae: il grande spazio espositivo, suggestivo quanto un non luogo che pare quasi sia tu a definirlo attraversandolo, offre un pulito silenzio visivo ad ogni singola tela, ad ogni disegno, cosicché in ciascuno di essi il visitatore possa senza ostacolo, ammirandolo, precipitare. Qui allora trionfano sì gli ineffabili e delicati colori (il rosa de La pervinche, o Giardino marocchino, i verdi, perfino i grigi de Lo stagno di Trivaux), matisse4 ma pure prorompono nuove geometrie e spazialità liberate, nel loro replicarsi, dai moduli decorativi orientali e, ancora, profonde sensualità catturate dalle curve di pochi essenziali tratti nei disegni delle odalische, delle donne orientali in riposo. Quello che nei Musei Vaticani, pur nell’assoluta bellezza è pienezza e ricchezza, qui nell’angolo del più alto colle romano è diradamento; al morbido vuoto degli interni fa da contrappunto la splendida vista a 180° della veduta panoramica della vetrata sui tetti di Roma. E questa stessa commistione del luogo che la ospita è in armonia perfetta con una delle idee di fondo della mostra, quell’annullamento del confine tra il dentro e il fuori, tra l’ambiente ed il paesaggio, che per Matisse sono un unico continuo, nel suo periodo orientale. Questo riandare tra luoghi così diversi e distanti, guidati però dal segno e dal colore dell’artista, anch’esso così sensibile al nord e al sud dell’emozione, dalla verticalità della luce assoluta e trascendente all’orientale del segno che trasfigura la forma della natura, reiterandola come un rotante movimento derviscio in arabesco, che segna il passaggio tra il romantico, l’onirico e l’intimo impulso dell’altrove, mi cattura, semplice visitatore d’arte d’un sol giorno, nella vertigine di un tempo diverso, che ha velocità periferiche incostanti, ineguali e libera emozioni inspiegabili, come nostalgie senza oggetto.matisse5

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Con le pause talvolta impervie in un parlare discontinuo e riflessivo, Piero Raffaelli, di quando in quando guardando altrove, compone ogni frase come una ordinata serie di reperti recuperati e ricollocati, in superficie, nell’originario sito. Spesso, di alcune parole restituisce l’esperienza della patina del tempo, della terra, o della sabbia che sembra le avessero in custodia. Il libro dell’ultimo flagello, Venosa, Osanna Edizioni, 2014, del quale egli è autore, si presenta a tutta prima come il resoconto di un viaggio effettuato poco dopo l’anno Mille tra la Lucania e la Terrasanta, lungo un percorso ad anello, da un cavaliere normanno, Sarlo, così come reso dalla penna di tale Alderisio, abate di un monastero in Abriola, in un manoscritto “vergato con inchiostro nero su novantasei fogli di carta non sempre leggibili”, ritrovato “sul fondo di uno scaffale in legno, e nascosto in un incensiere di ottone a forma di croce ortodossa” poco più che una decina d’anni fa nella biblioteca di una abitazione privata, dal mio interlocutore attuale. leggere raffaelli1 resizeE’ a lui che mi rivolgo, e l’avvertire quasi fisicamente il che di violento che c’è nel rompere il denso silenzio pomeridiano fattosi nel suo studio, mi suggerisce una domanda dalla rassicurante apparenza di semplicità.

-  Tu come definiresti il tuo libro?

- Questo è un problema: un romanzo gotico? Un romanzo tout court? Ci ho pensato molte volte: pienamente un romanzo storico non lo si può definire. A me piace pensare a questo libro come un romanzo che si nutre di un background storico, rigidamente storico, dove non viene inventata neanche la posizione di un sasso, se di questo sasso io non ho la documentazione, nella cornice di un periodo storico nel quale io mi muovo bene. Su questo terreno ho poi sviluppato quello che mi sarebbe piaciuto scoprire, vivere nel medioevo. Quindi: storico a metà, ma più propriamente un romanzo visionario.

(Conosco la sua formazione, i suoi studi incentrati sulla filologia bizantina, è a quelli che Raffaelli fa riferimento, e di quegli studi si trova traccia nella ricca mèsse di note che corredano, in maniera inconsueta per un romanzo, ogni capitolo. Lui mi legge nel pensiero e continua).

- E le note, sono anche quelle inventate? Me lo  domandano spesso. Ebbene, non c’è una nota che sia inventata.

- La storia parte con un artificio letterario, se vogliamo, noto: il ritrovamento  di un manoscritto. Al di là della semplice tecnica narrativa, mi domando cosa ci sia, se c’è, di ulteriormente suggestivo nell’inventarsi una storia che basi la sua architettura su uno scritto.

- E’ la suggestione del vero falso. E’ una scatola cinese che apri e poi all’interno ne trovi un’altra e poi un’altra. E’ un gioco di suggestioni, che parte da quello che dovrebbe essere vero - in questo caso, il periodo storico di cui vuoi parlare -, sapendo già che la storia dirà di un qualcosa che non è esistito. E’ la possibilità di approfondire questo strano gioco dove il vero falso si mescola fino al punto in cui il lettore non si rende conto, non si deve rendere conto, di ciò che è vero. E il gioco dell’accumulare continuo di verità storica e di suggestioni false ha preso molto anche me, scrivendo, tanto che a un certo punto mi sono fatto prendere la mano, da questo fatto. I documenti sono qualcosa che io ho analizzato e analizzo costantemente, soprattutto quelli del Medioevo, dell’età bizantina, di quella normanna, soprattutto nel bacino mediterraneo. Il trovarsi davanti a un documento – vero - è qualcosa che ti lascia senza fiato. Tu ti trovi, chessò, davanti un pezzo di pergamena su cui sono annotate cose di dieci secoli fa: è una suggestione incredibile. Allora la prima cosa che mi viene in mente quando scrivo è provare il medesimo piacere fisico, fisico prima ancora che mentale, di quando analizzo un documento. Io amo le suggestioni che debbo avvertire quasi concretamente. E cosa c’è di più concreto di un documento vero? O di un documento falso che tu vuoi far passare per vero? Anche il luogo del ritrovamento di questo documento è un luogo fisico reale. L’ho pensato esattamente in un posto, non casuale, di una casa precisa: nella piccola biblioteca di questa casa, ambiente senza finestre, e ho immaginato che lì, proprio in quel punto, io potessi trovare e leggere questo documento.

- Proprio a proposito del luogo di ritrovamento di questo manoscritto, una biblioteca: che cosa è una biblioteca, per Piero Raffaelli?

- Qualcosa che mi prende così tanto, che mi fa impazzire. Ricordo molti anni fa, per motivi di ricerca, forte di una lettera di presentazione della Prof.ssa Vera von Falkenhausen, fui ammesso alla biblioteca della École française di Roma a Palazzo Farnese. La dimensione che ti assorbe è il silenzio assoluto. In quella biblioteca ti sentivi addosso tutto ciò che c’era in quei libri, percepivi la presenza di quello che andavi cercando. In una biblioteca, sono i libri che finiscono per possedere te. Magari con l’aiuto di una luce molto soffusa, che è il modo migliore per entrare in comunione con i libri che vuoi leggere.

 - Ho un’altra curiosità. Il tuo mi pare un romanzo attualissimo: è l’oggi disegnato in quell’epoca, sebbene …

(Sorride) - Mi è stato fatto presente. Quando io l’ho scritto l’ISIS non esisteva. Né eravamo a questi livelli di scontro tra certe frange dell’islamismo e il potere economico dell’Occidente. Anzi, debbo dire proprio questo: il mio romanzo è tutto fuorché uno scontro di civiltà. Cristiani ortodossi, cristiani romani, islamici e addirittura ebrei, si trovano a convivere gli uni affianco agli altri. Spesso mi innervosisco nel sentire frasi fatte del tipo: “stiamo tornando al medioevo”. Io dico: sarebbe bello! Perché nel medioevo, fermi gli scontri che c’erano tra civiltà, religioni e culture, c’erano forme di tolleranza, specialmente in quest’area del Mediterraneo, e mi riferisco al medio Oriente, che oggi sono impensabili. Forse perché non c’era il petrolio, non c’erano tanti interessi ... leggere raffaelli2 resize

(Debbo per necessità interrompere una conversazione come questa, che si può solo interrompere e non si può concludere, sapendo che di qui a poco, chi volesse potrebbe riannodarla, alla presentazione del libro fissata al prossimo 16 aprile 2015, nell’Aula Magna dell’Università della Basilicata, a Potenza, alle 17.00).

- Per fermarci: la lettura di questa come storia di una ricerca di una maturità interiore dell’individuo, sarebbe una lettura autorizzata?

- E’ così. Aggiungerei che basta semplicemente riflettere: di scontato non c’è nulla. Questo è un romanzo sfaccettato che può essere letto solo ed unicamente se le prospettive sono diverse. Occorre calarsi in un viaggio geografico prima ancora che storico. Bisogna lasciarsi trasportare dalla lettura, senza aspettarsi posizioni rigide. Dobbiamo conoscere il mondo. L’unica mia preoccupazione è stata quella di descrivere luoghi, culture e personaggi così com’erano, e non come io volevo che fossero. Loro, personaggi falsi che esplorano un mondo vero.

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In quarta di copertina è scritto: “Questo non è un libro”. L’autore è il segretario definitivamente provvisorio di un circolo di letterati e matematici di lingua francese che professano la creatività regolata, praticano la scrittura vincolata e continuamente determinano severi precetti formali e costrittivi ai quali assicurare l’ispirazione letteraria. leggere benabou1Non disorienti l’avvertito lettore il fatto che parlare di libri possa condurre talvolta all’atto di scriverli e, per questa via, approdare all’esperienza di qualcuno che ne scriva uno che s’intitoli: “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri”. Il volume del quale dico, uscito in Francia per Hachette nel 1986, è stato pubblicato in Italia per le Edizioni Theoria nel 1991, e l’autore è tale Marcel Bénabou, professore di Storia romana all’Università di Parigi – VII e socio, assieme ad altri scrittori come Georges Perec e lo stesso Italo Calvino, dell’”Ouvroir de Littérature Potentielle”, officina fondata da Raymond Queneau e dedita alle pratiche sopraccennate. leggere benabou2 Esistono molti modi per leggere questo scritto; in esso si troveranno, rovesciate o rifratte, diverse prospettive dello scrivere. Stilisticamente, il testo si propone come un dialogo con il lettore. Strutturalmente, è il discorso sopra un libro che non c’è ed è proprio esso il libro del quale si parla. Intimamente, è l’attenta, analitica, trattazione della sintomatologia dell’urgenza e della paura di scrivere. Un diario clinico minimo di un patimento che inevitabilmente si cronicizza, che fissa in maniera netta e precisa prima ancora che i moti dell’animo, i significativi passaggi psichici di questo morbo particolare. Per questa via, chi legga e non sia immune da questo male, troverà rispetto alla propria esperienza diversi passaggi molto vicini e veri, e ne rimarrà colpito come da una diagnosi inaspettata o, peggio, temuta. Tra la logica e l’epistemologia giustamente evocate nell’aletta del volume, credo difatti sia proprio il preciso scandaglio psicologico, seppur proposto con leggerezza e in fin dei conti con maniera, a risultare il tratto più coinvolgente in questa lettura. Però, però, questo libro è pure ancora una volta un gioco: del libro, divinità che celebra, e dello scrivere, esso è l’immagine riflessa nella parte cava del cucchiaio. Molti, credo, avranno incontrato le tante versioni di un diffuso precetto, del quale io prediligo quella che Manuel Vázquez Montalbán fa dire a Pepe Carvalho ne L’uomo della mia vita: “Ogni essere umano dovrebbe poter avere un figlio, scrivere un libro, piantare un albero e brevettare una propria ricetta di pollo con salsa.”. Quando si tiri un rigo e si faccia la somma, la propria storia personale ben potrà essere così semplificata. Troppo frequentemente nella vita capita che non si pensi all’albero, di essere persino distratti nel vivere l’esperienza di un figlio, e dello scrivere un libro, allora, con il suo portato di vissuto e di significato… Spesso, se la salsa vien su gradevole, è il pollo a risolvere il senso dell’esistere. leggere benabou3 Perché dunque leggere questo libro? Se non è per il gusto del giuoco, è quasi certamente per il medesimo inconfessabile motivo che ha spinto me. Perché possederlo, è al contrario affare più semplice. Tra i libri della nostra biblioteca, esso sarà il buon testimone di tutti quelli che non esistono, degli infiniti libri che avrebbero potuto esserci, dei molti, o pochi, che avrebbero dovuto. Ma questa è l’opinione di uno di quelli che sullo scrivere hanno atteso troppo, e si cura e si consola tra gli articolisti anonimi.

 

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- E’ più che destino, è un caso. - faccio dire a un tale in uno dei miei romanzi che non vedranno mai la luce. Il fatto: nei giorni scorsi www.goccedautore.it ottiene la registrazione come testata giornalistica. Questa testata dà notevole spazio alla cultura dei libri. Il numero di registrazione è il 451. Quattrocentocinquantuno. Il cortocircuito è innescato. Non può non venire alla mente, ai più, quel “Fahrenheit 451” pubblicato da Ray Bradbury tra il 1951 e il 1953 (dapprima come un racconto breve, poi, esteso, come romanzo). leggere bradbury1 Bradbury indica a F.451 la temperatura alla quale la carta prenda fuoco e scrive questa storia che s’inserisce nel filone dell’utopia negativa, tracciando un futuro nel quale i libri siano totalmente banditi dalla civiltà umana. Leggere o possedere libri è considerato reato, la parola scritta è vietata e per tenere informata, educata, ed anche serena e sottomessa la popolazione, l’unica fonte ammessa dal nuovo ordine è la televisione. Per sopprimere l’odioso reato esiste un particolare corpo di vigili del fuoco, incaricato di scovare fin nelle abitazioni private i famigerati libri e bruciarli. I libri portano tristezza, rendono le persone antisociali e non fanno di esse cittadini migliori. Questa l’idea di fondo, se volessimo riassumerla con le parole che userebbe la televisione che Bradbury immagina – o quella uguale che conosciamo noi oggi -.

leggere bradbury2Nell’edizione attuale che propongo in foto, chi voglia, finché non è reato, vada alle pagine 90-94 per ulteriori elementi. In effetti, quella dei roghi di libri è una tradizione costante nella storia effettiva della civiltà umana, sia risalente sia attuale, e parallelamente ha trovato nei libri, dentro le storie scritte, uguali costanti riferimenti. Ma se ce la sentissimo di azzardare, pure avvertiti che sul punto la letteratura è davvero tanta, potremmo dire che molti di questi roghi, narrati o reali, possono inserirsi come atti “nella storia”, nella dialettica delle civiltà, per lo più come apici (o indici, il gioco mi piace troppo) di uno scontro tra culture o delle idee, del gesto estremo di quella dominante nel momento verso un’altra o le altre. Ma nel ’51, appunto, Bradbury, questo ragazzotto americano, propone il libro, ogni e qualsivoglia libro, come lo strumento di una consapevolezza e di una profondità dell’esistere, che in quanto tale diventa strumento sovversivo. Bruciare i libri serve a liberare l’uomo. Questo vuol far credere il potere in quel mondo nuovo disegnato da Bradbury - in un futuro allora immaginato e che oggi, se solo avessimo occhi per vederlo, viviamo quasi -.

leggere bradbury3Riguardando quella delicata versione cinematografica fattane da François Truffaut nel 1966, coll’ausilio del fermo immagine, m’accorgo che il primo libro scovato nel film da un solerte pompiere nella coppa d’un lampadario in una abitazione è proprio una edizione del Don Quicote del Cervantes, che inizia con il rogo dei libri, causa della pazzia del protagonista, nella sua biblioteca. Di quello, proprio su www.goccedautore.it, si faceva cenno appena poche settimane addietro. Aggiungerei: la salamandra ignifera a sei zampe che è simbolo dei pompieri incendiari di Fahrenheit 451 ricorderebbe un altro animale a sei zampe che mette lingue di fuoco e che molti conoscono; ciò potrebbe rimandare ancora a una dialettica, attuale, tra il “va tutto bene” della TV e quel limo nero, quella chimica della terra che Bradbury cita come invito per concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Così pure, in un mondo libero da pericolosi scartafacci, si potrebbe finalmente credere secondo Bradbury che esistano guerre che durino due giorni soltanto, in cui nessuno muore se non cade da un balcone. Ma a tanto io non sono autorizzato, come chiunque talvolta confonda realtà attuali con vecchie idee sull’avvenire e non domini a dovere il delicato meccanismo del futuro anteriore.

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Proprio mentre scrivevo di quel libro, cadevo nello specchio, o meglio entravo nel gioco degli specchi dove inevitabilmente avrei incontrato altri – come – me. Così è stato che ho incrociato, tra i diversi che scrivono libri che parlano di libri e che io leggo, un tale che aveva casualmente rinvenuto “un esemplare un po’ stanco” del volume del quale ho già altrove riferito, l’”Advis pour dresser une bibliothèque” di G. Naudé.leggere marcenaro1L’incontro tra l’uomo e quel libro è per questi determinante, tanto che la data di quell’incontro, il 16 giugno (del 1966), costituirà il compleanno della sua biblioteca. In “Libri – Storie di passioni, manie e infamie” (Bruno Mondadori, Milano, 2010), Giuseppe Marcenaro parte da quella lettura per rendere testimonianza di un doppio percorso: quello che trasforma sé stesso da “ingordo lettore e acquirente perplesso di libri a quello di custode di biblioteca”; quello che in maniera coinvolgente, alla stregua di un racconto fantastico a momenti, a momenti d’un romanzo di formazione, lo porta a ripercorrere tratti significativi del proprio vissuto attraverso la relazione con i libri. Così è sempre una dimensione esistenziale che si dipana: sia quando pare che affronti l’eterno tema pratico dell’ordine dei libri, “I libri della mia biblioteca potrei trovarli anche al buio”, benché si consideri desiderabile sopra ogni cosa perdersi nella casualità dell’ammassarsi di volumi in pencolanti – e pericolanti – colonne, ove rinvenirne di completamente dimenticati; sia quando si tratti della sacralità, e della delicatezza, delle prime edizioni, “mi fanno l’effetto di colibrì imbalsamati da preservare sotto campane di vetro per evitare che un filo d’aria le disfi”; sia quando da una peculiare angolatura s’affronti il tema del rapporto con gli altri, che assumono l’identità storica dei precedenti proprietari di un volume, le cui tracce, i cui segni sulle pagine “sono privatissime geografie” con cui “Posso così leggere il pensiero di un ignoto”; sia quando s’indulga ancora nella bibliofilia quel tanto non quantificato che la trasmuti in bibliomania. Sia quando, sostenendo che non esistano libri proibibili, semmai opere insulse, si consideri “Sublime il gesto di farle fuori”. “La mia vita dentro alla biblioteca è un sobrillo di specchi”, dice Marcenaro nelle ultime pagine del testo, leggere marcenaro2dopo aver iniziato considerando una raccolta di libri come “l’incidentale controtipo del caos”, anzi “il disordine del mondo”

Chi sia facile a emozionarsi, e non voglia, s’interrompa poco oltre le pagine che danno conto delle raccolte di libri “audaci”, delle “peccaminosità libresche” oggi capaci soltanto di far sorridere, e non ne legga invece l’ultimo capitolo, il cui titolo prende a prestito l’espressione simbolo del celebre racconto di Herman Melville, “Bartleby lo scrivano”, quel: “I would prefer not to” nel quale tutto è racchiuso. Cosa colpisce sopra tutto di questo libro che non mi è agevole definire? Probabilmente il tentativo, in alcuni punti tanto riuscito quanto nudo, di leggere l’esistenza stessa attraverso il velo del discorso sui libri: “La biblioteca come accumulo della sperimentazione umana è il segnale perentorio della più incredibile e inutile invenzione dell’uomo: la memoria di se stesso”.

 

Rocco Infantino

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