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Domenica, 22 Maggio 2016 18:45

Parmenide, sempre lui, ancora lui

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scrivere Parmenide sempre lui ancora luiNon è che me ne stessi seduto in cima a un paracarro, come avrebbe soffiato Paolo Conte, ma pensavo comunque ai fatti miei. Riflettevo, documentandomi, sui rimedi, pretesi o riconosciuti, per risvegliare ad attività la ghiandola pineale.Ciò che mi si prometteva era nientemeno che la rinascita a un livello superiore di coscienza, nel quale partecipare della vita dell’Universo come parte di questo corpo esteso. Ben più che regolare i ritmi sonno veglia, insomma.

Mi distoglieva, stavolta, dalla dimensione totale dell’Essere tutto presente a sé stesso, il colpo perentorio e secco di citofono che solo i corrieri sanno praticare. Com’è, come non è, in breve, mi consegnano un nuovo piego di libri. La letteratura invisibile. Infanzia e libri per bambini, Carocci editore, Roma, 2011, è un’interessante raccolta di vari contributi, curata da Emy Beseghi e Giorgia Grilli, sul tema appunto della letteratura per l’infanzia e per i ragazzi, tema sul quale ci si sofferma troppo poco e spesso in modo superficiale. Per buttarla giù dura, questa non è affatto letteratura minore, né si risolve nel riscrivere Solženicyn in parole semplici o aggiungendoci qualche illustrazione. Già scorrendo l’indice dei capitoli, ci si accorge che il tema di fondo del quale la letteratura per l’infanzia si alimenta, nella prospettiva degli autori dei vari contributi qui raccolti, altro non è che il rapporto tra l’essere adulto e l’essere bambino e, ancora più nel profondo, tra l’essere individuo e il mondo, a diversi stadi di coscienza, di percezione e di consapevolezza. La letteratura per l’infanzia, se studiata nei suoi diversi risvolti strutturali e nelle sue implicazioni anche filosofiche, diventa quindi il terreno sul quale si confrontano concezioni sui bambini come creature da formare e bambini come creature non ancora deformate: individui cioè che siano ancora capaci di intrattenere una relazione profonda con l’esistenza, non mediata, anzi, non limitata dalle calcificazioni dell’adultità le quali, più che rendere maturi, attrezzati e adatti alla vita, inevitabilmente (o forse no) rendono l’individuo più sordo e cieco, in fin dei conti più spersonalizzato e solo, più estraneo all’universo del quale è figlio ed al quale lo lega la sua propria essenza intima, più naturale finanche dei propri stessi legami famigliari. Questa è la specificità che viene coltivata dalla letteratura per l’infanzia: il momento in cui la maggiore manifestazione dell’essere avviene attraverso la propria intrinseca attitudine al divenire. Proprio su questo si sofferma Giorgia Grilli, che insegna Letteratura per l'infanzia e Storia dell'immaginario infantile all’Università di Bologna, autrice del saggio d’apertura della raccolta. I bambini sono finalmente considerati come alieni, «sono figli del cosmo tutto, a cui sentono di appartenere più che alle case, alle scuole, alle istituzioni culturali dentro cui li si vorrebbe trattenere»; essi «vedono cose che gli adulti non vedono, entrano in dimensioni che per gli adulti non esistono, o trasformano il qui in un altrove per lo sguardo con cui lo colgono». Proponendo un interessante parallelo con il pensiero di Darwin, sul punto, nel quale la trasformazione è il modo di declinarsi, in natura, del divenire, l’Autrice propone l’esperienza dell’infanzia come esperienza oceanica del cosmo, come ontologica compenetrazione tra l’io e il mondo che la letteratura per l’infanzia può meglio continuare a coltivare. Quanto più si fa centrale il tema del richiamo ancestrale, tanto più distante, nei fatti, diventa la visione, o la pretesa, di una letteratura per l’infanzia che fosse invece un catalogo dei manuali e dei protocolli per diventare adulti, e con ciò confinarsi da sé in un mondo definito e finito, perimetrato dalle abitudini e presidiato magari dal pensiero unico industriale.

Il saggio del quale riferisco troppo sommariamente è affascinante per le sue molteplici implicazioni. Sugli altri saggi che costituiscono questo interessantissimo volume, se mai ci dovesse essere un domani, non mancherei di tornare su queste stesse colonne. Per ora c'è un po' di vento, abbaia la campagna e c'è una luna in fondo al blu...

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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