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Lunedì, 03 Luglio 2017 15:27

Le solitudini e i libri

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Non leggo narrativa dal venti febbraio duemilasei. Da allora mi nutro soltanto di saggi, le eccezioni sono state rare, rarissime.  

 Per converso, ogni volta che viaggio, necessario come il nécessaire di galenici e strumenti per la manutenzione del corpo, per lo più retaggio del giovane ipocondriaco che fui, ho sempre qualche libro con me. I libri li scelgo ogni volta per mood e per ingombro; il pratico e il metafisico si combinano così. Così, qualche giorno fa, alla vigilia di una partenza, mentre sistemo l’attrezzeria del mio strumento - il mestiere del batterista consiste nell’armare un cantiere, suonare magari, disarmare il cantiere, fare manutenzione -, emergendo esso tra le meccaniche, mi ritrovo tra le mani una copia di Una solitudine troppo rumorosa, di Bohumil Hrabal. Mi era stato regalato anni fa da un’amica e quindi, dovrei ritenere, almeno ai suoi occhi di allora questo libro dovrebbe avere qualcosa a che fare con me. Brossura, tascabile (Einaudi) di centoventi pagine circa, motivo sufficiente per metterlo con un paio d’altri in valigia. E sono qui a scrivere su di una delle rarissime eccezioni tra le mie letture degli ultimi quasi dodici anni. Hanta è un tizio che in una cantina di un palazzo nella città di Praga da trentacinque anni lavora a una pressa meccanica che compatta carta d’ogni tipo e la riduce a parallelepipedi di stampati, per lo più, destinati a diversi opifici. Hanta è descritto in una assoluta solitudine, costantemente intriso di birra, costantemente, e pericolosamente, a contatto con i libri, tanti libri, milioni di libri di ogni genere, destinati al macero, al suo macero, deprivati agli occhi di tutti, evidentemente, ma non ai suoi, evidentemente, di ogni altra dignità, di ogni altro valore che quello della materia di cui sono fatti, la carta, tanto da essere avviati al destino comune con ogni altro tipo di carta, financo con gli involti sanguinolenti delle botteghe dei macellai, ancora rutilanti di mosche carnarie. Hanta preme tutto il giorno il bottone rosso e il bottone verde della sua pressa, sempre solo e sempre accompagnato soltanto dai suoi autori preferiti, dagli scritti che di quando in quando, quando non compone come cadaveri degni d’affetto lungo i lati del materiale pressato, tenta di salvare al loro destino. Hanta discute con Gesù e Lao Tse, con Erasmo, con Kant, come fossero suoi amici, lì presenti con lui, dialoganti con lui e tra loro. Hanta sovente decide di salvare dei libri, e li porta a casa. La sua casa è una casa di un uomo solo, e la presenza sempre crescente di libri salvati diventa presto un quasi abominevole ingombro. Hanta non ha altro desiderio, non ha altra visione, nel suo futuro, che comprarsi, alla pensione, quella stessa pressa alla quale lavora e portarsela con sé, per continuare la sua opera di compostaggio e salvataggio. Hanta mi pare solo, e mi pare un uomo che sia testimone del fatto che il significato del mondo, ogni significato del mondo, ogni umano sforzo o slancio per dare alla vita un significato, risulti agli occhi del mondo medesimo nient’altro che uno scarto, uno scarto ingombrante. Passeggio per le vie di Torino mentre nella mia testa, in un angolo, lavorano queste idee, e queste immagini da quelle immagini formatesi. Alle otto della sera, forse più tardi, attraverso la Galleria San Federico. Passo davanti a un giaciglio, al momento vuoto, preparato evidentemente per la notte da un senzatetto, incastonato tra le strutture portanti degli archi anni trenta contro l’ampia parete a vetro di un negozio. Il letto è in ordine, con l’invito della coperta ben piegato, ma mi pare singolare il fatto che sia preparato esattamente davanti quella che mi pare essere la vetrina più luminosa dell’intero braccio della galleria. Perché, chiunque sia, si prepara a passare la notte sotto questa luce intensa? È questione di un istante, mentre indugio un istante di troppo a guardare quello che dovrei rispettare come il domicilio - precario, temporaneo, ma - di una persona che non conosco. Scorgo un libro poggiato sul giaciglio. L’ala della copertina aperta verso l’alto, tra le pagine il segno del segnalibro. Qualcuno, lì, sta per mettersi a letto, sta per riprendere la sua lettura, a favore di luce. Come quelli che hanno una casa. E famigliari, magari, nella casa. E conoscenti, e parenti, e amici che fanno lo stesso, la sera. Provo una vertigine, lo confesso. Un senzatetto, lo dico senza ipocrisia, spesso diventa un elemento visivo tra gli altri, nel paesaggio urbano. È tremendo, lo so, ma intendo proprio questo: un senzatetto lo vediamo come vediamo una fontana, lo spigolo di un muro, la fermata dell’autobus, un cestino, una siepe, l’alzata di un paio di gradini. Non è un uomo, non è una persona. Al più, è quel particolare tipo di persona che noi immaginiamo coincidere sempre e tutto, perfettamente e per ventiquattr’ore al giorno col suo ruolo, come lo vediamo. Qui un libro sul giaciglio consegna invece un intero mondo a una persona e il gesto semplice del suo prepararsi alla lettura della sera costringerà chiunque a vedere quella persona come una persona. Risultato? Non c’è redenzione, purtroppo, non c’è niente di romantico da considerare. La sua solitudine mi sembra più grande, troppo grande, adesso, che sono costretto a guardarlo come una persona. Il mondo si ritrae da lui, lasciandolo al margine - si, al margine, noi spesso ci esprimiamo così, in questi casi - e lui lo possiede, invece, consapevole, come chiunque, lasciandomi addosso il dubbio che il confine di questa solitudine, al termine e al possibile ricongiungersi di questa infinita linea curva, possa isolare lui o “noi”. Lui o me. «E così tutto quello che ho guardato in questo mondo, tutto va contemporaneamente in avanti e tutto torna contemporaneamente indietro, come un mantice da fabbro, come al comando dei bottoni verdi e rossi sulla mia pressa, tutto trapassa scattando nel proprio opposto e unicamente così nulla al mondo zoppica e io ormai da trentacinque anni imballo carta vecchia e per questo mio lavoro uno dovrebbe avere non soltanto l’istruzione universitaria o il liceo classico ma anche un seminario di teologia. Così la spirale e il cerchio nel mio impiego si corrispondono e il progressus ad futurum si fonde col regressus ad originem ed io per di più tutto questo lo vivo tattilmente e essendo io contro la mia volontà istruito, sono infelicemente felice e ho cominciato a riflettere sul fatto che il progressus ad originem risponde al regressus ad futurum.». Così scrive Hrabal. Così, tra la storia del signor Hanta che mi si sta distribuendo negli interstizi della mente come un liquido alcolico in un tumbler colmo di cubi di ghiaccio e quel che i miei occhi hanno visto e continuano a vedere, come un riverbero fosforescente che non decada subito, dopo aver distolto lo sguardo dalla sorgente della radiazione, si determina un corto circuito, che non sta a me, a me non riesce di spiegare per filo e per segno in cosa consista. E tuttavia ho la concreta sensazione che ciò sia almeno una faccia di quel discorso sopra i discorsi che malcerto vado portando avanti da un paio d’anni, personalissimo e quindi in definitiva di nessuna importanza, su queste modestissime colonne, parlando di libri.

Rocco Infantino 

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