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Martedì, 27 Settembre 2016 20:18

Il rimpianto delle parole

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Il fatto è che non sappiamo raccontarci. Basterebbe una sola parola per toglierci dall’impiccio e dall’impaccio, invece, quando proviamo a parlare delle nostre emozioni e dei nostri stati d’animo, ci blocchiamo.

Luoghi comuni che manifestano tutta la loro superficialità ed incapacità a spiegare i propri sentimenti. Espressioni che ci chiudono nella gabbia degli stereotipi e nei riquadri degli schemi. Tanti i danni prodotti dalle parole non soppesate, quelle dette in velocità, presi dalla foga di dire e non di pensare agli effetti che generano irrimediabilmente. Tante volte ci mancano le parole per consolare, per incoraggiare, per togliere gli altri dallo sconforto. E allora come fare? A darci una mano è, come sempre, un libro: Se bastasse una sola parola. Piccolo dizionario delle emozioni è il titolo del saggio scritto da Ivana Castoldi per i tipi della Feltrinelli, che ci fornisce una serie di utili consigli su come imparare di nuovo a parlare.La psicologa e psicoterapeuta autrice, peraltro, del bestseller Meglio sole, affronta la faccenda dal punto di vista della mentalità. In fondo saper parlare è una questione di cultura e la scelta dei vocaboli da utilizzare nel proprio eloquio può innescare positivi cambiamenti in chi ci ascolta. E sta proprio qui il nocciolo della questione, la scelta delle parole. La Castoldi compone un vero e proprio dizionario di quelle parole che non siamo abituati a pronunciare e che invece intervengono a sostegno della nostra “esperienza percettiva e sentimentale, facendo emergere significati sottostanti meno convenzionali, cui tendiamo a non prestare particolare attenzione”. Si parte dal termine “ascolto”, quella capacità che va oltre il semplice “sentire” la comunicazione verbale degli altri. Ascoltare significa “interpretare correttamente intenzioni e richieste sottese ai comportamenti altrui” e chi “ascolta” è veramente interessato ad eliminare la distanza emotiva che intercorre e a condividere uno spazio comune. Ascoltare è anche un esercizio verso sé stessi, ci insegna ad ascoltare la nostra voce, i nostri reali bisogni, i nostri stati emotivi.

Poi c’è il recupero della parola bontà, una virtù senza appeal, dice l’autrice, perché sa di “trito moralismo”. Un termine non accessibile a tutti soprattutto se si tratta di empatica partecipazione alla sorte altrui. Scorrendo le pagine del libro saltano fuori altri lemmi con altrettante descrizioni: controllo, dolore, energia, fiducia, gelosia. Di quest’ultima Ivana Castoldi mette in luce l’aspetto positivo, ossia l’attitudine alla cura e alla salvaguardia di oggetti e di persone: non più possesso egoistico, bensì amorevole preoccupazione per il benessere altrui e la salvaguardia del mondo in cui viviamo. L’istinto diventa invece una bussola fondamentale per l’orientamento, lontano serve ad assumere nuove prospettive, mio va bene se usato non per indicare possesso ma identità, noia come concetto significante il fluire del tempo. Un salto alla lettera R, rimpianto, qualcosa di crudele e di irrimediabile che ci tiene legati al passato e ai nostri errori. L’autrice invita i lettori che vivono di rimpianti e nei rimpianti a ristrutturare la propria esistenza e non lasciarsi sfuggire le risorse e il bello del presente che potrebbe riservare ancora tante opportunità. Il piccolo dizionario finisce con la parola zitto, ossia le diverse sfumature del silenzio: quel “suono” che coinvolge più di tanti discorsi preparati con cura.

Eva Bonitatibus

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Eva Bonitatibus

Giornalista pubblicista

I libri sono la mia perdizione. Amo ascoltare le storie e amo scriverle. Ma il mio sguardo curioso si rivolge ovunque, purché attinga bellezza e raffinatezza.

La musica è il mio alveo, l’arte la mia prospettiva, la danza il mio riferimento. Inguaribile sognatrice, penso ancora che arriverà un domani…

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