logo2017

Commenta gli Articoli di Gocce!!!

Finalmente puoi commentare gli articoli di Goccedautore.it. Devi semplicemnte registrarti !!!

LOGO B 2 1

Domenica, 31 Gennaio 2016 11:30

Il primo fu Cremuzio Cordo.

Scritto da 

E’ di qualche settimana fa la notizia che il governo argentino avrebbe cancellato il divieto vigente da circa quattro anni di importazione di libri stampati all’estero. Il divieto caducato, a suo tempo, era stato presentato come una misura di carattere ambientale, perché pareva che i libri stampati all’estero contenessero una quantità eccessiva di piombo, nociva per i lettori. Un paio di mesi addietro, invece, sulla pagina di European Digital Rights (EDRi)  si poteva leggere un articolo dal titolo: Did Agcom censor an article about Agcom censorship? EDRi è una rete di organizzazioni che si occupano di diritti civili e diritti umani attive in diversi Paesi europei, con l’obiettivo di sostenere le libertà fondamentali nell’ecosistema digitale. L’articolo, rimbalzato anche sulla stampa italiana, poneva neanche tanto interrogativamente la questione se fosse che Agcom avesse censurato un articolo sulla censura di Agcom, articolo sulla libertà d’espressione e sul diritto d’autore in uscita sul bollettino di un Ufficio Comunitario ed eliminato su richiesta dell’Agcom. Agcom è l'Autorità indipendente per le garanzie nelle comunicazioni. Vertigine? Ok, in rete si può approfondire. Qui tralascio. Il punto: un governo vietava l’importazione di libri perché facevano male alla salute e qualcuno, con il compito, tra l’altro, di garantirla, pareva cavillare sulla libertà di stampa in materia di libertà di stampa. Che cos’è la censura? Quali origini ha, quali tecniche? Quali dichiarate o inconfessate, retoriche o improbabili che appaiano sono le sue motivazioni? E’ censura solo bruciare i libri o vietarne la stampa, o magari la diffusione? E’ censura addomesticarne il contenuto, o valutarne soltanto inappropriati la lingua o il linguaggio? E’ nobile, condivisibile o al meno comprensibile ingerirsi nelle scelte culturali individuali? Mario Infelise, Ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperto di storia del libro e autore di molti studi sulla produzione e sulla circolazione libraria, affrontava la faccenda in un saggio agile e ricco di spunti, I libri proibiti, pubblicato per Laterza nel 1999 e poi nel 2013 con una edizione aggiornata.

infelise1Il passaggio dal manoscritto, poco diffuso e poco controllabile, alle edizioni a stampa, che si aprivano invece in maniera palese ad un mercato di lettori incomparabilmente più ampio, destò subito una attenzione particolare, nelle Corti continentali e presso la Chiesa romana. Il potere, insomma, fu subito curioso e preoccupato di poter sfruttare tale fenomeno per assecondare, irrobustire e veicolare idee gradite e scoraggiarne, isolarne o ridurre al silenzio delle altre. Sul piano delle metodologie, non per gettare la croce addosso alla Chiesa (il gioco di parole rivendica il suo spazio), fu proprio questa istituzione a mettere a punto quello che ben presto si rivelò «un apparato di controllo … che servì da modello per qualsiasi organizzazione di controllo poliziesco del pensiero del futuro». Ma prima del governo dell’argentina Kirchner, preoccupata per il piombo, prima del venire ad esistenza della miriade di autoreferenziali agenzie indipendenti, preoccupate di tutto a fasi alterne, quali motivazioni spingevano al controllo della diffusione dei libri? Ce n’è, sembra di capire, un’intera risma: dalla repressione delle eresie alla difesa della purezza della lingua, dalla pretesa necessità di “coltivare” correttamente gli intellettuali a quella di proteggere i lettori culturalmente deboli (quanti non conoscessero il latino e le donne, a priori) da contenuti ritenuti per loro destabilizzanti. E, si badi, già allora, persino un semplice devoto pugliese, tale Odo Quarto, portato dinanzi all’Inquisizione a motivo delle sue letture, non dovette spremersi molto per dire: «Se bene gli uomini leggono … non per questo subito si crede quel che si legge». Fa riflettere, poi, il fatto che - è il caso del mandato dei censori nella Spagna del ‘500 - dovessero, tra le altre, esser proibite non solo le opere apocrife, superstiziose o condannate, ma perfino «le cose vane e inutili». Nella metropolitana di Madrid, insomma, o in fila alle poste o nella sala d’attesa del dentista, nel 1500 non soltanto non si poteva leggere Lutero, ma nemmeno, chessò, una Littizzetto, un Vespa, un Volo. Altro tema rilevante è quello della modificazione, dell’addomesticamento, del travisamento talvolta radicali dei testi sottoposti ad espurgazione. Questi, seppur formalmente sopravvivono, sfortunati figli di due padri, l’autore originario ed il correttore, vedono ai ridetti fini stravolti geografie, cronologie, personaggi, senso e significato originari. La questione centrale, tra quelle poste dall’autore, che a chi scrive appare degna di nota, tuttavia è un’altra: soprattutto nel corso dell’età moderna, in Europa tra il XVI e il XVIII secolo, quando il sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l’uso del libro conobbe la sua parabola, esso sistema fu inteso come un naturale complemento di una società ben organizzata. Fenomeni repressivi, limitativi in questo campo delle facoltà o delle libertà personali, non sono letti come un più o meno diffuso stato patologico, ma come elementi stessi della fisiologia della realtà sociale.

infelise2Oggi è così? Proseguendo nella lettura del saggio, si potranno passare in rassegna sia le alterne fortune degli indici dei libri proibiti, sia gli effetti che le varie restrizioni ebbero sul pensiero scientifico, sulla cultura politica ed anche sulla cultura popolare; si potrà ripartire dalle origini del concetto di tolleranza e vedere come, all’età dei Lumi, s’atteggiasse la libertà di stampa. Tanto, non senza passare in rassegna i fenomeni, da sempre conosciuti, del mercato clandestino, dei permessi taciti o delle false date o delle contraffazioni di genere vario, tutti giocatori dell’eterna partita strapaesana tra le squadre del “fatta la legge” e del “trovato l’inganno”. Queste, solo alcune tra le direttrici che prende il discorso di Infelise, al cui incipit consegnava, riferito da Tacito, il fatto che al tempo di Tiberio, tal Cremuzio Cordo fosse stato accusato di un novum ac tunc auditum crimen, per aver pubblicato scritti, prontamente poi dati alle fiamme, in cui s’esprimeva il rimpianto verso le antiche virtù repubblicane. Oggi vien quasi da pensare, con il grande Massimo Bucchi, che sul punto non è già più come non è mai stato.

 

 

 

 

 

 

 

Rocco Infantino

e-max.it: your social media marketing partner
Letto 265 volte
Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Devi effettuare il login per inviare commenti