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Martedì, 07 Novembre 2017 12:35

Mumble Mumble, Gulp

Scritto da 

gulp

Quando mi trovai di fronte gli altissimi scaffali, ridondanti di dorsi però vivacemente colorati, e la vasta superficie degli espositori orizzontali, dove gli albi e i volumi erano sistemati come vinili in profonde cassettine di legno, appena entrato nel reparto delle bandes dessinées,

nell’enorme libreria di Boulinier, al 20 di Boulevard Saint-Michel, mi spuntò in grassetto, tutt’attorno alla testa, un palpitante serto di punti esclamativi e di domanda, a due a due alternati. Era forse la prima volta che mi trovavo a Parigi, ero giovanissimo, e se solo avessi potuto avrei portato via un’infinità di cose. La mia curiosità era ingorda, ero stato un bambino e poi un ragazzino al quale non era permesso leggere i fumetti, salve eccezioni: col morbillo o con la febbre, per qualcheduna delle lunghe, molli ore in casa; talvolta, il pomeriggio inoltrato della domenica. Tuttavia nel frangente parigino mi muovevo tra due limiti, forse tre: avevo pochi franchi; tutto ciò che avessi comprato avrebbe fatto volume e peso nello zaino, sulle mie spalle. Eppoi c’era la questione dello smarrimento. Già: molto più che con i libri, non avrei saputo, non seppi cosa scegliere, su cosa orientarmi, dove guardare, che leggere, sfogliare. Il flashback mi parte scorrendo l’indice del volume di Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, Carocci Editore, Roma (2° edizione 2014). Mi pare tutto sommato un libro fortunato. Nella ancor più breve introduzione, è ben spiegato l’intento della carrellata che si propone sulla storia del fumetto, che come arte visiva ha poco più d’un secolo di età: affrontare la letteratura a fumetti come s’affronterebbe qualunque altra letteratura o la letteratura tout court, attribuendole la dignità che merita, in special modo oggi, che si può dire essa abbia raggiunto una certa maturità di contenuti e come fenomeno culturale e editoriale. In effetti per lungo tempo i fumetti sono stati considerati una specie di “sottoletteratura”, come la definisce l’autore, destinata ai bambini o a un pubblico adulto non di prima scelta, per dirla così. È pur vero che alle origini, quando non fosse trastullo di bimbi, in un contesto quale quello degli Stati Uniti dell’ultimissimo Ottocento, le strisce disegnate erano la lettura preferita di quanti, per nazionalità, lingua, origine o livello d’istruzione, avevano serie difficoltà anche nella lettura dei quotidiani. Tuttavia da allora il tempo è passato e le trasformazioni sia delle opere, che degli autori, che dei lettori, a tacer del resto del mondo, sono state profonde. Oggi il fumetto è una modalità espressiva narrativa che si affianca senza disagio alle altre, al romanzo, dividendo con pari dignità gli scaffali delle biblioteche private con opere tradizionali, facendosi leggere non solo da chi doveva ricorrere alle immagini per la poca dimestichezza con la parola scritta, bensì anche dai normali lettori di libri. Per aggiunta, si scopre che un passo più in là dello stereotipo, quella del fumetto è una cultura anche geograficamente diffusa. Non si limita soltanto all’ambito anglosassone e alla culla americana, non si nutre soltanto dell’antica tradizione italiana, e delle fitte relazioni che quest’ultima, anche per motivi contingenti o, come si scopre, per non infrequenti contatti o migrazioni di autori di punta, ha coltivato con quella argentina in special modo, o con la parallela esperienza francese. Sia l’indice sia la bibliografia essenziale danno, è vero, un risalto marcato a questi fenomeni, riservando soltanto un capitolo, breve, al manga giapponese, espressione, peraltro, di una terra e di una cultura in cui la narrazione per immagini vantava una tradizione antichissima, e qualche citazione, sul finire dell’opera, ai dintorni, alle periferie geografiche meno battute, richiamando magari la Marjane Satrapi di Persepolis, diventata, da simbolo di certo pensiero iraniano, a mio avviso, una di quelle immaginette delle quali pure il mainstream sempre si nutre per confermare se stesso. Tuttavia il volume non è certo un solo indice di nomi di autori e di personaggi e di opere. Sia pure sempre nella dichiarata brevità, esso dà conto delle tecniche narrative e di quelle costruttive dell’immagine, delle invenzioni grafiche e di quello che significano, delle tendenze stilistiche dei diversi autori, dello stesso evolversi della modalità di strutturazione della narrazione, della “grammatica” del narrare per disegni e testi. Scorrendo le pagine, un inesperto come chi scrive scopre con semplicità e con immediatezza quanto sia significativo il passaggio dalle didascalie sul fondo dei riquadri costanti e regolari al balloon che ospita il testo dentro le immagini, e ancor più, quanta carica emotiva possa annidarsi nel nero come nel bianco assoluti, e come sia talvolta visionario, talvolta liberatorio, scardinare, come pure fanno alcuni autori, l’impianto fisso delle vignette e il verso di lettura, per offrire all’occhio del lettore tavole uniche che compongono l’intera pagina, che sembrano evocare, lasciando libero d’esprimersi il percorso narrativo, più libere visioni sulla linea del tempo. Così, pure, l’autore non manca di indicare, per cenni, certamente, i temi stessi che la letteratura a fumetti, nel corso di questi decenni, ha sviluppato quando non provocato, i problemi anche di “visione” filosofica che essa s’è fatta carico di affrontare. Il caso forse più conosciuto è quello dei supereroi americani, attorno ai quali gli autori hanno dovuto costruire mondi contigui e coerenti tra loro, capaci di ospitarli in una visione collettiva, e strutturare il tema dell’umano troppo umano chiamato a responsabilità enormi, sproporzionate, attingendo finanche alla mitologia e alla sua narrativa. Ma non mancano l’indagine dell’uomo e sull’uomo, talvolta mascherata e talaltra esplicitata attraverso, magari, la “animalizzazione” dei personaggi, o la riduzione dell’umano ai termini primi nei quali si mostra quando esso ha ancora sembianze di bambino (i personaggi bambini dei fumetti sono numerosi e conosciutissimi). Non si manca di citare, ancora solo per esempio, tutto il filone fantascientifico che ha fatto spesso da innesco a elaborazioni consegnate ad altre espressioni artistiche, o alla cura che il fumetto s’è preso, in certi periodi e ambiti, della letteratura di genere, il noir e il giallo in testa, in momenti in cui i travasi dalla parola scritta a quella disegnata risultavano fecondi (cito per simpatia personale Léo Malet e Jacques Tardi, mentre sulla cultura degli universi e dei mondi altrove nel tempo e nello spazio, mi piace a mia volta richiamare Moebius e Enki Bilal). Non mancano, infine, nel volumetto, utili e concreti riferimenti al contesto culturale ed anche politico nel quale si sono inserite, storicamente, non soltanto le vene creative dei fumettisti ma anche le stesse esperienze e le scelte editoriali, le storie delle testate più conosciute, alcune delle quali, in special modo in Francia e in Italia, per certi periodi non brevi si sono incaricate di alimentare, sottotraccia, un certo dibattito politico, finanche un certo pensiero militante. Il volume, insomma, breve sin dal titolo, non esaustivo ma indicativo, che oggi mi è servito per proporre il tema di un particolare tipo di opere a stampa, poteva allora esser utile al ragazzo zaino in spalla fermo al venti di Boulevard Saint-Michel, dove a mano destra, a poche decine di metri, eterna fluiva la Senna. Bianco.                                                                                                                                      

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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