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Martedì, 09 Ottobre 2018 11:31

L’impermanenza e il viaggio

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Il titolo del libro è la sua stessa chiave di lettura. Esso ci conduce negli ambiti della filosofia orientale secondo cui tutto è passeggero, tutto muta e nulla è eterno. Se la permanenza è un’illusione, l’impermanenza è la transitorietà dei fenomeni. Un concetto che permette di comprendere che l’apertura al cambiamento porta inevitabilmente a vivere felicemente tra le vicissitudini della vita. Un libro che è dunque un invito a celebrare ogni giorno la bellezza della vita.

 

Questo è quello che accade ai protagonisti del romanzo d’esordio di Annamaria Basso, edita da Manni. Una storia ambientata tra l’Italia e l’Asia Meridionale, tra la Lombardia e il Nepal, tra il paesaggio metropolitano e il paesaggio naturale, tra la pianura e la vetta, tra il frastuono e il silenzio, tra l’esteriorità e l’interiorità. E’ un viaggio intenso quello che si compie attraversando le pagine del libro che, nell’incontro tra cultura occidentale e cultura orientale, conduce il lettore in un mondo tutto da esplorare.

Se il titolo è la chiave di lettura del romanzo, il viaggio ne è il filo conduttore. Attraverso le vicissitudini di Pietro, protagonista che apre e chiude il libro, conosciamo il vero senso del viaggio, della scoperta, dell’esplorazione, della ricerca del proprio io. Un itinerario introspettivo che tra sofferenze e tormenti, sbalzi e sussulti porta finalmente alla riappacificazione con sé stessi e alla elaborazione del proprio passato. Pietro è un giornalista lombardo inviato dal suo direttore in Nepal per raccontare, attraverso un reportage documentaristico, il percorso dei trekking d’alta quota da chiudere con un’intervista sul fenomeno delle nuvole marroni ad un responsabile dell’Osservatorio Internazionale della Piramide situato ai piedi del versante nepalese dell’Everest. Nello spostamento viene accompagnato dal fotoreporter Rajan, professionista bravissimo con “l’occhio giusto per la sua scrittura”, oltre che esperto conoscitore di quei territori essendo di origini orientali.

La camminata verso la vetta, la conoscenza di un popolo in rivolta per l’affermazione dei propri diritti, la scoperta di un gruppo di donne guida impegnate nella lotta per l’emancipazione porta il protagonista ad osservare da vicino una società completamente diversa dalla propria, fatta di spiritualità e concretezza. Il fascino del luogo, la sua secolare bellezza, non lo coinvolge. Compie questa avventura controvoglia, le ombre del suo passato lo offuscano continuamente, i tormenti paiono farsi più pungenti man mano che la salita si fa più ardua. E non trova pace neanche quando torna in Italia, anzi, avrà un fardello in più. La conoscenza di Tara, donna dalla bellezza sorprendente, sarà il punto di dolore più alto della sua vita, ma anche quello che lo aiuterà a ritrovare se stesso.

Una vita fatta di “onde e di vento”, di mareggiate e di burrasche, affrontata con distacco e sarcasmo. Ma come ogni volta, dopo ogni tempesta torna il sereno e il nostro protagonista troverà il coraggio di affrontarsi, di comprendere i propri errori e di recuperare terreno. Di riprendere i propri affetti e di ricominciare una vita nuova.

I rapporti tra Pietro e gli altri protagonisti del romanzo sono un ordito intricato, formano quel tessuto di cui l’umanità intera si serve per coprirsi dalle umiliazioni della vita. Il difficile rapporto con il padre e con la madre, quello scialbo con Irma, quello fresco ma inconcludente con Vivienne, quello di sincera amicizia con Albert e Corinne e Rajan, quello folle con Tara sono tutte “storie che non cominciano mai del tutto e mai del tutto si concludono”. Tranne l’ultima, quella con il piccolo Kiran, frutto di quella follia, figlio della speranza.

E c’è tutto il sapore della sfida nell’opera prima di Annamaria Basso. La sfida che si racchiude nella metafora della scalata per Tara, per Pietro, per Vivienne, per Kiran. Dirà Tara ad un certo punto: “io salirei così in alto per nutrirmi del bello che c’è lassù…desidero comprendere il mondo e accettarlo, capire la ragione per cui siamo su questa terra…Quello è il confine. Non ce n’è un altro come per il mare. Da quel punto in poi è solo cielo. Aria pura. E se il corpo se ne deve scendere in fretta perché non può resistere alla mancanza di ossigeno, l’anima può rimanervi, se vuole, a saziarsi di luce e immensità…”. Ed è questa la ricerca del senso della vita che permea l’intero romanzo per la quale ogni personaggio agisce e si muove, si compenetra e chiede l’eternità.

E poi c’è un’altra grande protagonista: la scrittura. Annamaria Basso è una poetessa, autrice di sillogi e raccolte poetiche di elevato spessore. Quel suo “palpito d’altrove” l’ha condotta nella prosa dove ha trovato campo fertile. Le sue agilità linguistiche si sono sapientemente mescolate con uno stile diverso dall’arte versificatrice ed hanno prodotto un risultato stupefacente. La sua poesia si è fatta prosa e la prosa si è arricchita di poesia. “E’ una notte inquieta e buia. Senza fine. Senza luna. Una di quelle da passare insonni, con stormi di pensieri nella testa. Dal soffitto, zigrinato dai fasci di luce, piovono macerie di immagini, paracaduti nell’aria…un paese lontano, una cima…una fuga”

e poi:

Come un gabbiano di infila in una cruna di nebbia che copre l’orizzonte. Quel filo sottile tra noto e ignoto. Finito e infinito. Anche sul mare è sceso il silenzio”

e ancora:

Intanto la notte, a poco a poco, avvolse tutto sotto la sua coperta di stelle. Il villaggio si addormentò come un bambino accucciato tra le braccia della madre”

Infine:

“Il sole è già basso. Tocca quasi l’orizzonte. Una lunga fascia rosseggiante comincia a sciogliersi alla base del cielo infiammando la superficie liscia e tranquilla del mare e sollevando un turbinio di faville sopra le acque. Più in alto, una luce filata borda le alture d’un orlo d’oro, fino a sfumarsi in altre screziature rosate e poi a sbiadirsi in polveri d’un viola azzurrato”.

La sua scrittura diventa pittura, tinteggia di acquerelli delicati le sue parole e come nei processi sinestetici sentiamo il profumo del mare che invade le trame di strade, vicoli, campanili e case, ammiriamo il tramonto che si infila nelle case.  Un accento lirico che suggella la dimensione più alta cui la nostra autrice è giunta proponendo al pubblico di lettori una storia dalle tante storie, che apre numerose finestre sull’umanità, che ha in sé qualcosa di caduco, che non rinuncia mai a dare speranza, che non omette ossimori come amore/indifferenza, dolore/consolazione, speranza/scoramento, vita/morte, che non ha paura di mettere a nudo i propri sentimenti attraverso le voci dei suoi protagonisti. Insomma, in una quotidianità che fa da sfondo all’intera trama, assumendo sfumature e connotazioni diverse, l’imprevedibilità, l’impermanenza continua a regnare. “Sembra davvero un giorno più vivo, dice l’autrice verso la fine del romanzo, uno di quelli in cui tutto può succedere ancora”.

Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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