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Domenica, 17 Luglio 2016 19:21

Piluccare pallido e assorto.

Scritto da 

FullSizeRenderComplici i pomeriggi quasi autunnali che s’aprono d’improvviso in questa estate, mi ritrovo a sfogliare senz’ordine libri diversi, attingendone da disparate pile nel mio studio. Sfogliare senza davvero leggere, in maniera consapevole, intendo, lasciando che la mente goda della sua ora d’aria, senza ancora riuscire a immaginarmi di che scrivere, ad esempio.

Già, immaginarmi. Il tema dell’immaginazione l’avevamo lambito, una prima volta, su queste stesse colonne, a proposito del saggio La letteratura invisibile. Infanzia e libri per bambini. In quella occasione eravamo arrivati molto vicini all’idea di immaginazione come comunicazione con l’anima del mondo, riferendo della particolare attitudine che da bambini si ha e magari con gli anni si perde, di sentirsi con esso più in sintonia. Questo concetto o il suo reciproco, lo ritrovo, se apro quasi a caso il volume, nella sezione sulla Visibilità contenuta nelle Lezioni americane di Italo Calvino. Calvino espone che nell’ideazione di un racconto la prima cosa che gli venga in mente è appunto un’immagine. Quando essa diventa netta, l’autore le costruisce attorno una storia. Ad essa se ne affiancano altre, mano a mano, ma tutto lo sviluppo di questa materia narrante, oserei definirla così, è un rapporto o un intreccio di elementi visivi ed elementi concettuali, finché le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima si trovano contenute in righe uniformi di caratteri minuscoli o maiuscoli, di punti, di virgole, di parentesi. Se questo è uno dei modi della creazione per uno scrittore, ciò presenta una certa familiarità con un procedimento attraverso il quale un bambino si avvicina all’esperienza del libro ed alla lettura. La lettura, pure ci hanno già insegnato, e su queste colonne ho ridetto, non è attività innata, attività sensoriale naturale dell’individuo. Il vasto territorio della letteratura per l’infanzia confina con il territorio delle immagini. I libri illustrati, o i libri oggetto, i volumi che presentano un’offerta di esperienza plurisensoriale (visiva, ma anche tattile, uditiva, magari anche olfattiva), sono quelli che per primi vengono proposti ai bambini. Le immagini, oltre il resto, diventano un veicolo particolare ed importante per condurre il bambino dal mondo “semplicemente” o “soltanto” (lo scrivo col timore di scrivere un azzardo) naturale e sensoriale, al mondo delle idee, quello più proprio dei libri e della scrittura. Abbiamo pure già visto che anche la scrittura in sé, e certa scrittura in particolare, in particolare ad esempio gli ideogrammi cinesi o giapponesi si presentano come cataloghi amplissimi e rigorosi di corrispondenza segno grafico/quasi immagine e significato. Di libri illustrati per l’infanzia si occupa un volume di Marcella Terrusi, Albi illustrati. Leggere, guardare, nominare il mondo nei libri per l’infanzia, Carocci editore, 2012, sul quale avrei in animo di fermarmi una di queste prossime eventuali volte. Assieme ad esso o dopo, si potrebbe continuare sul tema della relazione tra testo e immagine nei libri anche dopo il magico momento dell’infanzia, percorrendo magari anche un profilo storico dell’arte dell’illustrazione e dell’illustrazione italiana in particolare. Una volta lì, si potrebbe decidere di fare una puntatina nel mondo che definirei delle immagini di ritorno, l’editoria a fumetti, magari. E poi magari ancora, come talvolta ci piace fare, tornare a riconsiderare gli elementi dell’oggetto libro, in questo caso quelli grafici e i metalinguaggi, scoprendone le origini. A questo proposito, avrei pronto un volume di Lorenzo Baldacchini, Aspettando il frontespizio, che parte proprio dalla considerazione che i libri antichi non mostrassero nessun indizio sul proprio contenuto, non ne dessero accenno, non disvelassero parte del segreto custodito, neanche con un segno in copertina. Ma magari ci arriveremo, immagino, dopo l’estate o quel che è.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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