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Domenica, 11 Ottobre 2015 10:09

La cultura fossile

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Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche.

scrivere 3Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014.

scrivere 4L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

Rocco Infantino

Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche. (Solimine3) Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014. (Solimine4) L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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