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Lunedì, 05 Giugno 2017 19:30

Hortus conclusus

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In fatto di paragoni sbagliati, se fosse questa una rubrica di vini, ben si comprenderebbe, di quando in quando, qualche articolo sui bicchieri.

Sto leggendo in questi giorni Il cervello aumentato, l’uomo diminuito di Miguel Benasayag, Erickson editore, Trento, ottobre 2016. Benasayag è una di quelle personalità molteplici che risultano interessanti: psicoanalista e filosofo, ha insegnato logica matematica e prestato servizio come psichiatra nei servizi pubblici francesi, nel tempo, immagino, lasciatogli libero dalla partecipazione attiva alla guerriglia al seguito del Sig. Ernesto Guevara e agli anni di prigione vissuti in Argentina. Il volume che sto scorrendo affronta alcuni aspetti di un tema a lui caro e d’interesse per molti, specie in questo periodo, che a rischio di banalizzarlo riassumendolo si potrebbe indicare come il rapporto uomo - macchina, con l’avvertenza che l’orizzonte indicatoci dal taglio degli studi dell’Autore non è certo soltanto quello dell’esperienza individuale, bensì quello più articolato - e che di questa articolazione si fa avvertito carico - tra la dimensione sociale dell’individuo, vista essa stessa come sistema/organismo vivente complesso, e organizzazione delle macchine. Non mi si domandi se io l’abbia fatto di bella posta ad arrivare a lui: si sa che spesso a letture come a fatti della vita che possono risultare significativi ci si arriva per il solo ordine di quel fenomeno che, non conoscendone l’intima natura, chiamiamo caso. Aggiungo che mi permetto di parlarne già adesso, che la lettura non l’ho completata, sia perché regola di questa rubrica è non aver regole, e quindi ben ci si può tornare, se del caso, su di un libro del quale s’è già scritto, sia perché questo lavoro in particolare manifesta delle evidenze molto suggestive sin dalle prime pagine, certamente già poco oltre la metà del volume. Nell’introduzione al lavoro, che viene presentato come uno studio sul cervello umano, ripensandolo, e con esso ripensando l’individuo, alla luce delle ibridazioni con gli apporti delle tecnologie acquisite all’uso comune e diffuso, giustamente si avverte che la questione riguardante il cervello e il cervello aumentato per effetto della tecnologia mostra la sua intima relazione con i temi attinenti la libertà, l’essenza di ciò che noi consideriamo umano, e la vita stessa. Intanto è necessaria, secondo l’Autore, una consapevolezza: l’ibridazione uomo-natura-tecnologia è già una realtà. Se letteratura vastissima, e non solo dal taglio, per così dire, naturalistico o etologico, già si è stratificata sul primo segmento della relazione, se già si sono consumati anzi da secoli, aggiungerei, quantomeno nella cultura occidentale e non soltanto tra i figli e i pronipoti di Cartesio, i passaggi che hanno preteso di porre l’uomo al centro dell’ecosistema conosciuto, preferendo questa a una più equilibrata visione (a me più simpatica) policentrica della vita, tanto da potersi oggi parlare, su questo pianeta, di un “antropocene”, le novità e direi le urgenze della cronaca, oltre che della filosofia e delle scienze, ci imporrebbero di riflettere sul terzo termine di relazione, quello con la tecnologia. L’ibridazione umano – tecnologica, ovviamente, non passa necessariamente attraverso la mutazione del fenotipo, non è certo rinviata a un futuro eventuale in cui riconosceremmo per strada, esseri metà uomo, metà ciclomotori a tre ruote o che. Le seducenti proposte di impiantare sottopelle un chip per non portarsi dietro la tessera del bancomat o le chiavi di casa sono già qui e portano dritte dritte alla formazione di un organismo integrato, di un uomo ibridato. Ciò dove ci condurrebbe, dove ci condurrà il tecnicamente possibile? Se oggi l’uomo ha già consumato la propria separazione dalla natura e dal mondo, osservati ormai dall’esterno (e pretesamente dall’alto, magari) come mero oggetto di indagine, se ha già abbracciato la propria pretesa solitudine come soggetto, se già oggi l’uomo ha finito - sempre con riferimento a certe dominanti prospettive di pensiero, soprattutto occidentali - per confinare la sua più intima essenza nella propria interiorità e nella propria intenzionalità, se già oggi la sua soggettività non è altro che questo, non rischierà forse di dissolversi, riducendosi a un dispositivo antropologico, dove i moduli, capacitivamente aumentati, di ogni sua facoltà, che sia meccanica, che sia di percezione, che sia di autorigenerazione o di elaborazione, non conserveranno una identità ulteriore e diversa dalla somma delle parti e delle funzioni? Credo sia questo uno dei nodi che Benasayag ponga al centro della sua esposizione. Per affrontare questo nodo, egli parte dall’analisi del complesso delle funzioni del cervello, tante, della sua struttura, che è modulata e anzi plasmata, da dette funzioni, in una biunivoca e dinamica relazione, ma riconoscendolo anche, necessariamente, come sede, o una delle sedi, della elaborazione del pensiero, e del pensiero che pensa sé stesso come una soggettività. Ciò va ben oltre la visione di certo riduzionismo fisico-chimico, ben oltre la visione di una pretesa separazione mente-corpo, non solo contraddetta da fatti e fenomeni, ma probabilmente pericolosa nei possibili approdi a una certa deterritorializzazione della mente che pensa. L’uomo non è una macchina di Turing, avverte l’Autore, non si può quindi voler tendere alla creazione di un cervello sradicato. L’uomo pensa, e vive, con tutto il proprio corpo, e aggiungerei, è chiaro, tutto questo essere è compreso nel mondo e nel mondo si estende in una interazione continua con esso, che lo influenza e che egli influenza. L’autore cita a sua volta un testo fondamentale della letteratura scientifica, L’homme néuronal di Jean-Pierre Changeux del 1976, che ripercorre la storia recentissima della scoperta del cervello come luogo del pensiero o, per lo meno, come luogo del coordinamento delle azioni degli uomini, storia che può trovare prime testimonianze intorno al 3000 A.C., poi variamente elaborate dagli egizi, dai mesopotamici, dagli ebrei, storia che passa per Platone e per Galeno, con i quali mano a mano si arriva a posizionare l’anima razionale nel cervello, e ricorda come si dovrà poi attendere fino al secolo XVIII perché si teorizzino le prime correlazioni tra il cervello come organo e il pensiero razionale. Interiorità e intenzionalità, dunque le strutture portanti che mano a mano emergono nella scoperta del dispositivo “uomo”. Per il discorso sulla tecnologia, e le sue influenze e interazioni con questo dispositivo, Benasayag non si stanca di evidenziare che nuove pratiche sviluppano a loro volta in questo dispositivo nuove dimensioni concrete. È curioso scoprire come una delle primigenie pratiche capaci di significative influenze sull’attività intellettiva dell’uomo fu proprio quella della lettura silenziosa. La lettura silenziosa diede avvio «a questa soggettività che evoca un «giardino interiore», un dialogo interno a noi stessi, nuovi modi di percepire lo spazio e il tempo che, naturalmente, implicano delle modificazioni nella scultura neuronale», che poi nelle successive pagine l’Autore approfondisce ed esamina. Questa pratica con altre, questa funzione e questa consapevolezza, assieme allo stesso sviluppo del cervello quale organo, nell’interazione con il mondo, a sua volta codificata attraverso particolari naturali metodologie, tra le quali soprattutto la percezione del movimento e del divenire, nonché la tendenza a isolare quantità discrete di realtà per farne oggetto di analisi, diventano una delle funzioni principali, se non la principale, del cervello: la produzione di significato. Ma su questo, e poggiato al malfermo steccato del giardino interiore, mentre lo studio del quale parlo continua e s’addentra in argomenti ulteriori, per timore d’esser troppo lungo al momento mi fermo, rinviando a un prossimo scrivere, sempre eventuale. To be continued.

 

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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