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Giovedì, 18 Gennaio 2018 17:03

Fenomenologia dell’attesa

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Comodo nella curvatura inversa dello spazio tempo che ha come fulcro la poltrona di cuoio nel salottino di attesa,

in questo stato inerziale rispetto al sistema di riferimento nel quale dal mondo di fuori mi arriva indebolito un riflesso sonoro, effetto dello stesso moto apparentemente incessante dei pianeti e, appena un poco più vicino, dei veicoli ancora mossi dai motori a scoppio che inspiegabilmente tossiscono da più di centosessant’anni e che sono il fluido grumoso stesso dello steampunk urbano, in quel garbuglio di corpi sparati in direzioni che da qui appaiono, oltre che accelerati, senza meta, giacché quel mondo, da qui, dal mio stato tranquillo di sospensione, pare avere qualità definitivamente costanti in ogni suo punto, del mondo di fuori, oltre il setoso damasco verde cinabro e oro delle pareti, che si alterna per alti rettangoli a colonne di ordinati vecchi volumi rilegati a refe il cui dorso di pelle custodisce tra i nervi i caratteri in oro che quell’oro richiama, diviso appena dal velo di una tenda bianca contro la finestra, finalmente separato e distante, godendomi la quiete – è così che immagino si possa determinare la massa a riposo del protone –, pur sapendo che l’amabilità del mio ospite al quale sono stato già annunciato non mi darà tempo per leggere, prendo da una pila discreta sul tavolino davanti a me una rivista. Non è recente - ma il tempo, l’ho appena detto, non esiste -, e tuttavia qualcosa nell’indice mi si rende subito interessante, e mi pare così attuale, attualissima, da annullare questa distanza di circa sei anni e da imporsi tra le riflessioni proprie di queste settimane. Gnosis – Rivista italiana di intelligence è un periodico (quattro uscite l’anno) dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna, i nostri servizi segreti civili, per dirla ai ragazzini, edita da Dat Donat Dicat Editore in Roma, che mi piace pure citare perché “dat, donat, dicat” o “d.d.d.” era una formula comune nelle dediche dei libri nel XVII e nel XVIII secolo; ma non divago oltre. Il numero 2 del 2011 ospita un Forum dal titolo La “Rete” strumento di partecipazione, mobilitazione e lotta, a cura di Emanuela C. Del Re, con scritti di vari esperti. Le esperienze delle rivoluzioni o delle “primavere” di quegli anni, dai Paesi del Maghreb a quelli del Medio Oriente e gli stessi riflessi nei rapporti con l’Occidente e in esso, sembrano presentare, secondo gli autori del dossier, un elemento comune, costituito appunto dal ruolo emergente dei nuovi media e dei social accanto e oltre i media tradizionali. Ci si spinge a dire, nell’analisi, che strumenti nuovi come blog, canali satellitari pan-arabi, giornalismo partecipativo, prendendo il controllo del flusso delle informazioni reali, abbiano potuto mutare perfino alcuni aspetti del concetto di potere. I regimi non controllavano più l’informazione, non in esclusiva, non più efficacemente con i tradizionali canali monodirezionali (emittente – utente), e anche ciò soltanto, anche solo questo pezzo di realtà avrebbe inciso nella lotta tra essi e le popolazioni: lo scontro, o la resistenza, si erano spostati su non-luoghi ampi, liberi, accessibili e si andavano strutturando su livelli diversi di comunicazione, persino interpersonale. Tanto che, di fronte alle peculiarità del mezzo, la Rete, si riusciva agevolmente a aggirare e far sostanzialmente fallire i tentativi di censura. Gli strumenti, pensandoci, per banali che fossero o siano, in quel caso dimostravano di poter funzionare: un elevatissimo numero di persone on line, davanti a un pc o anche soltanto con un cellulare in mano. Fuori del merito degli eventi, poi, i curatori del forum non mancavano di annotare che quella specifica rivoluzione della comunicazione presentava anche una rilevante peculiarità: la diffusione dei social e dei new media, a differenza d’altre che si erano diffuse prima nei Paesi sviluppati e solo dopo, magari, in quelli più poveri, già allora dimostrava di allargarsi contemporaneamente, tendenzialmente, in tutte le realtà. Blog, forum e chat, dunque, in quegli scenari e in pochi giorni, si erano dimostrati capaci, in alcuni casi, di far crollare anche le più longeve e resistenti dittature. Nel forum si analizzano gli specifici casi di Tunisia, Egitto, Algeria, Libia, si fa un cenno interessantissimo alla gestione dell’infrastruttura hardware delle telecomunicazioni (della quale non si parla spesso, mai abbastanza, ma ci torneremo), al ruolo di organizzazioni internazionali di attivisti come We Rebuild, si riportano elementi di interessanti analisi fatte in tempo reale sui flussi di informazione da vari servizi come Youtube, Gmail e Google Search in quegli scenari, si fa cenno alle raccolte di fondi per finanziare i movimenti di insorti, ci si pone, infine, anche la questione, naturalmente connessa al tema dell’informazione, sul controllo della veridicità dell’informazione medesima, si fanno i casi della information toxic, dei sockpuppet. Il bello d’essere una rivista on line, come quella dalla quale scriviamo, o meglio uno dei suoi punti forti, è poter fare efficace rinvio mobile non a una pur esplicativa ma sempre fissa nota a piè pagina, bensì a un link, dove a sua volta s’apra per intero il contesto richiamato, compresi gli infiniti ulteriori, ivi connessi a loro volta. Dunque lo studio del quale parlo, e molto altro di  piuttosto interessante, potrete trovarlo, se vorrete approfondire, partendo da qui: http://gnosis.aisi.gov.it/Gnosis/Rivista27.nsf/servnavig/57?Open&Highlight=2,strumento+di+partecipazione,mobilitazione+e+lotta . Una riflessione che ad esempio vi si propone, tra le altre, da parte di alcuni partecipanti al forum, è che, allo stato, nel mentre appare che il web si sia sostituito ai partiti politici nel (solo?) dibattito pubblico, la Rete per ora mostra sicuramente maggiori capacità di supportare la protesta, il combattere contro qualcosa, che capacità di aggregare attorno a una proposta. Tant’è. Rubati dal mio temporaneo trono di cuoio gli apici di questi contenuti, che avrei approfondito dopo, nella quiete della sala d’attesa, finanche il coro di quelli che di questi tempi questionano del Web come del posto troppo popolato di pericolosi erogatori di false notizie e troppo poco presidiato da – magari pubblici – dispensatori di verità tetragone e che per ciò stesso additano la Rete come la culla, anzi la mamma dei cretini, di tutti i cretini in circolazione oggidì, e che servirebbe regolarla (i.e. limitarla), quello scomposto e animoso vociare di fuori, così, adesso, più che lontano, più che superficiale o banale, mentre mi sforzo di non trovarlo sospetto, ecco, si, acusticamente, mi suona per quel che è: fesso. Dunque c’è chi dice, e ci sarebbe da credergli, che internet sia addirittura capace di favorire le rivoluzioni e chi sostiene invece che internet renda cretini e punto. Così, a mio uso, per fare una provvisoria sintesi tra certo senso comune e un punto di vista molto specifico sul medesimo argomento, una volta a casa, piuttosto decido di prendere un volume già da tempo sul mio tavolo: David Weinberger, La stanza intelligente. La conoscenza come proprietà della rete, Codice Edizioni, Torino 2012. Weinberger, cercarsi on line notizie su di lui, viene considerato un “filosofo di internet”. Il volume si occupa essenzialmente dei rapporti della conoscenza con il web, della sua crisi o presunta tale, certamente della sua trasformazione anche e proprio per effetto dell’aver essa mutato domicilio, se non residenza, la direi così, spostando il centro delle sue maggiori attività dai tradizionali luoghi chiusi e finiti (i libri, le biblioteche, le accademie) alla Rete.  Lo studio parte da qui. È vero, concorda l’autore, internet frantuma la nostra attenzione (chissà quanti tra i lettori stessi di quest’articolo siano arrivati fin qui e quanti si spingeranno a leggermi fino alla fine), segna la fine del pensiero riflessivo, quel pensiero che ha appunto bisogno di una forma lunga e strutturata, oltre che almeno apparentemente compiuta, come quello che in genere si affida a un libro; Google indebolisce la nostra memoria (intanto, perché ce la fa sembrare inutile), la rete stessa favorisce il formarsi di quelle “camere dell’eco”, effetto degli algoritmi che presidiano molte delle sue funzioni essenziali, per via dei quali veniamo spesso messi di fronte a elementi (gruppi social, risultati di una ricerca) tendenzialmente omogenei ai nostri modi di vedere, dalla rete stessa conosciuti. Certo, le teste di ciascuno di noi non sono abbastanza grandi per contenere tutto il sapere, e questo lo si sapeva, la conoscenza in sé diventa quindi più consapevolmente, magari, una proprietà della rete stessa, e non dei singoli. Internet ci offre immediatamente molti più dati, molte più informazioni di quanti noi possiamo gestire, supera la nostra capacità di canale, per dirla così. Questo sovraccarico informativo, anch’esso può nuocere al pensare, certo. Si crea quel data smog, quella nebbia informativa, per usare un’espressione di Weinberger, che rischia di coprire tutto. I canali tradizionali della conoscenza avevano anche il compito di filtrare i contenuti, non tutti arrivavano a pubblicare / diffondere contenuti; la rete invece, per sé, porta tutti avanti, rende disponibili a chiunque contenuti formati da chiunque. Il volume di dati cresce, i punti di vista, le posizioni crescono e non si compongono tra di loro, persino le antinomie, i disaccordi sono destinati a diventare strutturalmente perpetui. La Rete non ha una forma, non ha bordi, non ha base, e funziona allo stesso modo su ogni scala. I libri tradizionali sembravano fatti, lo si comprende magari meglio oggi, proprio per mettere un punto fermo sopra qualcosa. Con la loro presunzione di definitività, di ultimatività consegnata loro anche soltanto dalla finitezza del numero delle pagine, segnavano almeno temporaneamente la fine di una ricerca, e l’inizio, magari, di un ragionamento. Con la Rete viviamo invece sotto (o sopra) una nuvola di dati enorme, dalla quale molto lentamente i fatti riescono a sedimentare come base. I data commons, che pure sono un traguardo per la conoscenza diffusa, nel loro flusso normale incessante non portano più a conclusioni sicure, crescono gli errori anche per il semplice fatto che qualunque teoria avrà, nella Rete, una più che generosa provvista di elementi di cui alimentarsi. Dovremmo dunque arrenderci ad una prima interlocutoria evidenza: i fatti non sono più la base della nostra conoscenza. Internet non ha gli elementi tradizionalmente richiesti per creare un corpus della conoscenza: non è un redattore, non un curatore, internet non fa neanche semplicemente da muro a dati sporchi, inesatti, incompleti. Seppure tutti questi aspetti siano reali, e magari non del tutto positivi, non è a questo che si limita lo scenario aperto dalla Rete. La Rete supera le cerchie ristrette, favorisce in maniera efficace l’incontro tra domande e risposte, non si pone come un elenco di punti fermi, ma come una reticolo di rinvii, non propone un punto di vista lasciandolo percepire come obiettivo, semplicemente perché il suo sguardo non muove da un solo punto. Se vogliamo, proprio come quando crediamo di aver trovato il libro che fa per noi per il nostro studio o le nostre ricerche, così anche in rete il concetto di autorità, su un tema, su un fatto, si esaurisce di fronte a una pagina oltre la quale, per affidamento, non riteniamo più di dover continuare a seguire link. Occorre rivedere il concetto di sapere, di scienza, si, anche quello. In effetti, anche nel mondo tradizionale non sono mai esistite idee, o idee scientifiche, isolate. Le ragnatele di idee ci sono sempre state. Anzi, la Rete oggi dimostra plasticamente come la scienza sia troppo ricca e troppo complessa per essere ridotta a qualche teoria dal profilo definito e invariabile. E c’è, in questo mondo del sapere diffuso e aperto, un ulteriore elemento molto particolare e interessante: a differenza delle realtà tradizionali, in cui il sapere si divideva per strati, e dove magari gli scienziati, ultimo strato, dialogavano soltanto tra loro, oggi la rete mette in diretta comunicazione, orizzontalmente, ad esempio, gli scienziati con i semplici amatori, con i curiosi, con le macchine che semplicemente elaborano dati, eccetera. Lavorano al sapere, così, anche coloro che conoscono bene i fenomeni, magari anche meglio degli scienziati (si fanno gli esempi di specifici operatori, o tecnici, o esperti, o collezionisti, o appassionati), senza magari necessariamente comprenderli. Cionondimeno, nel volume si fanno a riguardo esempi chiarificatori, proprio di questa nuova “metodologia” anche la scienza non può che giovarsi: Weimberger sostiene che in questa relazione diffusa i dilettanti diventano i sensori umani della scienza, estendendone, come fosse un organismo, immagino io, il medesimo apparato. Si badi: questo tipo di idea del sapere è molto più vicino a quella che gli scienziati stessi hanno del sapere, e risulta invece più distante da quella che da sempre danno della scienza i media tradizionali. Vero è piuttosto che accanto alla non immediata definitività di una ricerca, per come si presenta il mezzo, la Rete riduce anche di molto il ruolo e il controllo autoriale; va in questa direzione il gioco dei link infiniti. In fondo, ricorda l’Autore, e dobbiamo riconoscerlo, noi quasi tutti eravamo portati a considerare la Conoscenza come qualcosa che è vera a prescindere da noi. Oggi scopriamo che la conoscenza non è “indipendente” da noi. Oggi non abbiamo più quale patrimonio comune un sapere codificato, condiviso e su cui concordiamo, bensì un mondo condiviso nel quale possiamo – plasticamente, direi - continuare ad essere sempre in disaccordo, e comunque, in questa condizione, proseguire, interagendo, per accrescere il sapere comune. Anche i legami deboli del tipo scienziato / appassionato / amatore hanno di buono che obiettivamente estendono il raggio d’azione del sapere. Sia chiaro: non si propone, la Rete non propone un livellamento o una confusione di “credenziali”. Questo stesso articolo, che è scritto da un dilettante appassionato di letture senza alcuna competenza scientifica in questo campo, non peserà mai quanto uno scritto, chessò, dello stesso autore che esso cita, e ci mancherebbe! Epperò magari, perfino questo articolo, questo link, potrà far da tramite per qualcuno o per qualche idea, tra livelli differenti di conoscenza, o di maturità scientifica, o di interessi culturali, o di affinità politiche, o di esperienze mistiche, o tra categorie professionali, o curiosità statistiche, o… Non lo sappiamo. In definitiva, secondo l’Autore, oggi, mentre da un canto le stesse tradizionali istituzioni rischiano di diventare delle camere dell’eco, nel novero delle loro idee e delle loro elaborazioni ammettendone solo di omofile, il costituzionale disordine della Rete si rifiuta invece di tenere separati il sapere dalla comunicazione e dalla socialità. E dunque il luogo, questa stanza virtuale, che accoglie il contributo, l’intervento e l’interazione di tutti, ciascuno con la propria peculiarità e con il proprio peso specifico, è esso stesso che diventa il soggetto più intelligente. «Discuteremo se la nuova conoscenza ci avvicini alla verità» dice conclusivamente Weimberger «Ma una cosa sembra essere chiara: la conoscenza in rete ci avvicina alla verità sulla conoscenza.». Quanti hanno come me l’abitudine di tornare, una volta letta l’ultima riga di un volume, alle prime pagine? Credo che sia essa, in piccolo, come un’esperienza di viaggio nel tempo. Talvolta, la pratica restituisce una sensazione quasi fisica di trovarsi di fronte a due se stessi contemporaneamente: quello attuale e quello che si era all’inizio di questa lettura interessante. Non divago, divagherò altrove. A pagina VIII del prologo, prologo che molto efficacemente butta sul tavolo le questioni fondamentali delle quali s’occuperà il saggio, si fa un riferimento che ho subito trovato suggestivo al ragguardevole archivio documentale che lo scrittore John Updike aveva messo su, e che testimoniava di ogni fase della sua attività creativa: dalla ricerca e dalla documentazione necessarie per l’ambientazione dei suoi romanzi e dei racconti, alle svariate fasi di lavorazione sui testi, ai rimaneggiamenti, alle limature, alle correzioni. Di aspetti come questi, molto particolari e interessanti, mi occupavo già tempo fa, su queste stesse colonne, quando mi capitò di leggere un bellissimo volume di Maria Corti, di cui parlo qui: http://www.goccedautore.it/scrivere/inchiostri-viventi.html. Se oggi tutto, anche l’attività preparatoria del laboratorio di uno scrittore è per lo più affidata a bit, non sta più sulla carta, tesori come quelli di cui lì parlavo, ad esempio, diverranno sempre più rari e molto più difficile si renderà l’opera degli studiosi. Ma anche questo è soltanto un aspetto molto particolare di un fenomeno vasto. Mentre inizio a pensare di scrivere questo pezzo, invece, qualche settimana fa, mi accorgo che i maggiori quotidiani – on line – battono una notizia piuttosto seria: il presidente americano, non fatemi fare nomi, o, per lui, la Federal Communications Commission degli Stati Uniti, ha appena abolito il principio di neutralità della rete, in quel Paese. Cos’è? Che significa? Cosa comporta? Ne parleremo. Credo.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

1 commento

  • Link al commento filippo Giovedì, 01 Febbraio 2018 17:08 inviato da filippo

    Articolone con tanta carne al fuoco. Quindi una sudata. Ma ne è valsa la pena.
    Stop

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