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Mercoledì, 22 Gennaio 2020 09:11

Molto rumore In evidenza

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Torno spesso con la mente, in questi ultimi tempi, più spesso da quando curo questa rubrica minima, alla casa della zia Chiara e al pomeriggio in cui, lei già nell’altrove, mi trovai circondato dai libri nel suo studio, dai libri e dal silenzio, cullato dalla luce tiepida del sole ponente che permeava le tende leggere per carezzare i dorsi dei volumi,

le lisce venature chiare dei legni dei montanti e dei ripiani della libreria che torreggiava sulle quattro pareti fino al soffitto alto, incorniciava i bordi della finestra, limitava la porta a vetri al suo opposto, incastonava un divanetto, su un lato.

Libri daccanto alle tende, libri alle spalle dello scrittoio e della sua poltrona. Ero giovane, lo scrissi già su queste colonne, inconsapevole più di ora, e di quel fondo dal fondo del quale avrei potuto trarre chissà quali infiniti insegnamenti e percorsi, seppi sul momento tenere per me, tra tutti quelli che erano stati lasciati, pochi, pochi volumi, la cui selezione, che operai in solitudine in quel pomeriggio, oggi non mi è chiara, volta a volta essendomi apparsa poi, nel tempo, per ogni titolo, ermetica, o profetica, troppo facilmente a posteriori.

Tra altri, due volumi non lessi mai per intero, presi tra le mani tante volte in tutti questi anni, solo sommariamente sfogliati e ogni volta riposti, due volumi di poesie della Nuova collana di poeti tradotti con testo a fronte, per i tipi di Einaudi: uno di Paul Éluard, edito nel 1955, uno di Borís Pasternàk, edito nel 1957. Entrambi rilegati a filo refe, in brossura, senza immagini se non lo struzzo nell’ovale a ammonire che “Spiritus durissima coquit”, con le informazioni di copertina in maiuscoletto corsivo e bianchi del bianco che fu negli anni ’50, la sovraccoperta di velina trasparente che sul dorso e agli spigoli, in entrambi i volumi, nobilmente mostra le offese, anche laceranti, del tempo, avevano tuttavia le segnature intatte, non essendo state mai separate le pagine per il taglio di testa e per quello concavo. Ogni volta che li prendevo, l’uno o l’altro, mi provavo per un istante a indagare col polpastrello dell’indice, in alto o, in basso, col pollice, sollecitando quei bordi, per comprendere se fossero fogli in ottavi, o dodicesimi, o sedicesimi, o ventiquattresimi, o... Poi mi domandavo se una tale bellezza, la carta stampata su più lati con pagine la cui sequenza sarebbe risultata coerente secondo gli ordinali arabi soltanto dopo la piegatura, questo fiore di lettere dai contenuti già fissati a piombo e però ancora così immanifesti, potessi mai io recidere con una lama, e immancabilmente mi dicevo che no, non potevo, non avrei potuto. Lessi alcune pagine, quelle all’inizio, evidentemente, e alla fine dei fascicoli, le uniche totalmente visibili. Rare poesie chiuse in una sola facciata, delle più scorsi i primi versi, o gli ultimi, o una casuale sequenza di strofe di mezzo di componimenti, per me, senza titolo. Indugiai, per il resto, con lo sguardo nei “sacchetti” aperti solo per un lato, raggranellando con gli occhi parole come scaglie.

Quelle medesime sensazioni, dimenticate tra le pieghe del tempo – “tra le pieghe del tempo”, un bel modo di dire, che fatalmente s’accorda a quelle pieghe dei libri e sul quale dunque occorrerebbe fermarsi – ritornano tutte assieme quando mi ritrovo tra le mani, fresco d’acquisto, un volumetto di Paolo Albani, Il complesso di Peeperkorn. Scritti sul nulla. Pubblicato nel 2017 per i tipi di Gaffi, in Roma, editore che ha rilevato la storica Casa editrice ItaloSvevo di Trieste della quale ripropone la collana dal titolo Piccola biblioteca di letteratura inutile, a questo libro, l’undicesimo della collana, stampato su carta pregiata, la cui anima rilegata con cura riposa sotto una copertina di cartoncino con un labbro pronunciato e dalle ampie bandelle, è stata risparmiata la raffilatura meccanica delle pagine: è ancora intonso. Un nuovo libro nella mia modesta biblioteca, un libro nuovo, così nuovo che l’ordine delle sue parole è ancora dipendente da un mio gesto. Il mio stupore bambino di un momento per questa cosa inattesa, ora che sono più maturo di un tempo, o semplicemente più vicino di allora al mio compimento, questa volta, non senza esitare, dopo averlo ammirato qualche istante, mi guida: la mia mano si arma di una lama, provvede a liberare l’arcano complessivo dei suoi contenuti con gesti rispettosi, ma risoluti, del polso, divide i fogli con recisioni nette, dalle quali pure, infine, deriva un frastagliato bordo, costituito dall’accumulo di tante sfrangiature della carta, sul quale pure i polpastrelli, e poi gli occhi, insisteranno rapiti, offrendo un ulteriore fatuo intrattenimento per la mente.

E difatti la prima cosa che viene alla mente, troppo facile e tuttavia non banale, è una domanda che non so bene come porre, tra me e me, e parrebbe riguardare struttura e oggetto della narrazione, di una narrazione qualsivoglia, e il senso profondo che risieda in essi: il medesimo libro, che pure “oggettivamente” dice qualcosa quando lo si possa sfogliare integralmente, nasconde un insieme infinito di ulteriori percorsi e significati, se solo lo si scorre per salti, se lo si lascia intonso, se se ne leggono delle pagine, perché aperte, e delle altre se ne spiino soltanto parole a gruppi, a frammenti. Che rapporto corre tra queste differenti narrazioni? Il significato di quanto è custodito nelle piegature dei fogli ancora non dischiusi di un volume intonso non è semplicemente un addendo mancante alla diuturna addizione della narrazione esistenziale, allo svolgimento del tema, è qualcosa d’altro la cui somma non equivale algebricamente alla differenza con essa; è piuttosto una semiretta che potrebbe portare altrove, o una corda, o forse l’arco a cui essa è sottesa, del cerchio della storia.

Ancora: dove finiscono, o dove sono, tutti quei pezzi della realtà narrativa nascosti allo sguardo, gelosamente custoditi dalle piegature di un sedicesimo intonso, che non si rivelano, che non si fanno leggere? Cosa raccontano a un “nessun lettore” di quei fogli?

Sappiamo, sospettiamo che l’esistenza stessa non sia raffigurabile a cuor leggero con la sola geometria piana, e dunque: su quale piano della realtà riposano questi infiniti mondi intonsi, queste storie percorse da non storie, queste trame cicatriziali, o questi svolgimenti che sono lineari solo a patto di esser disposti a tagliare dei bordi nella continuità mappale della carta su cui sono scritti, questi rivoli d’alternative, queste pagine mancanti alla nostra capacità, e alla nostra disponibilità, di comprendere?

Non credo esista nessuno che, almeno una volta nella vita, inciampato per caso in un dettaglio assolutamente banale, minimo, apparentemente insignificante anche solo della vita materiale – aver tenuto in mano un libro intonso, nell’atto di decidere se aprirlo – non si sia sentito precipitare per un istante nell’assurdo, e non abbia provato il calore e il freddo che da esso promani, e non abbia percepito, più che compreso, come la sua, la nostra esistenza, con tutta la teoria di riscontri materiali, e tutto il circo delle relazioni certe tra le cose, e le sue e le loro leggi, stia sul pelo di questo liquido che non si può definire, scuro e impenetrabile allo sguardo, costantemente, pericolosamente sul livello di sfioro, tenuta assieme dalla sola densità superficiale dell’energia di legame, come l’acqua in un bicchiere colmo oltre il bordo e che ancora non si versi, oltre il quale il nulla.

Il complesso di Peeperkorn è, nelle dichiarate intenzioni dell’autore, un saggio su un tema, il nulla, che ha sempre affascinato scrittori, artisti, filosofi. Il primo dei pochi, brevi scritti che compongono l’opera si concentra su una Guida al nulla, compilata dal praghese Jaroslav Hašek (autore del quale, scorso un profilo sull’immancabile Wikipedia, mi prometto di leggere presto qualcosa), che sarebbe «una guida in senso stretto, tecnico-turistico, una sorta di Guida Michelin o del Touring Club [...] per il turista che desidera visitare i luoghi dove non c’è nulla, realmente nulla e dove quindi non è obbligato a quello sport ossessivo tipico dei vacanzieri [...] nel tentativo di accumulare segni e impressioni dello spazio circostante». Segue, tra gli altri scritti, uno in cui l’autore affronta l’analisi di una potente e infida espressione idiomatica che dice “come se niente fosse”. L’autore riflette sul fatto che, nel linguaggio comune e evidentemente nel comune sentire – e altrettanto evidentemente in maniera fallace – il nulla sia uno stato che possa essere raggiunto con facilità. In quelle righe, Albani, che ricordo essere un patafisico nonché un membro dell’Opificio di Letteratura Potenziale, cita Emanuele Severino, riportandone un pensiero tratto da Il nulla e la poesia, riferendo che il filosofo sostiene «che l’essenza del pensiero occidentale è il nichilismo, la persuasione che gli enti, ossia le cose che sono, propriamente non siano; le cose, spiega Severino, appaiono nella loro nullità perché il nulla, ossia l’emergere dal nulla e lo sprofondarvi, è l’evidenza prima.».

Sul movimento evocato da Severino, questo andamento ondoso di marea dell’Essere, tanto lontano dalle prescrizioni dell’amato Parmenide, così indulgente e morbido nel descrivere il ciclo diuturno delle cose nel loro divenire, e così duro e categorico nel separare sempre ciò che è e non può che essere da ciò che non è e non può essere, so già, si, sospetto, insomma, che tornerò.

Incontro, sempre tra le pagine del volumetto di Albani, la citazione di un passo di Storie di cronopios e di fama, di quel Julio Cortázar che fu una delle mie più contente letture giovanili, in cui questi, in apertura del paragrafo Istruzioni-esempi sul modo di avere paura, scrive: «In un paese della Scozia vengono venduti libri con una pagina bianca sperduta in un punto qualsiasi del volume. Se un lettore s’imbatte in quella pagina allo scoccare delle tre del pomeriggio, muore.». Cortázar, e con lui Adolfo Bioy Casares, e con loro l’ineffabile Jorge Luis Borges, mi riporta a un grumo di letture dei miei vent’anni, dalle quali trassi molte suggestioni sull’essere e sull’apparire, sulla luce e sull’ombra di cui s’ammantano le cose, sulla coerenza e sull’assurdo che, quale supremo duumvirato, assieme tutto governano. Quelle che allora, alla mia giovinezza di lettore, appunto, furono gioie limpide per un mondo che appariva reale ma poteva esser letto e scritto come fantastico – e valeva anche il reciproco, di un mondo, cioè, che appariva fantastico ma poteva leggersi e scriversi come assolutamente reale –, oggi mi restituiscono un interrogativo in più, mi portano a domandarmi se non fossero, quelli descritti da quegli autori, i paesaggi di confine dell’essere, i luoghi e i momenti in cui quel che è, senza che possa essere per davvero, sia sulla mappa dei territori della realtà da segnarsi come un avamposto del nulla, che chiamiamo nulla solo perché non sappiamo, o non vogliamo, ostinatamente, chiamarlo altrimenti.

Comunque sia, Il complesso di Peeperkorn, al quale mi ancoro per non perdermi, prende il titolo dal saggio centrale nel quale Paolo Albani parla di un personaggio de La montagna incantata di Thomas Mann, un olandese delle colonie che ha l’abilità, o la semplice caratteristica, di parlare molto per non dire niente. Questa facoltà di Peeperkorn, si badi, Albani lo chiarisce, va molto oltre persino la figura retorica della preterizione, che consiste nell’esprimere la volontà di non dire quello che in realtà si sta dicendo, come nella frase “Ho una sete che non ti dico”, ma che non trova altra definizione per il suo “contrario”, il suo “rovesciamento”, e cioè dire qualcosa in realtà per non dire niente.

Che cos’è, allora, mi domando, questo niente che pare prendere forma e luogo di una gemma, stretto in un castone di parole, racchiuso addirittura nella gabbia finemente cesellata di un dire o di un narrare?

Forse un’accennata assonanza tra nomi, forse un nulla, mi richiamano alla mente quel paragrafetto tra le Pagine esoteriche in cui Fernando Pessoa parla dell’Uomo di Porlock. Si narra che Samuel Taylor Coleridge, il poeta inglese, durante un suo soggiorno in una solitaria tenuta tra i villaggi di Linton e di Porlock, avesse composto, per intero e in sogno, il suo poemetto intitolato Kubla Khan, e che una volta sveglio, avesse preso materialmente a scriverlo. Tuttavia, giunto a una trentina di versi già vergati, gli fu annunciata la visita di “un uomo di Porlock”, che il poeta si sentì obbligato a ricevere. Dopo la visita, al momento di rimettersi a scrivere, Coleridge s’accorse che il più era svanito, riuscendo a concludere poco più che l’ultima ventina di versi. Il Kubla Khan rimase un frammento, o un insieme di frammenti, l’iniziale e il finale, e il corpo del poema, che certo descriveva realtà e mondi fantastici, pure tutto visto anzi composto nel sonno del poeta, non approdò mai ai lidi di questa realtà.

Dov’è, dove si trova il resto del Kubla Khan di Coleridge? – io mi domando. Sarà stata una coincidenza fortuita – così si domanda Pessoa – a disturbare una comunicazione fra l’abisso e la vita?

«Il fatto è» dice Pessoa «che tutti noi quando componiamo, anche se siamo svegli, è come se lo facessimo in sogno. E a tutti noi, anche se nessuno viene a trovarci, si presenta dal nostro intimo “l’Uomo di Porlock”, il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce (quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l’interruzione fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita, di noi stessi [...] Questo visitatore – perennemente sconosciuto perché, pur essendo noi, “non è nessuno” –, questo seccatore – perennemente anonimo perché, pur essendo vivo, “è impersonale” – tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza nostra, fra l’inizio e la fine di una poesia concepita per intero, che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe, se ci fosse stato, l’espressione stessa della nostra anima.».

Ecco ancora una immagine di questo nulla, che attira a sé come il vuoto attira il mercurio nella colonnina del barometro di Torricelli, che resiste, strenuamente resiste a due tiri di otto scalpitanti cavalli, come il vuoto racchiuso nelle semisfere di Magdeburgo nell’esperimento di Otto von Guericke.

«“Dunque esistono?” domandò l’altro scrittore. “Lavori con personaggi veri?” “Sono veri dal momento in cui li hai immaginati”, rispose lo scrittore, non del tutto convinto di quel che stava dicendo. La conversazione lo annoiava.».

Iniziavo questa divagazione gratuita sul nulla suggestionato dalla potenza evocativa di un oggetto materiale, un libro intonso, che immaginavo comprendesse nel suo segreto di fogli piegati e cuciti per un lato, innumerabili universi narrativi, ulteriori, alternativi e diversi da quello, pur’esso mai totalmente sondabile dell’unica lettura predisposta, e mi domandavo se questi universi narrativi alternativi, come stringhe di universi fisici che i fisici oggi sanno solo – certo, con rigore cartesiano – postulare, potessero, si, insomma, possano dirsi esistenti o siano invece nulla.

Azzardai già una volta, da queste colonne, senza averne assolutamente titolo, competenze e forse capacità stessa di comprendere e quindi di citare, di riferirmi a quello che sulla “assenza di libro” diceva Maurice Blanchot nelle ultime pagine de L’infinito intrattenimento. «Per il libro passa la scrittura che sparendovi vi si realizza», scrive Blanchot e, ancora, «La scrittura resta al di fuori dell’arbitrato tra l’alto e il basso.». Venivo stavolta irretito da quella «uscita fuori dal mondo, verso un luogo che non è un non-luogo né un altro mondo» descritta da Jacques Derrida nelle prime pagine de La scrittura e la differenza, con riferimento all’atto letterario, che nella prospettiva dell’autore comprende e accomuna scrittura e lettura. Scrivere, dunque, arriva a dire Derrida, «È anche non poter assolutamente far precedere allo scrivere il suo senso», concludendo: «Di che cosa vivrebbero i libri, che cosa sarebbero se non fossero soli, e in quanto soli, mondi infiniti e separati? Scrivere è anche sapere che ciò che non è ancora prodotto nella lettera non ha altra dimora».

Stavo, insomma, per risalire fino a Leibniz, e per esso a un’idea di biblioteca infinita dove un numero infinito di libri descrive un infinito numero di realtà, e stavo per arrendermi riflettendo sul fatto che davanti a infiniti – e ancora inimmaginati? – mondi il nulla non arretri, non rimpicciolisca e, probabilmente, neanche si faccia un pochino da parte, quando in una delle mie parallele letture in contemporanea, un delizioso volumetto delle edizioni Iperborea, compariva questo frammento di dialogo: «“Dunque esistono?” domandò l’altro scrittore. “Lavori con personaggi veri?” “Sono veri dal momento in cui li hai immaginati”, rispose lo scrittore, non del tutto convinto di quel che stava dicendo. La conversazione lo annoiava.».

Cees Nooteboom, olandese classe 1933, il Nooteboom di Philip e gli altri, de La storia seguente, e anche de Il canto dell’essere e dell’apparire, che per l’appunto scorrevo, è uno scrittore che sento a me molto vicino, familiare, nelle sue curiosità e nelle sue costruzioni, nei suoi tormenti e nei suoi giochi, spesso praticati davanti lo specchio inclinato dello scrivere riflettendoci sopra. Già dalle prime pagine di questa ultima storia, nel dialogo tra due scrittori, vedo riaffiorare la suggestione di Severino, questo affacciarsi del nulla nella realtà, prima col dubbio che certi personaggi di libri esistano davvero o meno, poi, molto “visivamente”, questo svelarsi, dall’ombra del non essere, alcuni loro tratti, non ancora i loro contorni. «Negli spazi deserti dove i suoi pensieri ora si soffermavano, [...] percepì vagamente i contorni d’una figura di militare.», così accade a uno degli scrittori, nella storia, di assistere al venire ad esistere di uno dei suoi personaggi. E ancora: «Gli scrittori, pensò lo scrittore, immaginano una realtà in cui non hanno bisogno di vivere, ma su cui hanno potere. Scostò il foglio che gli stava ancora così bianco davanti. Era poi vero, in quel caso? Aveva potere su quei due volti che con tanta lentezza vedeva delinearsi? O non erano loro ad avere potere su di lui?».

Dunque, il nulla, questa alternativa all’essere, dippiù, questo estuario o questo delta che incessantemente, come i percorsi che non percorsi quel pomeriggio nello studio-biblioteca della zia Chiara, mena come affluente all’essere, questa diversità ambigua, non detta e impredicabile ma, che io sia perdonato, presente, quanto ci è vicino? Quanto ci è intimo? Quanto ci costituisce?

«“Tu credi che il mondo esista solo se tu scrivi.», continua Nooteboom, «Tu che non vuoi scrivere – presumo infatti che se uno non scrive per tutto questo tempo in realtà non voglia scrivere, o non ne abbia il coraggio – hai più fede nella scrittura di quanta ne abbia io. Se infatti il mondo esiste solo nel momento in cui scrivi, allora credi che anche tu esisti solo nel momento in cui scrivi. E questo significa”, disse appoggiandosi con un certo compiacimento allo schienale, “che devi continuamente decidere se vuoi davvero esistere o no. tu non hai dubbi sulla realtà dei tuoi personaggi, li hai sulla tua realtà. Se puoi inventarti qualcuno, allora qualcuno può essersi inventato te.”».

E, infine, ancora: «“Simulare la verità per evitare d’essere nulla”, disse l’altro scrittore non senza pedanteria, con il tono di voce di chi cita. “Sai chi l’ha detto?” “Pessoa.” Lo scrittore lo disse a fatica, come ammettendo un errore.».

L’anello si chiude, il collo dell’otre di Klein, ancora una volta, dal fondo, senza bordi, si versa, dal fianco della stessa bottiglia, di nuovo al suo interno.

In assenza di precise istruzioni, immagino che mai avrei parlato così apertamente del nulla, non mi sarei risolto a esporre così risolutamente il tema non detto, il primo elemento strutturale della mia narrazione personale, simile più a un anello che a un atomo, o una sfera, o un punto o una linea, struttura che mi pare richiami quella di un otre di Klein, senza bordo e senza distinzione o discontinuità tra dentro e fuori, costituito esso stesso di un circuito attorno a un’assenza.

Né avrei immaginato che, proprio in argomento, mi tornasse alla mente una frase che scrissi in un romanzetto giovanile, nel quale l’io narrante diceva al suo immaginario interlocutore: “Tu mi hai vietato di parlarti del nulla”. In assenza di precise istruzioni, qui formalizzate nel tema proposto per questo numero della rivista, non sarei stato spinto a guardare in faccia o nell’animo del protagonista della mia storia, quella storia che sto scrivendo da secoli e che molto mi dà da pensare, che sempre più spesso, proprio nel suo non progredire, mi appare come un esercizio di scrittura indotta, di scrittura automatica, quasi un effetto ideomotorio di quanto, riverberando in me, si muove nell’altrove. Lui, R., il protagonista della storia, lo avevo chiamato così interlocutoriamente già una volta su queste colonne, e dunque R., non aveva nulla da dire. Non aveva avuto, per una parte significativa della sua vita, nulla da esprimere, non una storia da riferire, non una ricerca da sviluppare, un fatto, un accadimento, un gesto, non una fantasia cui dare forma; nulla. E tuttavia era, è, quello, un nulla che urge, o quantomeno un nulla che preme, e che sempre gli aveva chiesto di scrivere. Tutto qui, verrebbe quasi da aggiungere.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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