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Venerdì, 24 Marzo 2017 21:07

L’ipertesto nella mente - L’australiana

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L’australiana – Mary MacKillop, una donna contro le convenzioni, Edizioni San Paolo, 2016, è un ritratto di una religiosa australiana proclamata santa da Papa Benedetto XVI nel 2010.

Fondatrice della congregazione delle Suore di San Giuseppe del Sacro Cuore di Gesù, la causa alla quale ella dedica la sua opera, partendo da una piccola cittadina della provincia meridionale australiana, nella seconda metà dell’Ottocento, è promuovere l’istruzione gratuita per i giovani delle classi sociali più basse, molti appartenenti alla minoranza religiosa cattolica. Apre così, durante la sua vita, in un ambiente molto diffidente, se non apertamente ostile verso le sue iniziative, diverse scuole soprattutto disseminate in quel continente, recuperando generazioni che per ragioni geografiche, culturali e sociali, sarebbero state destinate all’ignoranza. Opera benemerita, dunque, comunque. Perché ne parlo qui? Ci arrivo. Il romanzo, breve, è inserito in una collana, Vite esagerate, con la quale l’editore, proprio usando una scrittura moderna e non del tutto allineata alla naturale tendenza agiografica anzi oleografica di certa produzione religiosa, esaltando l’aspetto dell’esser vite fortemente appassionate, esagerate per l’appunto, quelle dei santi, e servendosi del mestiere di scrittori contemporanei, cerca di avvicinarli all’esperienza comune, tentando una breccia fra i lettori non di genere e non necessariamente religiosi. È un fatto, che questo ritratto romanzato non sia stato scritto da una suorina trasognata; il libro non è propriamente destinato a giacere su una panca, tra una Eko sei corde dal battipenna martoriato e il libretto dei canti liturgici durante un incontro di catechisti. Antonella Berni, che lo firma, peraltro autrice, su altro registro, di una gustosa raccolta di racconti dal titolo La dentiera di Chanel, uscita già anni or sono per i tipi di Raffaelli editore, col suo essere traduttrice d’opere ed apprezzata articolista di riviste letterarie, è persona avvertita, e la sua scrittura appare da subito, e costantemente, precisa, non sorvegliata ma attenta. So che per un lavoro del genere Berni si è ben documentata (questa ed altre circostanze le ho potute appurare durante una interessante conversazione con lei, in occasione della presentazione del libro presso il Circolo Gocce d’Autore a Potenza, nel dicembre scorso), so che la relativa brevità del romanzo, che Berni avrebbe agevolmente potuto superare continuando a mantener tesa la corda del raccontare, è dovuta a un canone formale, a una scelta editoriale che domanda di contenere gli scritti della collana dentro le centomila battute. La storia della santa viene quindi proposta per quadri, con una tecnica narrativa che al contempo attinge dall’arte cinematografica l’esattezza delle inquadrature e dei movimenti della macchina da presa nel descrivere un ambiente o seguire un’azione, e dalle scienze documentarie, tra lo storicistico ed il giornalistico, nel proporre fatti come li vedrebbe un osservatore, senza perdersi troppo con sottocutanei moti emotivi, contenendo lo stesso registro psicologico dei personaggi descritti, efficacemente, entro il preciso ambito del motivo, del movente, del pensiero. Così, Berni racconta l’infanzia problematica di Mary, il viaggio che ella compie dai natii sobborghi di Melbourne verso Penola, nell’Australia meridionale, il sostegno che lì ella riceve da padre Julian Tenison-Woods, il contrasto con la curia locale, le trame da questa ordite a suo danno e l’incontro con il Papa, Leone XIII, che le conferma sostegno, la dubbia scomunica, e ancora i più salienti accadimenti della sua vita e i primi passi dell’organizzazione della sua congregazione fino a rendere, in due preziosi quadri, si direbbe in appendice, finanche con un diverso stile, l’incontro della santa con un condannato a morte, e infine la sua malattia, la sua stessa fine. Un libro, ho inteso, molto, molto gradevole. Ma perché ne parlo qui? Ecco, appunto. Leggendo della giovane Mary in viaggio verso Penola a bordo d’un calesse, a pagina venticinque scopriamo che ella incontrava filari di betulle bianche «allineate secondo una geometria preternaturale.» Preternaturale: ci dice niente? La stessa Mary, appena una pagina prima, destatasi disorientata nell’oscurità totale da un denso sogno anticipatore, sentiva che «Un filo invisibile la tirava fuori dal letto»; un filo lo ritroviamo molte pagine e molta vita dopo, quando ella sta prendendo congedo dal Papa che le ha accordato udienza: «Seduto sul suo trono terreno […] un filo […] scendeva dall’alto e, una volta passato attraverso di lui, si tendeva verso di lei». A un lettore appena meno che distratto, inizia a sembrare di poter cogliere una celata imbastitura. All’ipotetico lettore di queste righe chiedo invece ancora di seguire con pazienza questo doppìno. In molti punti della storia, Berni ci indica la presenza costante, accanto alla santa, di quel padre Julian Tenison Woods, suo ispiratore, suo mentore, che viene ritratto come persona assorta, quasi silenziosa. Padre Woods, a pagina trentatré, appena smontato da cavallo nei pressi d’un albero preferito, seduto in terra, ci viene mostrato mentre legge Lucrezio, del quale l’Autrice trascrive addirittura gli eloquenti versi d’abbrivio del libro primo del De rerum natura, quelli che per primi si incaricano di rovesciare i rapporti tra uomo, natura e religione, quest’ultima vista come somma occasione di ottundimento e di superstizione. Tito Lucrezio Caro, lo sappiamo, è autore che apertamente introduce il pensiero atomistico di Democrito, e lo accompagna fin dove esso approda alla dottrina epicurea, che vede nel rapporto tra materia e vuoto, essere e disgregazione dell’essere, il manifestarsi di quella deviazione di ogni atomo dalla perpendicolare della propria caduta secondo una inclinazione fatale, quel clinamen, come lo traduce Lucrezio medesimo, che si fa strumento del Caso e che pure essi atomi fa incontrare, fa scontrare, producendo vita. Ecco Mary comparire nella medesima scena, due pagine dopo, scendere anch’essa da cavallo, mettere l’occhio su quel libro, e rivolgersi così a padre Woods: «Sarei curiosa di leggerlo. A casa nostra ci sono solo volumi sulle vite dei santi…». Questa improvvisa fuga infinita di specchi, questo leggere in un racconto della vita di una santa che la santa si rammarica quasi d’aver conosciuto soltanto libri sulle vite dei santi, non sarà forse un invito, finissimo, mosso dall’autrice o dal testo, a entrare in un’altra dimensione, senza lacerare il diaframma della finzione letteraria? Lucori quasi iniziatici sembrano intravvedersi attorno a un altro forte episodio custodito tra le pagine del racconto e che si svolge nottetempo in una cappella ed ha per oggetto presunte visite di Satana tra le consorelle di Mary con profanazione del tabernacolo e delle ostie custodite. Tutta l’azione si svolge nel buio quasi assoluto, violato soltanto dalla fiamma di una candela. La scena, come descritta, se possibile richiama alla mente, rovesciandone completamente i termini, le migliori tele di quel Georges de La Tour, pittore del barocco francese, noto per ritrarre sempre i bagliori sprigionati nell’ombra da una precisa fonte di luce, un fuoco, più spesso una candela, appunto, senza mai tuttavia effigiare proprio la fiamma, la fonte della luce medesima. Qui, a contrario, Berni mette la fiammella bene in evidenza e abbandona nel profondo, poroso buio, i contorni del Male mentre esso tenta di manifestarsi. Se de La Tour, come diceva di lui André Malraux, interpretava la parte serena delle tenebre, Berni raffigura il momento sacro della fiammella. Un caso? Oltre il setaccio reticolo delle centomila battute, Berni direbbe dippiù, molto dippiù, io lo so. Eppure nel suo riferire, Berni non si permette mai di proporre conclusioni su quel che scrive, rimanendo fedele, se posso dire così, a un registro quasi esclusivamente fenomenologico. Si, vabbé, ma perché ne parlo qui, in una rubrica di libri che parlano di libri? In un romanzo breve, che altro non intenderebbe che tracciare il profilo di una santa, ma con il carico della caratteristica ritenutamente extra ordinem del miracolo, con la carica propulsiva e coinvolgente stessa del suo profilo, richiesta quale requisito di santità e difatti esercitata caparbiamente come attitudine, esagerata, appunto, a sovvertire l’ordine o l’andamento naturale delle cose, quando questo non riproduca più l’armonia che tutto governa, o non si spinga oltre, verso più fecondi e superiori stati di equilibrio, ci si sorprende a domandarsi: la santità, il nucleo della santità, oltre l’asserita validità/evidenza dei miracoli, cos’è, se non l’atomo che scarta dalla propria traiettoria e sceglie, tra trama e ordito della realtà percepita, la differente inclinazione? L’obliquità inspiegabile? Berni parla nel linguaggio piano dei fatti di una santa, e ci conduce però serenamente fino al fulcro della teoria democritea del mondo. Voglio esser chiaro: non sto tentando di perpetrare quel particolare tipo di torto che si fa a un autore dicendo che la sua opera è inconsapevolmente bella, trovare motivi di gioia intellettuale in un libro “nonostante” esso. Non è questo il caso, anzi. Dico invece che questo libro è un buon esempio. Esso parte da un preciso spunto editoriale e da un tema, ma può condurre, anche grazie all’avvertita, consapevole e profonda visione di chi lo costruisce, altrove. Destato da un dettaglio, dall’atteggiarsi di un personaggio, da un richiamo più o meno esplicito, da un percorso carsico di significato, in un libro come questo troviamo accessi verso tante diverse stanze della mente. Più in generale, ecco, più in generale esistono fortunatamente infiniti casi in cui verità inarrivabili vengono nascoste e mostrate al contempo e si manifestano da sé ai nostri occhi di lettori e al nostro animo, secondo le leggi del caso, nella lettura. Le mappe e i mondi del lettore e di chi scrive continuamente si sovrappongono e si disarticolano, divergono e confluiscono per punti, per semirette. Viene allora da pensare che fin dalle origini il testo è un ipertesto. Non è un’invenzione moderna esso, non lo è il web semantico, non lo è altro. Le tecniche di oggi sono giustappunto tecniche, ma le idee, figlie dell’infinita arte combinatoria di se stesse, sono nella nostra mente. Dovremmo riuscire a leggere ogni libro come fosse un’edizione per ciechi, correndo con le dita a quanto è scritto, ma usando lo sguardo della mente per guardare tutto ciò che viene evocato, anche quello che sembra lontano dai piani fini narrativi, ma è in noi e in chi scrive, evocarlo dal buio della dimenticanza. C’era chi, come Maurice Blanchot, parlava dello scrivere come di un infinito intrattenimento, arrivando a dire che «il primo uomo che ha scritto […] capovolse tutti i rapporti tra vedere e visibile», non aggiungendo, né sottraendo materia, bensì determinando «un vuoto di universo». Questo primigenio spazio interstiziale nell’essere, determinato dal primo scritto, noi saremmo orientati a immaginare che si inoltri, come una dimensione parallela, fin nel continuo storico di ogni scrittura e di ogni lettura. In questa stessa rubrica, umilmente e caparbiamente, tentiamo ovviamente solo per gioco di affermare che anche leggere sia, per sé, in questo senso un infinito intrattenimento. Chi scrive scrive volontariamente, consapevolmente, in diverso grado e con diversa perizia, ma inevitabilmente lascia sempre che lungo i lati del proprio narrare il lettore trovi, deviando, inusitate ipotenuse. Questa apparente antinomia tra piani di infinito mai perfettamente sovrapponibili, scrivere e leggere, questo impalpabile spessore, costituiscono sempre un accesso all’intima natura delle cose, sospese da sempre tra il non essere e l’essere. O forse l’essere altrimenti. Ma ci torniamo.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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