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Martedì, 27 Febbraio 2018 17:21

Metonimia per sempre, addìo metonimia

Scritto da 

Scrivere63

Come molti di quelli che non ci sono mai stati, conosco il Giappone per aver visto qualche pellicola di Akira Kurosawa o di Takeshi Kitano o, soprattutto, per aver letto, immancabilmente, con tutta la riflessione possibile, L’impero dei segni di Roland Barthes.

 

Il Giappone – come per altri versi è Parigi, secondo l’insegnamento di Italo Calvino – è un luogo della mente, un altrove dalla forte attrattiva intellettuale, e il fascino che esso esercita sulle persone comuni, come me, dal profilo quasi irrimediabilmente occidentale, è proprio, se bene intendo la lezione di Barthes, la sua distanza dai domini della “semiocrazia”, come lui la chiama, dal potere pressoché assoluto nella cultura occidentale del significato, esercitato costantemente, pesantemente, sui significanti, sui segni, sui gesti, sulle pure forme. Torno alla mia personale idea del Sol Levante in una delle mie incursioni, sempre fortunate, nel comic store del mio amico Giulio Laurenzi – che cito non certo per fargli pubblicità, bensì per metodo, essendo anche lui medesimo conosciuto e apprezzato fumettista –, quando lui, traendola di tra gli innumerabili tesori che custodisce, mi mette nelle mani la ruvida brossura di Quaderni giapponesi. Un viaggio nell’impero dei segni di Igort (Coconino Press - Fandango Edizioni, 2015, ottava ed. 2017). Giulio conosce i miei gusti in fatto di fumetti, e sa che oltre il francese, pressoché tutto e sopra tutto quel Jacques Tardi che così struggentemente disegna le storie di Léo Malet, e oltre certe tendenze oniriche astratte italiane alla Matticchio, il fumetto orientale, soprattutto quello dalle linee pulite e dai segni rarefatti, dei temi esistenziali custoditi nei chiari e delicati paesaggi dell’infanzia e negli insegnamenti didascalici della natura stessa – penso a Jirô Taniguchi de La montagna magica – per molti tratti è vicino a certe architetture della mia fantasia. Igort, e cioè Igor Tuveri, è tra i fumettisti italiani con dignità di citazione che si ritrovano nella Breve storia della letteratura a fumetti di Daniele Barbieri, della quale parlavo qui: http://www.goccedautore.it/scrivere/mumble-mumble,-gulp.html, su queste medesime colonne. Quaderni giapponesi è un leggero, profondo, delicato, suggestivo diario che Igort scrive e disegna in occasione di una sua lunga permanenza in quel Paese negli anni ’90, a lungo sognata e che gli si presentò come possibile proprio grazie al suo lavoro di fumettista. E in effetti, lo sguardo con il quale si abbraccia quella realtà è quello di un giovane autore europeo. «Quando misi piede per la prima volta alla palazzina anni Trenta della Kodansha era il maggio 1991», ricorda Tuveri, riferendosi alla più grande casa editrice nipponica che in quel periodo, e proprio anche con lui, avviava per la prima volta una inedita collaborazione tra autori locali e autori europei. Igort, ancora ragazzo, anche lui aveva letto Barthes, e vieppiù da disegnatore era rimasto ancora più profondamente colpito da una cultura che faceva dei segni, del segno, il più profondo linguaggio. Nelle splendide pagine ridondanti di meravigliosi quadri, Quaderni giapponesi propone dunque una lettura, in soggettiva, di quella cultura, con gli occhi di un fumettista, capace di percorrere con sensibilità quella millenaria storia, dalle stampe secolari dei grandi maestri come Hokusai, come Utamaro, fino alle contemporanee edizioni delle strisce dei personaggi a fumetto più popolari, costeggiando i più significativi momenti del passato, soprattutto recente, di quella Nazione, per come i grandi autori di cartoni locali erano riusciti a tradurla in disegni, senza mancare di andare a ritroso fino a conoscere, e a fermare sulla sua carta da disegno, i significativi fondamenti del pensiero, del sentire, e del vissuto della cultura giapponese. Da un canto, quindi, scorrono gli appunti del viaggiatore. Il breve prologo del suo sogno giovanile, il suo approdare in un quartiere tranquillo, in un monolocale dagli spazi ridotti, del quale egli disegna financo la pianta: quattordici metri quadrati, poco più di una casa di bambole, riferisce l’Autore, dove egli presto avrebbe imparato a disegnare su una scrivania minuscola, alla periferia di questa vasta, moderna e però anche molto tradizionale e rarefatta città orientale, quale è Tokio. Tokio, la metropoli di nove milioni di abitanti, ancora strutturata come un agglomerato di villaggi, dove non parlare il giapponese e il non conoscere gli ideogrammi rende temerario anche prendere un autobus. Tokio, città della quale già Barthes aveva sapientemente indicato la caratteristica precipua nel suo ruotare attorno a un centro vuoto, la dimora dell’Imperatore, «questo cerchio la cui cima bassa, forma visibile dell’invisibile, nasconde il “nulla” sacro. Una delle due città più potenti del mondo moderno […] il cui centro stesso non è altro che un’idea evaporata, che sussiste non per irradiare qualche potere, ma per offrire a tutto il movimento urbano il sostegno del proprio vuoto centrale». Tokio, nel tratto delicato ma attento di Igort, avvolto in tenui macchie di colore, è il luogo stesso dove la nostalgia è immanente, che si rivela agli occhi e all’animo, contemporaneamente, nel suo paesaggio di case di legno e carta di riso, che viene custodita nei luoghi silenziosi del raccoglimento religioso, nella ritualità sorvegliata e gentile dei gesti. Le pagine illustrate e la narrazione di Quaderni scorrono con la gentilezza dello sguardo di Igort, che scopre il mondo dei disegnatori orientali, il loro particolare modo di lavorare, le loro tecniche e la filosofia che li ispira e, con essi, assieme ad essi, partendo da ciò, vede rivelarsi il significato implicito, mai dichiarato ma – azzarderei io –, immanente nei loro gesti, nei loro riti, finanche nella topografia, nei colori e nei tratti sia del reale, che delle riproduzioni della realtà medesime. Con i fumetti e con le storie, con i personaggi negli anni succedutisi e popolari nel Giappone, Igort ci fa conoscere i miti degli antichi eroi, poi i guerrieri, i militari, i lottatori, ci fa ripercorrere le vicende di un popolo millenario, tradizionale e orgoglioso, e la sua riduzione alla storicità degli eventi moderni, il suo smarrirsi e il suo rinnovarsi assieme nel bruciante gioco della guerra, fino alla sua modernità che conserva, in ogni sua espressione, una magica dualità di presente e di antico, di concreto e di ascetico (più che di trascendente, se sono autorizzato ad azzardare). Igort racconta le sue vicende di collaboratore della Kodansha: dal rituale degli incontri con i colleghi, con i capi, e anche col capo dei capi della casa editrice, alle prove cui viene sottoposto (tavole e tavole da consegnare, per lunghi giorni di seguito, senza avere che poche ore per dormire) in un Paese dove il lavoro è a suo modo sacro, alla cameratesca condivisione con i colleghi degli epifenomeni della cultura popolare locale, i B-movie di storie di Yakuza, erotiche o di samurai, alla scoperta delle produzioni nipponiche di fumetti, create in edifici popolati di intere squadre di editor, dove sono spesso archivi di immenso materiale documentario, fotografico e d’altro tipo, necessario per rendere attendibili le ambientazioni delle storie e delle singole immagini da disegnare, ai ritmi infernali del lavoro di squadra, che porta autori nipponici come lo stesso Taniguchi a produrre sessanta pagine al mese, quantità di disegni che un disegnatore occidentale produceva quasi in un anno, alle magnetiche personalità di diversi altri disegnatori, alle tecniche compositive delle storie, che pure lui non disdegna di applicare (quelle “strategie oblique” che, in musica, usava lo stesso Brian Eno, che Igort appunta nei Quaderni proprio come Barthes cita tra le sue pagine, e che pare abbiano origine da teorie matematiche non estranee al pensiero taoista), all’occupazione delle editor più giovani alle quali veniva affidato il lettering delle tavole, al loro esclamare “kawaii”, che suonerebbe come “carino”, nello scoprire le vicende degli eroi di carta ai quali lavorano, alle migliaia e migliaia di lettere dei lettori delle storie, che tentano, con suggerimenti, con richieste, con apprezzamenti, di entrare loro stessi, coralmente, nella scrittura del destino dei loro beniamini a fumetti. La sua esperienza diviene anche occasione per andare a ritroso su quegli elementi del pensiero orientale che aveva incontrato, come molti, nelle letture fatte in occidente, e che tuttavia solo adesso si possono comprendere appieno, comprendendone il contesto e il sostrato: è questo il caso della citazione della letteratura di Yukio Mishima, da noi decenni fa da molti additato come una specie di “fascistello”, mentre andava considerato come un uomo fragile, molto fragile, “un essere di vetro” – secondo le espressioni scelte dallo stesso Taveri –, con quel suo canto d’amore finale per i valori del suo Giappone che lo portarono alle estreme conseguenze personali, a fare quel HaraKiri con il quale si proponeva di denunciarne la decadenza. Mi viene da domandarmi, incidentalmente, cosa abbia io stesso mai potuto comprendere degli scritti di Mishima, che pure incontrai da giovane, quelle Lezioni spirituali per giovani samurai, quel Confessioni di una maschera, che lessi nelle edizioni tascabili dell’Universale Economica Feltrinelli e costavano allora lire diecimila, mentre al contempo leggevo anche Banana Yoshimoto di Tsugumi o di N.P., nelle stesse edizioni e prima che diventasse un fenomeno di moda nelle nostre librerie, la quale invece ricordo che non mi entusiasmò, tanto che di quanto letto in quelle pagine ricordo soltanto che a un certo punto qualcuno prepara del sushi. Igort è più profondo di me, non v’è dubbio, e continua a vagare, e puntualmente annotare, tra i precetti di Ekiken, samurai del 1600, e il culto del crisantemo, questo splendido fiore dai mille significati, stilizzato come un sole dai tredici petali; ad andare per le vie di Ryugoku, il quartiere del Sumo, e quelle dei quartieri dei divertimenti, tra le quali si apprende del significato di “Iki”, che sta a indicare persone profondamente esperte dell’arte dell’amore, e che porta all’Autore, ben oltre le cortine delle pratiche risalenti e moderne della prostituzione, a seguire le tracce di antiche storie come quella di Abe Sada, donna a quell’arte dedita, la cui vicenda paradigmatica pure in occidente fu conosciuta grazie a Ecco l’impero dei sensi, il film che Nagisa Ōshima ne trasse nel 1976. I Quaderni di Igort hanno ancora posto per accogliere le testimonianze e gli epigoni della trasformazione di una società anticamente divisa nelle quattro caste dei samurai, degli agricoltori, degli artigiani e dei commercianti, nell’ordine digradante d’importanza, e di annotare la triste esistenza degli infimi, i “burkamin”, per lo più dediti a mestieri che avessero a che fare col sangue, e che erano condannati a un radicale e insuperabile isolamento sociale. Fantasmi, questi, di un passato mai passato del tutto, se l’Autore deve puntualmente annotare come Google, sovrapponendo oggi le fotografie satellitari della città di Tokio alle vecchie mappe ove erano segnati i perimetri delle zone entro i quali i burkamin erano confinati, di fatto renda facile ogni indagine sull’origine di qualsivoglia abitante, e impedisca ancora oggi, grato l’oblio, di voltare pagina per molta parte di quella popolazione. Il crepuscolo di certa civiltà nipponica si presenta, nella Storia, con il tragico canone della guerra e dei suoi effetti, con il volto dei soldati bambini, costretti a imbracciare le armi a pochissimi anni di età. Esso crepuscolo prende forma, negli appunti di Igort, con le sembianze dei sorridenti soldatini animali o bambini delle storie illustrate da luccicanti colori dell’epoca, con le videocassette che ne riproducono le gesta nei cartoni animati di allora, tristi proprio nel loro essere innaturalmente leggere e forzosamente divertenti. “Man-ga”, come ricorda Igort, che vuol dire “immagini disimpegnate”, era stata fino ad allora la stragrande produzione a fumetti nipponica, e solo tardi, solo nel 1956, a voler mettere una data a beneficio di quelli che si sentono rassicurati sempre da una precisa datazione su ogni cosa, con l’espressione “geki-ga”, coniata da Tatsumi Yoshihiro, altro notevole fumettista, nacque un movimento che s’incaricò di esprimere l’inesprimibile, stavolta con “immagini drammatiche”. Un lungo racconto, quello di Igort di Quaderni giapponesi, suggestivo assai, che fa della tecnica narrativa eletta oltre che strumento anche occasione per parlare di una grande civiltà. A me molto gradito, perché mi pare che dimostri una volta ancora che occuparsi di libri che parlano di libri – o di fumetti che parlano di fumetti – significhi in definitiva di occuparsi, potenzialmente, d’ogni umana cosa. Dei bellissimi disegni non dico; essi, si, sono da guardare. Omaggiando, per rimanere in tema, i precetti del wabi-sabi, che chi non conoscesse spero si senta così sollecitato a scoprire, decido di non chiudere queste modeste righe, e ricordo soltanto la feroce nota – estetica, certo – che Roland Barthes formulava sull’Occidente, quando scriveva che esso «inumidisce di senso ogni cosa, alla maniera di una religione autoritaria che imponga il battesimo all’intera popolazione; gli oggetti del linguaggio (fatti con la parola) sono evidentemente dei convertiti di diritto: il senso primo della lingua richiama, metonimicamente, il senso secondo del discorso e questo richiamo ha valore di un vincolo universale.». Da questo ammonimento traggono forza entrambi, Quaderni giapponesi di Igort come L’impero dei segni di Barthes, sul quale quello si costruisce quale puntuale contrappunto. «Il testo non “commenta” le immagini. Le immagini non “illustrano” il testo: ognuna è stata per me soltanto l’inizio di un vacillamento visivo, analogo probabilmente alla perdita di sensi che lo Zen chiama un satori», scrive Barthes, dimostrano entrambi.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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