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Mercoledì, 16 Gennaio 2019 16:48

Writerstorm

Scritto da 

writestorm

Le alterne fortune dell’ultimo calice di gewurztraminer della sera mi consegnano a un’ora che in questa stagione è ancora tutta nel limbo dell’attesa dell’alba, nel mio studio, sotto gli sguardi assieme perplessi e comprensivi delle mie micie, loro sì, già del tutto sveglie grazie al loro

circadiano misteriosamente accelerato che se n’infischia della luce e del buio del mondo, a un improvviso interrogativo che s’impunta su uno dei nodi irrisolti nella trama di una dell’infinito numero di storie che starei scrivendo e che non vedono e non vedranno mai la fine, ma che non per questo non pretendono meno attenzione dal mio io più profondo e riflessivo. Senza ancora poter correre il rischio di spoilerare una storia che ancora non c’è, o non è conclusa, posso riferire che la domanda albina – si dirà albina una domanda che si schiude all’alba? – è più o meno: perché? Perché questo tale personaggio, che potrei confondere con l’io narrante e quindi poi in definitiva con me stesso, stante il mio vezzo di scrivere in prima persona e non in terza – come suggerirebbe magari qualcuno del mestiere, per rendere più epico ogni pur infinitesimo pulviscolare moto interiore –, perché si è cacciato in questa situazione? R., lo chiamo così per utilità in queste poche righe, è una persona qualunque, alle prese con il proprio naufragio esistenziale. I fallimenti esistenziali – espressione di moda di qualche moda fa, ma tornerà, ah se tornerà! – e cioè i normali approdi alla dimensione consapevole di quasi tutti, tranne che quelli che ancora in vita vengano proclamati santi o acclamati influencer, hanno bisogno di un oggetto, un tema o uno sfondo per rendersi evidenti, e così narrabili. R., poniamo, a un certo punto racconta di sé come di una persona che avrebbe sempre voluto scrivere ma che, dopo l’improvvida esperienza di un primo romanzetto effettivamente purtroppo pubblicato, aveva finito per non scrivere (o non pubblicare?) più. Non sto qui a dire come cresca il plot – giuro, avvincente – della storia, e non mi interessa neanche chiarire se R. sia tra quelli che scrivono per scrivere, o piuttosto tra quelli che scrivono per aver scritto, secondo l’illuminante distinzione teorizzata nientemeno che dalla regina Zabo, perfida, esperta editrice delle Edizioni del Taglione, personaggio de La prosivendola di Daniel Pennac, che pure già citai in altro modesto scritto di questa rubrica, distinzione che, riflettendoci, potrebbe appaiarsi a quella che già proponeva A. Schopenhauer, ne Sul mestiere dello scrittore e sullo stile – fa sempre fico citare a un certo punto Sciopenàuer, nella vita o in salumeria –, separando quanti scrivano di idee o d’esperienze che loro sembrino degni di essere comunicati e quanti scrivano per denaro. Qui riferisco invece soltanto dell’evolvere della mia vita interiore di questa precisa notte alta, quando prima che il levar del sole, gli insistiti ripetuti assalti dei tannini, e dei solfiti, in me, come in un teatro di battaglia deserto, variamente irrompendo in un paesaggio campestre lasciato sguarnito dalle legioni avversarie, infine si dissolvevano a loro volta in esigui perplessi rivoli. È stato solo a questo punto, quando cioè la domanda che era diventato il tema della festa a tema della mia levataccia si è in me riproposta quel numero di volte tale da farla diventare senza più significato, che ho sottratto da una delle pile di libri di quelli in lettura, un libello di una quarantina di pagine, dato alle stampe appena a maggio 2018, per i tipi delle deliziose edizioni Castelvecchi. Il testo è basato su una conferenza di Duccio Demetrio, già ordinario di Filosofia dell'educazione e di Teorie e pratiche della narrazione all'Università di Milano Bicocca, studioso nella cui bibliografia si ritrovano non pochi riferimenti all’attività dello scrivere, e le cui ricerche, in questo campo, si concentrano sulla scrittura come attività per lo sviluppo del pensiero interiore, autoanalitico, filosofico e, per queste vie e in questo senso, direi, autobiografico. Il titolo del volume è La scrittura è silenzio interiore. Brevemente, efficacemente, Demetrio individua proprio nel silenzio interiore che si determina con l’atto dello scrivere, l’inizio dell’attività di raccontare sé stessi, non tanto e non solo agli altri, quanto primariamente a sé stessi. Prima che lo scrivere, è vero, occorrerebbe magari ripercorrere, per così dire, almeno per grandi linee, la storia della interiorità umana, e cioè comprendere quando e come l’uomo si sia reso conto di avere una propria voce interiore la quale, quanto più in silenzio e costantemente venisse coltivata e ascoltata, tanto più era capace di produrre e di rendere a ciascun individuo una sua immagine o idea di sé stesso, disegnandogli o mettendogli insieme una storia, una trama, fatta di significato, e magari trasformando il significato in identità. Proprio come capita per altri aspetti della vita anche materiale, questa voce interiore di ciascuno rischia di rimanere indefinita, di agire spesso al di sotto della soglia di consapevolezza del soggetto, e di svolgere quasi soltanto un compito conservativo – o conservatore? – dei tratti fondamentali della persona, che a lungo andare potrebbe denunciare un qualche profilo, per così dire, di autismo esistenziale (l’espressione è la mia, dunque non si faccia affidamento sulla sua bontà). Quando la voce e la narrazione semi-consapevoli interiori incontrano i segni, e il narrare si oggettivizza, il pensiero è costretto a svelarsi, e per ciò stesso esso diventa dialogo. E, ancora una volta, questo dialogo può essere anche soltanto dialogo con sé stessi, e non necessariamente soltanto dialogo con gli altri; ma quel che importa è che con la scrittura, anche con la scrittura di sé, con questa autobiografia privata, per così dire, si realizza una presa di distanza da sé, il soggetto “io” si sdoppia in soggetto e oggetto della narrazione, senza peraltro accedere, con ciò, a profili psicologicamente meno che normali o critici. Demetrio evidenzia che questo particolare percorso di crescita interiore costituisce spesso una costante di menti particolari, tra scrittori, artisti, scienziati, i quali frequentemente, per abitudini ambientali, familiari, culturali, prima di esprimere o manifestare le proprie peculiari inclinazioni nei più vari campi intellettuali, naturalmente erano già educati alla tenuta di un diario, di una serie ordinata o meno ma costante, di scritti, di appunti, annotazioni; educati, insomma alla coltivazione della propria autobiografia. Pure, avverte l’autore, questa attività di esplorazione del proprio mondo interiore non ha necessariamente qualcosa in comune con più specifiche attività terapeutiche: l’individuo che scriva, anche per sé stesso, non lo fa per cercare turbe mentali, e nemmeno per scandagliare scientificamente i tratti della propria personalità o stanare o trattare eventuali nevrosi. Si attende invece, così facendo, a un prezioso lavoro di esercizio della propria memoria, nel quale possono distinguersi quattro fondamentali caratteristiche: il rievocare, il ricordare, il rimembrare, il rammentare. Quattro aspetti importanti e piuttosto differenti tra loro, costituendo il primo magari il solo momento del ritrovamento sensoriale di un oggetto del passato, il secondo una specie di sublimazione estetica di un qualche momento passato, il rammentare, secondo il suo stesso etimo, essendo invece il recuperare il ruolo di mentore che qualche episodio del passato, con l’essere stato molto significativo per il soggetto, costituisca per lui momento di crescita e di consapevolezza. Mi tengo per ultimo proprio il rimembrare, si, proprio quel rimettere insieme le membra dei vari corpi o momenti sparsi della vita già trascorsa; attività che mi appare magica, per me molto affascinante e istruttiva, formativa, direi, se non fosse un gioco di parole, perché s’incarica di mettere insieme tutta la significativa materia esistenziale di una persona per costituirne una architettura, una forma, una olistica dimensione di insieme e con essa, immagino, soddisfare se non un significato complessivo e plausibile dell’esperienza del vivere e dell’aver vissuto, almeno di questo e all’altro, imprimere una direzione e un verso più definiti e meno frammentati. Tanto, mi viene da aggiungere, e la fissità dello sguardo nella mia direzione di una delle feline pare assentire, pur nell’indefinibile piano della realtà (considerazioni, queste ultime, mie, quindi ancora una volta declino), nella quale io stesso, anche io, addentrandomi, ricavo sempre maggiori elementi di aleatorietà, discontinuità, accelerazione e dissolvenza, e dunque di intellettuale sgomento. Fin qui quelle paginette nella notte, rapida fiammella consumatasi nella penombra di un appartamento dove il buio non è mai totale, allo scorrere delle righe tra l’euristico e il pedagogico. Scrivere per scrivere? Scrivere per aver scritto? Per sé stessi, per qualcuno, per chi? E di nuovo: perché? Proprio in questi giorni avevo chissà perché ripreso dalla mia biblioteca minima un vecchio tascabile della collana Oscar Mondadori, una prima edizione, negli Oscar, del settembre 1979, un volume di esatti quarant’anni fa, dunque, in cui sono raccolte le lettere di Franz Kafka a Milena Jesenská, giornalista e scrittrice, che gli si propose come traduttrice delle sue opere in ceco. Della riservatezza della corrispondenza di Kafka s’è perpetrata ogni violazione, per così dire: le lettere a Milena, ma non solo, le sue lettere a Felice Bauer, legata a lui per un periodo da un controverso, tormentato fidanzamento, oltre che la altrettanto nota lettera al padre. A queste si affiancano gli scritti che su di lui, su Kafka e la sua relazione con la Jesenská, produce Jana Černá Krejcarová, di Milena figlia, che dello scrittore riferisce il giudizio della stessa Milena riportato in una lettera a Max Brod, di Kafka a sua volta amico e biografo. Il giudizio è netto, tagliente: «Franz non è adatto a vivere. [...] lui non si è mai rifugiato in nessun ricovero sicuro. È assolutamente incapace di mentire, così come è incapace di ubriacarsi. [...] È come se fosse nudo fra persone vestite. [...] Non è un uomo che ha costruito la propria ascesi come mezzo per raggiungere un qualche fine. È un uomo costretto all'ascesi dalla propria terribile chiaroveggenza, purezza e incapacità di scendere a compromessi.». Quest’ultimo volume non l’avevo ancora letto e me ne aveva parlato, sempre in questi giorni, una fine lettrice che proprio adesso lo stava sfogliando. Dove intendo arrivare, avendo gettato sul tavolo queste decine di lettere altrui, cosa che un po’ dovrebbe farmi vergognare d’essermi così intruso in fatti privati non miei? E cosa c’entra tutto ciò con quello che avevo in mente all’inizio? Come forse con il mio signor R., nella breve, interessante introduzione alle Lettere a Milena nell’edizione che ho detto, introduzione che mi pare sia stata sostituita da altre nelle edizioni successive della stessa opera, Cinzia Calcagnile, riferendosi ai “luoghi” narrativi, ai frammenti fantastici che Kafka pure produce nelle sue lettere, afferma che essi non si presentano con il «compiaciuto estetismo di chi contamini letteratura e vita facendo programmaticamente delle proprie lettere o dei propri discorsi delle “opere d’arte”, ma con la disperata sincerità di chi dispone di un unico linguaggio, di un’unica visione del mondo, di un’unica fede che impronta di sé tutti gli aspetti della sua esistenza». Mentre del volume riaccosto la copertina sciupata, rovinata dalle mie mani adolescenti di allora, credo per un fugace momento di avere finalmente afferrato qualcosa. Certo, se non è già scritto, e io questo non lo so, facilmente spunterà alla fine una penna brillante a sostenere che scrivere è sempre scrivere delle lettere a qualcuno, avendo cura di non destinarle a un destinatario preciso e affrancandosi dall’incombenza dell’affrancatura. Le lettere le ripongo, mentre mi propongo di soprassedere dal leggere anche gli scritti della Černá, no, non in questo periodo almeno. Dunque, per conservare l’unità di tempo, di luogo e d’azione della notte e della ormai imminente mattina della quale riferisco, spostandomi di scaffale in scaffale nel mio studio, in alcuni settori dei quali i volumi sono raccolti per edizione, nell’intento di riporre il volumetto di Duccio Demetrio nella fila dei Castelvecchi, macchinalmente, nel silenzio dell’ora – sapete quel silenzio delizioso in cui tutto, proprio tutto, dagli affanni fino alle rare gioie del vivere, tutto appaia semplicemente in sospensione? – dalla fila dei Castelvecchi prendo il primo volume che acquistai, di quelle edizioni: Manuale dello snob, di Antonius Moonen, libro del quale direi tanto bene se solo non fosse disdicevole mostrare entusiasmo per qualcosa. Lo apro senza intenzione. In esergo, dopo una breve nota dell’autore, una frase di Henry de Montherlant: «Scrivere un libro è come parlare a tavola, davanti alla servitù.».

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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