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Venerdì, 19 Maggio 2017 09:00

L’Odissea e la riscoperta dell’epilogo perduto

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L’ultima immagine che di Ulisse ci regala l’Odissea è quella di un Re capace di una terribile vendetta ma e’ anche quella di un pacificatore che, con il supporto di Zeus ed Atena riuniti in concilio, riesce ad evitare la guerra civile sulla sua isola.

 Nulla ci vien rivelato però sugli esiti dell’avventura terrena del protagonista di una delle più belle e conosciute Storie mai inventate.

Omero, al termine del poema epico, in modo estremamente raffinato e moderno, non ci propone dunque un finale risolutivo, ma sfuma in una dissolvenza sul destino del protagonista, quasi come se la cosa non fosse importante; da qui nasce il mistero della morte di Odisseo, l’uomo dal multiforme ingegno, che ha appassionato la fantasia di generazioni di lettori, ormai da migliaia di anni.

Forse anche per questa assenza di un finale compiuto, il mito di Ulisse è stato considerato la metafora stessa dell’esistenza umana, del nostro viaggio sulla terra, poiché ognuno di noi, in realtà, ignora la propria fine. Tuttavia, la tentazione di chiudere quel cerchio meraviglioso, lasciato volutamente aperto, è stata irresistibile. Così, nel corso degli anni, molti hanno provato a dare un finale a questa Storia; da Apollodoro, a Plinio il Vecchio, da Dante, a Pascoli, per citare i nomi più noti, fino ad arrivare alla versione moderna del mito elaborata da Joyce e al breve, ma intenso, richiamo etico e poetico che ne fa Primo Levi in Se questo è un uomo, in cui l’autore riporta i versi di Dante su Ulisse e li contrappone alla notte della ragione dello sterminio.

A questo mistero intende dare una soluzione in modo del tutto originale anche il libro di Antonio Giambersio, “Odissea. L’epilogo”, Giangemi Editore International, che sembra proporci la riscoperta dell’epilogo perduto della vicenda di Ulisse. Infatti il testo, ad una prima lettura,  appare quasi la traduzione in lingua contemporanea di uno scritto antico, tanto che ne riprende la forma tipica e richiama, anche nell’impianto, la struttura, articolata in ventiquattro libri, dell’Odissea stessa .

Addentrandosi nel testo, pero’, si scoprono pian piano delle affascinanti moderne smagliature spazio-temporali che evidenziano come non ci si trovi di fronte al semplice lavoro di un erudito; ci si accorge di immergersi in un testo denso di richiami colti alla letteratura classica, alla filosofia, all’astronomia, all’archeologia, all’arte visiva, alla geografia antica e alla nautica. Proprio grazie a questi diversi piani narrativi, l’autore rielabora il  viaggio come metafora dell’esistenza umana che così si amplifica e diviene narrabile e conoscibile.

Laddove Joyce dà una lettura tutta moderna, esplosa, priva di una forma classica, del viaggio mitologico, ridefinendone con nuovi protagonisti la metafora nella sua Dublino, qui, al contrario, la rilettura è postmoderna; conserva i luoghi, la forma, i protagonisti, ma utilizza i miti  della storia classica uniti insieme alle vicende umane in un impasto originalissimo per dare una interpretazione alle angosce dell’uomo moderno che, se pure assimilate a quelle degli uomini antichi, sono tuttavia del tutto contemporanee.

Siamo, insomma, di fronte a un lavoro che, per alcuni versi, richiama concettualmente più la rilettura dei miti germanici fatta a suo tempo da Tolkien ne Il Signore degli Anelli, che il lavoro filologico sulla mitologia classica svolto da Calasso in Le Nozze di Cadmo e Armonia.

Partendo dalla profezia di Tiresia, contenuta nel XI libro dell’Odissea, si spalanca davanti ai nostri occhi un mondo perduto e prendono vita, accanto alle figure dei protagonisti, Odisseo e i suoi compagni, quelle degli ospiti illustri presso i quali si compiono le tappe della nuova peregrinazione del figlio di Laerte. Rivivono divinità scomparse che a volte guidano a volte guardano indifferenti le nostre vite. Si animano le cose, la natura, e gli animali di magia e di segni premonitori,  ma soprattutto si apre davanti ai nostri occhi lo scenario immenso definito dal Mar Mediterraneo  che appare in tutta la sua potente suggestione come un enorme mezzo liquido che ritorna a unire genti e culture diversissime, al contrario di quanto avviene nella ben più crudele realtà odierna.

Su questo mare, animato da traffici di ogni genere e ricco di suggestioni, si distende uno sterminato firmamento, luminoso nella notte come oggi sarebbe impossibile immaginare, che su quelle onde disegna con le costellazioni e gli astri le storie delle divinità e il destino degli uomini.

Così, poco importa se i piani della storia non collimano; sarebbe ovviamente impossibile che Odisseo, vissuto all’epoca della guerra di Troia potesse incontrare Parmenide o Pitagora, come avviene nel testo, e tanto meno che potesse applicare alla sua vita arcaica quelle filosofie molto più avanzate.

La suggestione del racconto però rende plausibile l’impossibile ed è evidente che l’autore, una volta costruita una cornice credibile, grazie alla profonda conoscenza della materia dei miti, si diverte a mescolare nel viaggio di Odisseo alla ricerca della saggezza, una serie di elementi apparentemente inconciliabili. Ci dispiega un favoloso catalogo delle culture antiche che hanno animato le sponde del Mediterraneo nelle diverse epoche; da Atene, a Creta; dall’antico Egitto, alla oscura civiltà fenicia; dai popoli indigeni originari delle varie regioni, fino ai coloni della Grande Grecia, e ci rivela come ciascuna civiltà abbia portato un contributo alla conoscenza del perché siamo in questo mondo, perché soffriamo, e quale sia in realtà il nostro comune destino. 

Una nota finale sull’autore non può che evidenziare come Giambersio stesso sia un uomo dal multiforme ingegno, come il suo protagonista. E’ infatti medico, umanista, ha già scritto sulla pittura dei vasi a figure rosse un testo insignito del Premio Basilicata nella sezione saggistica, e si rivela anche astronomo, musicista, navigatore.

In definitiva, tutte le sue conoscenze ci guidano in un viaggio all’interno di noi stessi, del nostro passato e del nostro futuro, attraverso una narrazione colta e sofisticata, che richiede senza dubbio un impegno iniziale, ma che ha la capacità magica di riportarci in un’epoca in cui gli ospiti erano considerati sacri e le genti si incontravano e si scontravano sulle sponde del Mar Mediterraneo alla ricerca di ricchezze e di sapere.

A cura della redazione

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