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Domenica, 19 Giugno 2016 12:37

Il giro fusiforme dell’area 37

Scritto da 

scrivere gda

Comincio a farmi domande su dove porti scrivere di libri che parlano di libri, soprattutto se considero che non sono un esperto ma soltanto, per l’appunto, uno che legge.

Tra gli ultimi volumi dei quali ho scritto in questa rubrica, torno con la mente ad alcuni specifici contenuti di Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge, di Maryanne Wolf e La letteratura invisibile, Infanzia e libri per bambini, saggio curato da Emy Beseghi e Giorgia Grilli. Del primo avevo già riferito della teoria  di fondo, che mi pareva suggestiva, secondo la quale noi, e per noi il nostro cervello, non saremmo stati progettati per leggere, che leggere è una funzione non innata, che si attiva riorganizzando zone fisiche, attività ed interazioni neuronali e che questa attività, a propria volta ed infine, porterebbe ad una diversa architettura quantomeno funzionale del cervello stesso. Dal secondo, e segnatamente dal suo saggio di apertura, avevo tratto l’idea della speciale relazione che corre tra il bambino e il mondo, prima che questi inizi a leggere, relazione che privilegia, se posso azzardare personalizzando tesi altrui, la capacità di questi di essere in armonia con gli altri esseri viventi, la natura e gli elementi prima e più intensamente che con gli adulti. In questa ottica, la lettura diventa un’attività che certamente amplia le possibilità cognitive dell’individuo giovanissimo, ma proprio per questo essa attività, ed i contenuti con essa veicolati, non è certamente neutra. Nella seconda e nella terza parte del suo studio,Wolf si sofferma su come il cervello impari gradualmente a leggere e come, nel caso della dislessia, esso non riesca ad imparare in un modo per così dire convenzionale, dovendo attivare, per farla semplice innanzitutto a me, un diverso percorso neuronale, disegnando una geometria meno convenzionale e alternativa delle zone cerebrali interessate. Si scopre, sempre a livello fisiologico, che la capacità di diventare lettore nei suoi vari gradi, da pre-lettore a lettore fluente ed esperto, dovendosi affidare alla velocità con la quale le varie regioni cerebrali riescono a comunicare, è legata alla formazione della mielina, una sostanza grassa che avvolge la cellula nervosa e le conferisce, per così dire, potenza di segnale. Sempre Wolf, da un’altra angolazione, rileva come l’esperienza della lettura e l’esperienza di vita siano tra loro in relazione dinamica: “apportiamo al testo le nostre esperienze, ma le letture influiscono sulle nostre esperienze di vita”. L’esperienza della lettura allo stadio iniziale parte dalla sperimentazione della relazione tra un concetto ed un simbolo scritto; all’apice del suo percorso, questa esperienza consegnerà all’individuo lettore più complesse capacità, diversamente più difficili da sviluppare, e cioè quelle di apprendere i sentimenti altrui, cioè “vedere le cose dal punto di vista degli altri” e poi “la capacità di immaginare scenari probabili”. Nel saggio, è ovvio, se non ho frainteso, tutto ciò è spiegato per bene. Torna allora alla mente quanto dice Grilli nel saggio di apertura dell’altro volume che qui ho richiamato, quando ragiona sulle specificità della letteratura per l’infanzia, e considera, come detto, la condizione del bambino come una specie di caduta o di riduzione da uno stadio di sensibilità panica ad una più normalizzata condizione di individuo preadulto. Se la lettura porta in sé il germe della trasformazione, fisica oltre che intellettuale, dell’individuo, potenzialmente ampliandone la sfera di interazione consapevole con gli altri e con il mondo, allora i contenuti della lettura stessa possono poi assecondarne le capacità e le sensibilità in ogni direzione, oppure possono risultare determinanti per la sua normalizzazione, per la sua standardizzazione. Ricordo che da bambino, dovevo aver imparato a leggere da pochi anni, mi domandai se avessi mai potuto disimparare a leggere. Sperimentai difatti, per un certo periodo, la sensazione di una certa intrusività, per così dire, della scrittura, delle “cose scritte”, nel paesaggio limpido e lineare delle cose che potevano semplicemente esser viste per quelle che erano. Il gioco della libertà, mi viene da pensare sul limitare dell’estate, potrebbe trovare il suo perno proprio sull’equilibrio dei mondi: il mondo dentro il quale siamo, elemento tra tanti elementi, e i mille mondi immaginati, immaginari e conoscibili con la lettura. Il primo non dovrebbe essere depauperato di significato, di senso, ad esso non dovrebbe essere sottratta la potenza degli altri segnali, non convenzionali - il rapporto con un animale, la visione dell’ambiente, l’idea innata del cosmo, il sentire, l’empatia -. Gli altri mondi non dovrebbero avere, per definizione, né numero finito, né architetture identiche tra loro, né processi o stati forzatamente necessitati, e neppure ipotesi spurie o negate. Ma su questo, credo, torneremo. 

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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