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Lunedì, 02 Ottobre 2017 14:33

Il futuro del libro In evidenza

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Nel duemilanove, che sembra una data più prossima all’ultima glaciazione che ad oggi, Robert Darnton, studioso, accademico e giornalista americano, pubblica una raccolta di scritti, dal titolo “The Case for Books – Past, Present, and Future”, che ben presto diventa una lettura d’obbligo per quanti si interessino al mondo della parola a stampa.

Pubblicato in Italia nel 2011 per i tipi di Adelphi con il titolo “Il futuro del libro”, esso affronta questioni che sarebbero diventate, nel giro di soli pochi anni, di strettissima attualità. Il titolo originale inglese rende meglio di quello italiano la ripartizione sistematica dei temi del volume, del suo indice, che di per sé è già una utile traccia per l’analisi proposta. Nella scansione tra futuro, presente e passato del fenomeno, l’Autore ascrive al primo i temi del paesaggio dell’informazione, della sorte delle biblioteche, delle relazioni tra i libri e quel colosso multiforme, tuttologo e fagocitante chiamato Google, e dello stesso cyberspazio quale luogo poroso e magmatico, entro il quale anche i libri affondano e talvolta riemergono con alterne fortune. Proprio nell’affrontare il paesaggio – allora – futuro, quello che oggi noi osserviamo per molti versi compiutamente come il nostro presente, Darnton considera come «L’esplosione delle modalità di comunicazione elettroniche è altrettanto rivoluzionaria dell’invenzione a stampa a caratteri mobili». Quello che a tutta prima sembra essere un fenomeno che favorisca, ora come allora, il moltiplicarsi della disponibilità quantitativa delle opere e delle fonti, non è privo di insidie e di contraddizioni. Già dai primi anni duemila Google, con il suo progetto denominato Google Book Search, aveva iniziato la digitalizzazione di milioni di libri, provenienti da importanti biblioteche, molti dei quali coperti da copyright, rendendone i testi ricercabili on line. Questo fatto, parallelamente a quanto si sperava potesse avvenire nella Repubblica delle Lettere, nel Secolo dei Lumi, avrebbe portato e porterebbe ancora i più ottimisti a vederci la concreta possibilità di una diffusione la più ampia possibile, e democratica, del sapere. Ma c’è un ma. Come le corporazioni del Settecento presero a dominare il fenomeno per regimentarlo (è del 1710 la creazione del copyright, utilizzato allora per fronteggiare le pratiche monopolistiche della corporazione dei librai e degli editori londinesi, prevedendo un termine molto breve, di quattordici anni appena rinnovabili una sola volta, come puntualmente ricorda l’autore), così già all’alba degli anni duemila ci si dovrebbe domandare se davvero un soggetto privato, che opera con logiche e finalità di mercato, guardi al patrimonio delle opere scritte come a un bene primario da diffondere realmente senza frontiere o non, piuttosto, come a una immensa risorsa di dati di cui disporre a piacimento. Una volta digitalizzate tutte le opere rastrellate, come sarebbe avvenuta la diffusione, anzi forse la commercializzazione di questi contenuti digitali? Con quali limiti, con quali garanzie, e con quali utilità per la collettività? L’ideale del sapere totale disponibile per tutti si sarebbe scontrato, era facile predizione, con i limiti del vantaggio economico, con la soggettività di imprenditore privato propria di Google. Altra cosa sarebbe stata la formazione di un arcipelago o una rete di soggetti pubblici, che ponesse l’interesse pubblico al primo posto del proprio operare nella raccolta e poi nella diffusione delle immense fonti di questo sapere. Chi ricorda Europeana? Oltre i confini delle logiche magari puramente commerciali dalle quali prendono l’avvio gli articoli di Darnton che compongono la prima parte del suo saggio, è il panorama vasto delle utopie, e delle fantasie, e delle distopie delle quali pure ho, da queste colonne, in diversi momenti evocato i profili e talvolta gli spettri, riferendo di scritti di altri autori. A quei tratteggi, immodestamente, faccio dunque rinvio. Il discorso di Darnton, virando anch’esso necessariamente verso il tema dell’informazione, ammonisce come essa non possa essere considerata come «un insieme di fatti oggettivi o di pepite di realtà», quanto piuttosto come «messaggi che vengono costantemente rimodellati durante il processo di trasmissione». Le informazioni necessariamente si trasformeranno, dunque, anche a seconda degli errori, delle omissioni, della stessa caducità delle copie digitali, quando non delle deliberate scelte, fosse anche su quale copia o versione dello stesso libro digitalizzare o diffondere, vengono fatte da chi governi tali generali processi. Accanto al mondo tradizionale che sta iniziando la propria biblica transumanza verso il digitale, c’è poi da considerare, con non minore attenzione, l’universo del sapere che nasce già, come il fagiolo nella sua bambagia, in ambiente digitale. Il mondo dei lettori e degli stessi libri nati digitali si affiancherà al mondo tradizionale, ma ancora niente garantisce che digitalizzare e democratizzare, per usare un’espressione dell’autore, sia l’approdo necessitato e quindi sicuro. Tra i tanti dubbi che una siffatta lettura genera, conforta il fatto che, ancora a oggi, l’era elettronica non abbia scalzato la parola stampata; non viviamo, ancora oggi, e per fortuna io aggiungerei, in quell’universo mentale e immateriale proprio dell’era post tipografica preconizzato da McLuhan, per dirla ancora una volta con Darnton. La parte seconda del volume, quella che si incarica di descrivere il presente secondo l’autore, è principalmente incentrata sui temi dell’editoria scientifica. Vengono tratteggiate le criticità che si registrano, in questo nuovo scenario, nel continuare a sostenere le pubblicazioni scientifiche a carattere monografico e la loro conservazione presso le biblioteche, specialmente universitarie, pubblicazioni particolari che sono da considerarsi contemporaneamente fondamentali per il sapere scientifico epperò contestualmente a rischio di estinzione. Accanto a ciò, Darnton non manca di offrire la propria esperienza, lui che è stato, tra le tante altre cose, anche direttore generale delle biblioteche dell’Università di Harvard, riguardo alla genesi di quella metodologia oggi comunemente conosciuta come la pubblicazione delle opere scientifiche in ambiente aperto, o in Open Access, secondo la terminologia comune. Open Access, indici citazionali o bibliometrici, o la stessa formazione di case editrici universitarie, le University Press, capaci di raccogliere in prima istanza le evidenze della produzione scientifica, sono tutti elementi importanti perché negli Atenei di tipo anglosassone, prima, e oggi anche da noi, sono sempre più centrali (per dinamiche e metodologie delle quali risparmio all’eventuale lettore adesso la fatica di addentrarcisi, rinviando l’argomento ad altra occasione) per la selezione dello stesso corpo accademico universitario. In una raccolta di scritti così articolata, come quella sotto il titolo de “Il futuro del libro”, oltre che seguire col dito scorrendo le pagine la storia del dibattito contemporaneo sul libro, si possono individuare davvero numerosi alternativi percorsi di approfondimento, risultando esso volume adatto per palati differenti. Prova particolare ne è la terza parte, forse quella più avvincente per un lettore non tecnico e più entusiasta o curioso, come magari sarei io stesso, nella quale l’autore, volgendo lo sguardo al passato, si produce in un inno alla carta, descrivendo con una scrittura affettuosa e impietosa assieme, i crimini e i misfatti operati proprio dai bibliotecari. Pare che a un certo punto della storia contemporanea i bibliotecari siano stati presi dalla “infondata ossessione di risparmiare spazio”. Per fare ciò ci si è prodotti in una forsennata corsa alla dematerializzazione di interi patrimoni librari, di interi archivi di giornali. Sulla base di infondate preoccupazioni, si direbbe oggi, ad esempio che la carta degradi, o diventi tossica, o bruci facilmente, o ammuffisca o che, un numero inimmaginabile di raccolte di quotidiani e di volumi, custoditi presso le più importanti biblioteche, ad esempio americane, sono stati prima microfilmati e poi digitalizzati, con procedure ed attrezzature che alle origini non erano affatto conservative degli originali, e poi abbandonati, dissezionati, magari smerciati foglio a foglio tra antiquari e bouquinistes, distrutti, perduti. Darnton adombra persino il sospetto che i bibliotecari, negli anni di maggior vigore della politica di dematerializzazione del patrimonio librario, non potessero non essere, in certi ambienti almeno, in malafede, nel compiere o assecondare tali efferati delitti. Il volume, che certo offre molte più preziosità di quante io ne possa riferire, quale ad esempio un delizioso cenno alla tradizione degli zibaldoni, o commonplace books o notebooks, testimonianze concrete di quanto la lettura e la scrittura siano esperienze intimamente inseparabili, figlia e madre l’una dell’altra, nel tentare di delineare le direttrici più credibili per una possibile scienza che possa esser definita Storia del libro, non manca di chiudersi con un’affermazione assieme naturale e folgorante: «i libri fanno parte di circuiti comunicativi che, per quanto complessi, funzionano secondo schemi coerenti. Portando alla luce tali circuiti, gli storici possono mostrare che i libri non si limitano a registrare la Storia, ma la determinano.». E qui non mi preoccupo nello spoilerare “Il futuro del libro” di Robert Darnton, stante che egli stesso, nel suo libro, con anni d’anticipo, ha spoilerato l’attualità che stiamo attraversando.

Rocco Infantino

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