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Giovedì, 18 Aprile 2019 13:23

Esplorando il delitto

Scritto da 

(parte prima)

giallo

Come treni che corrano talvolta affiancati per tratti più o meno brevi, o per sinusoidi vicine, ora con variazioni di quote, ora scomparendo, e riapparendo poi l’uno alla vista dell’altro, guadagnando i punti di destino ancora indistinguibili cui tuttavia sembrano mirare, così mi pare che procedano, da qualche tempo, le modeste annotazioni che vado facendo su questa rubrica e le riflessioni che prendono forma in una delle storie che parallelamente sto scrivendo, anzi si scrivono per mezzo di me e talvolta finanche mio malgrado, e che, come le altre, non vedrà mai la luce.

 

Compiono quest’anno novant’anni le edizioni de I libri gialli, poi diventati I gialli Mondadori, con i quali quell’editore avviò una collana dedicata al romanzo poliziesco e che finì per etichettare un genere narrativo, incentrato sul delitto e sulle indagazioni a esso relative; ancora oggi, gli scritti di quel genere di letteratura, proprio a motivo di quelle originarie edizioni fatte di volumetti dalle copertine di quel colore, vengono chiamati “gialli”. Se faccio eccezione di un pugno di titoli proprio della successiva collana Il giallo dei ragazzi, avviata sempre per i tipi di Mondadori nel 1970, che lessi da bambino, libri dei quali mi colpirono i disegni delle copertine, che secoli dopo scoprii essere nati dalle matite di disegnatori come Mulazzani o Rostagno, i titoli delle storie e i nomi dei personaggi, per lo più così inglesi e beat, starei per dire, e che così sollecitavano, accessoriamente, anche l’insorgere di quella particolare condizione dell’animo che in molte fasi della vita, pure mutando di sfumature, sempre può essere definita più o meno come una residente nostalgia dell’altrove, ai gialli era destino che arrivassi anni e anni dopo, nella ormai piena maturità – sempre che maturità sia, quella dell’uomo e del lettore che si ritrovi sempre ad accumulare più curiosità e domande che risposte e esperienze. Il primo giallo letto in età matura fu quindi Tatuaggio, di Manuel Vázquez Montalban, iniziato in spiaggia una splendida mattina di venticinque anni fa, quando, ricordo ancora, dopo un lungo stazionamento al largo, a fare il morto, approdato al mio lettino, i miei occhi si bloccarono sulla prima pagina dove, aggrappata all’incipit, era già l’immagine del corpo di un morto che galleggiava sull’acqua del mare, proprio come me un attimo prima, intralciando un pattino. Dopo Montalban, tra il giallo e il noir, fu la volta di Jean-Patrick Manchette, e poi di Léo Malet, del quale ultimo amai anche le trasposizioni nelle splendide tavole di Jacques Tardi, favoloso fumettista dal tratto malinconico; di questi autori lessi molto, e però mi conservai per la vecchiaia ancora qualche titolo, non essendo nessuno di loro, purtroppo da tempo, nelle condizioni, ormai, di produrne di nuovi. Le mie letture di romanzi, di genere e no, a un certo punto si interruppero, senza che potessi mai attingere alla tradizione inglese del poliziesco da meditazione o alla frontiera americana di quello d’azione, ma non prima, tuttavia, che io potessi arrivare, e mi avvicino ancora piano al punto, al Georges Simenon del Commissario Maigret. Settantasei romanzi, dei quali ne ho purtroppo già letti più di una quarantina, e ventisei racconti, scritti tra il 1931 e il 1972, senza contare, perché non sono in argomento, tutti gli altri romanzi “duri”, scritti dal medesimo Simenon e non incentrati sulle inchieste del principe di Quai des Orfèvres. Non sono Frate Indovino, non tengo conto nel mio almanaccare propriamente detto delle ricorrenze, neanche di quelle del tipo che sopra ho celebrato, non è per questo dunque che la storia dei gialli, giorni fa, mi è venuta alla mente. Accade invece che, mio malgrado davvero, tra le pagine che sto scrivendo, una storia piatta proprio come la superficie dell’acqua di mare quando sembra diventi oleosa per via dell’afa, della luce bianca, dell’immobilità dell’aria agostane, affiori un delitto. Non sto a dire di più di questo, se non che il fatto imprevisto sgomenta me per primo. E che già dalle successive righe e pagine, vergate a mano o febbrilmente cablogrammate col mio portatile a me medesimo, tento di far luce sul chi, sul perché, sul come e quando. È un fatto abbastanza comune, credo, che dove compaia il delitto, ogni altro elemento, prospettiva, finalità o significato di una storia finiscano per avvolgersi attorno a questo, immancabilmente, come fosse lo stecco attorno al quale, riscaldandosi, lo zucchero smaniosamente fili e ci si appiccichi, infine. Perché? Sarebbe da tentare un saggio sul “giallo”, mi dico, ed è questa proprio la cosa che è venuta in mente al signor Leonardo Sciascia, nel 1953. Come fosse una specie di consulto, quindi, prendo a scorrere Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo, un volumetto edito da Adelphi nella collana Piccola Biblioteca, e che raccoglie una serie di articoli e di scritti firmati da Sciascia nel corso di alcuni decenni sul tema della letteratura gialla. Subito mi rendo conto che la mia domanda iniziale era troppo semplice. Le chiavi di lettura di una indagine su di un crimine in una narrazione, come anche della relazione tra il lettore e una lettura di questo tipo, possono essere diverse. Il primo capitolo del volume, che si concentra sulla storia e sulla funzione del giallo, si incarica di proporre una prima prospettiva, la più immediata, quella per così dire politica o sociologica. Presto si scopre che, in superficie, le storie gialle girano attorno a due poli, che potremmo ritenere cari rispettivamente a Marx e a Freud, e che indicano l’uno l’interesse delle classi popolari o comunque non dominanti, in una società data, verso l’amministrazione della giustizia e il giudizio che di essa se ne facciano, l’altro, il fascino che la violenza e il terrore, cui poi fanno da complemento l’attività speculativa medesima, l’immedesimazione nel criminale o nel giustiziere, esercitano sulle persone. Non pretendo di tenere il lettore avvinto a queste modeste righe per tutto il tempo necessario a riferire per bene l’analisi di Sciascia su questi punti, così come pure a passare in rassegna tutti gli autori che sono citati nel volume; basti qui dichiararli e fare a essi, e al loro autore, esplicito rinvio. Basterà che io dica che subito, leggendo, ci si può intanto fare un’idea approssimativa del perché in certi momenti della storia della letteratura gialla chi indaghi su un delitto sia espressione della polizia ufficiale, o non lo sia, e agisca ora a fianco a essa, ora indipendentemente da essa, ora in aperto contrasto o perfino in conflitto con essa. Il potere costituito, sotto specie di potere di polizia e di potere di giustizia, viene spesso valutato proprio per mezzo di queste opere pretesamente di serie B, le quali diventano referti piuttosto accurati di certi fenomeni sociali. Così c’è l’esaltazione, politicamente quasi neutra, direi, dell’individualità di certi detective, che emergono da uno sfondo in cui la polizia ufficiale viene ritratta soltanto per la sua lentezza, la sua inefficienza, il suo grigiore, la sua macchinosità. Accanto a questi tipi, ci sono invece i graffiti di società più moderne e più giovani, che descrivono una vera e propria contrapposizione tra l’indagatore e la polizia corrotta, oltre che inefficiente, o tra quest’ultima, percorsa a propria volta da spontanee virtù morali, e gli amministratori della giustizia, i giudici stessi, loro sì insensibili, o troppo indulgenti o addirittura sordi a una giustizia sostanziale, o magari troppo vicini a esponenti del potere politico, confusi con essi e a essi accomunati da sostanziali interessi di conservazione. In questo contesto, per così dire, deteriorato – Sciascia ci fa agevolmente seguire anche questa traccia –, avviene la mutazione, che pure diversi autori producono, dell’investigatore in giustiziere, in colui che non si senta soltanto chiamato a trovare la chiave logica di un delitto, a ricostruire un fatto oscuro e a appuntarne con rigore metodologico o con sfrontata intraprendenza la relativa titolarità ma, altresì, in assenza di giustizia, in supplenza di una funzione sociale non più moralmente riconosciuta a chi dovrebbe amministrarla, si sostituisca ai giudici e anche al boia, per sanzionare in via subitanea quanto definitiva l’autore del delitto. Dalla vecchia Europa di più di due secoli fa alla giovane America del nord, senza scomodare i più antichi prodromi che pure vengono, evidentemente con divertimento intellettuale, indicati nel volume, proprio questa sub letteratura, secondo l’autore, se non un affresco completo, tra il naturalistico e il fenomenologico, certamente può essere considerata, per i suoi meccanismi fondamentali, come una cartina di tornasole del comune sentire, e del suo variare, come sommariamente richiamati. Ma, certo, quando la mia penna scriveva di un delitto non era mossa da intenzioni sociologiche o apertamente politiche, non consapevolmente; so, io, di scrivere a malapena per me solo, e so che tenderei a concentrarmi sulle dinamiche dell’io, di qualunque io beninteso, più che su fenomeni come questi, nei quali la “molteplicità” rischia sempre di allontanare la speculazione dalla “natura” delle cose, vero oggetto dei miei divertimenti da lettore-che-scrive. C’è un altro piano, più di struttura e di metodo, al quale ci accompagnano le annotazioni di Sciascia. L’autore ritiene di individuare due tipi, due famiglie di gialli. Ci sono storie che si propongono come una specie di “cruciverba narrativo”, capaci di saggiare l’intelligenza del lettore e di stimolarne il ragionamento, che mostrano il rebus e gli elementi per risolverlo. C’è, però, accanto a queste, un tipo di gialli in cui il lettore non è chiamato al ragionamento, non viene invitato a un gioco di interazione con lo scrittore sulla storia ma, a contrario, egli viene indotto a non reagire, a non anticipare, a non collaborare, a non sfidare, a non porsi in relazione, insomma, con il detective e neanche con il crimine, bensì ad abbandonarsi a una “ininterrotta corrente emotiva”, ad abbandonarsi senza reazioni intellettuali. In questa alternativa, le storie magari virano dal giallo al noir, i detective non sfoggiano più soltanto capacità analitiche, deduttive o che – così gli Holmes, i Poirot –, e non si pongono come maestri d’un gioco di società da sviluppare, né più come testimoni, sulla carta, di una filologia del delitto, per così dire, da coltivarsi con scientifico divertimento da parte del lettore. Ecco allora che piano piano mi sembra quasi di avvicinarmi a uno dei punti più interessanti della faccenda. Il lettore di gialli, differentemente dal lettore di altra letteratura, è questa, mi pare, una delle ipotesi, non precipita nella storia, non si dimentica completamente di sé, non sceglie o non trova un personaggio col quale immedesimarsi, se non una figura necessariamente di spalla: egli non può certo acriticamente immedesimarsi nell’autore del crimine, per ragioni che qui riferirei come naturali, e neanche s’immagina di immedesimarsi altrettanto perfettamente nell’indagatore, perché tra lui e il detective c’è sempre una differenza fondamentale data dalla infallibilità assunta per principio di quest’ultimo, che il lettore non ritiene di riuscire a eguagliare. Il lettore che non viene completamente rapito, nella lettura, piuttosto rimane in un limbo, in una zona critica che Sciascia medesimo descrive ricorrendo a un’espressione altrui come “una meditazione senza distacco, come nei sogni”. E molto spesso esso lettore non prende neanche convinta parte per l’indagatore o per l’autore del crimine: del primo, ammira le capacità, che solo episodicamente tenta di emulare, ma mai apertamente sfida, del secondo, spesso, è spinto a scavare nelle ragioni, nelle intenzioni, nell’universo delle cose in ombra che ogni individuo sa di custodire e sa di non conoscere consapevolmente appieno, e da tutto ciò è, naturalmente aggiungerei io, attratto. È questo, probabilmente, uno dei pensieri più reconditi, che pure Sciascia sfiora, mentre parla ad esempio di Gadda e dell’ambiente italiano, e riferisce di un caso vero di cronaca nera finito per essere risolto come fosse un’opera di sottoletteratura, quando arriva a dire che «se un uomo, un uomo giovane e sano, può far questo, oggi», e si riferisce a un giovanottone della fine degli anni Cinquanta che si trasformò in un feroce sicario e strangolò una donna «è segno “che non si può più dormire”. E non per il timore che il nostro vicino sia un assassino; ma per la paura che l’assassinio sia in noi». Il delitto oggettiva le nostre ombre, starei quasi per dire, abbandonando per un momento la traccia di Sciascia per seguire da me alcune intuizioni che sento più mie, diventa simbolo della parte oscura di noi stessi e tanto ci spinge certo a voler essere “compresi”, “scoperti”, prima che da altri, da noi stessi, e tanto ci fa lucidamente ammirare chi riesca a “risolvere” il quadro, e contemporaneamente a non risolvere sbrigativamente il rapporto con il colpevole, perché anche su questa relazione insiste la “chiave freudiana”, che pure della profanazione e della ricostituzione dei tabù. Sebbene la letteratura gialla sia o sia stata dai più, specie nel nostro Paese, sempre considerata come un sottoprodotto, un utile passatempo piuttosto che una occupazione intellettuale nobile come la lettura d’altro genere, il giallo ha bisogno, ci avverte ancora Sciascia, di una sua metafisica, sulla quale poter fondare il proprio edificio narrativo. Il fatto che l’investigatore molto spesso non rappresenti la legge ufficiale bensì la legge in assoluto, dippiù, la sua capacità di leggere nell’animo umano, e di trovarvi, lì, il delitto, oltre che nelle cose, di presentirlo, quasi, ne fanno, dice Sciascia, un eletto. E questo eletto viene posto quasi sempre di fronte alla figura archetipica del delitto, che è l’assassinio. E a questo punto, pure in questo volumetto del quale troppo male riferisco, e che starebbe in mezzo a pile di altri saggi su questo genere letterario, che come al solito nelle mie letture non considero perché nelle mie letture non ho metodo bensì soltanto impeto, curiosità immediate, intuizioni o fortune, sempre devoto come sono alle leggi del Caso che comunque sanno darmi utili segni per comprendere quello che debbo comprendere, a questo punto, dunque, Sciascia arriva a dire: «Il fatto che la soluzione non può non esserci, significa anche che non esiste delitto perfetto e che, forse, delitto perfetto è da considerare l’esistenza.» Questi due elementi, questa particolare condizione dell’animo del lettore riportata come meditazione senza distacco e, parallelamente a essa, questo sospetto sulla natura dell’esistenza, tanto impalpabile quanto capace di creare sgomento, inducono a riflettere, arrestano il locomotore della mia mente in aperta campagna, lungo il binario del ragionamento. Sento quasi il ciclico sbuffare della macchina e del vapore, nel silenzio intorno. Chi non si è mai sorpreso a fermarsi, al proprio tavolo di lavoro e, almeno una volta, posare la penna, scostare i bianchi fogli di carta rimasti, e con essi quelli già rigati da tentativi di ragionamento e fatta una torre da un pugno su un pugno sul piano, non vi abbia posato il mento, lasciando libero lo sguardo da ogni incombenza, da ogni intenzionale messa a fuoco, e non sia rimasto così, a pensare senza pensare, a lasciare che la parte concava delle proprie riflessioni rovesciasse l’immagine del reale e di esso, così, ricostruisse un sembiante, seppure a rovescio, ma staccato dalla superficie riflettente, e comunque non prima di aver attraversato un discreto momento di vuoto? È così che per il momento mi fermo, come fosse questo un capitolo d’un romanzetto d’appendice, dando appuntamento agli affezionati lettori, per il prosieguo, al prossimo numero. E intanto le mie mani, da sole, tra gli appunti e i cartafacci, cercano una pipa che non c’è.

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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