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Mercoledì, 02 Ottobre 2019 09:05

Esplorando il delitto In evidenza

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(parte seconda)

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Il lungo nodoso convoglio dei miei ragionamenti è fermo, mi pare, da tempo, lungo la direttrice binaria che sembra obbligata nella concava aperta prospettiva del possibile come fosse, il possibile, tutt’intorno, una aperta campagna. Il mio romanzo che non vede mai la luce, romanzo che ospita un delitto e, con esso, il motivo stesso di queste righe, pare volermi spingere a riflettere.

 

Il fatto che una soluzione non può non esserci significa che non esiste delitto perfetto e che quindi, forse, delitto perfetto è da considerare l’esistenza. Questa costruzione quasi testuale la trovo ancora una volta nel volumetto di Sciascia che all’inizio citavo, da lui accreditata a E. A. Poe. Ma Sciascia mi pare voglia dire, sul punto, che l’approccio di taluni autori di gialli sia per così dire matematico e che quindi, nella zelante se non pedante calcolazione degli indizi e degli altri elementi, nulla in un caso possa portare che a un risultato esatto. A fare della stesura di un giallo qualcosa di molto vicino a un gioco d’intelligenza, nel tempo, alle opere di diversi autori si aggiungono elaborazioni teoriche, regole codificate, finanche. Wikipedia ci ricorda, ad esempio, le Venti regole per scrivere romanzi polizieschi, articolo del 1928 di S. S. Van Dine, scrittore ed esperto del genere, o il cosiddetto Decalogo di Knox, del 1929, esso pure un insieme di prescrizioni alle quali, secondo lo scrittore Ronald A. Knox, il giallo deduttivo non poteva non conformarsi. La natura del giallo rimaneva o rimane, in quest’ottica, un dilettarsi nel dipanamento di un mistero, per il quale gli elementi necessari vengano forniti con sufficiente chiarezza e precisione; gioco dal quale, solo, vengano bandite scorciatoie, furberie, scorrettezze nel rapporto tra autore e lettore. Così, in documenti simili, si prevede che al lettore reale e all’indagatore di carta debbano essere assicurate le medesime possibilità di risolvere il caso, che al primo non vengano nascosti elementi, che il secondo debba effettivamente impegnarsi nell’indagine, che il caso, la fortuna, l’intuizione immotivata, così come il ricorso a metodi non scientifici, magici, soprannaturali o paranormali che siano, vengano banditi. Così pure, per intuibili sconfinamenti in territori – anche letterari – d’altro genere, sono banditi sia i delitti a scopo politico, sia quelli imputabili a soggetti collettivi, sia anche quelli commessi da criminali di professione. Già questa griglia di divieti – sia il decalogo che le venti regole che cito contengono ulteriori prescrizioni – potrebbe far intuire che comunque, pure a voler considerare il giallo come un gioco intellettuale, esso gioco sceglie di avere come tema i moti dell’animo umano, tra i tanti, quelli più intimi e individuali e probabilmente più forti, e i loro effetti, ritratti e descritti nell’oggettivarsi plastico di un esteriore atto di violenza. «I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. [...] Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni», così recita la regola numero diciannove di Van Dine, alla quale fa da contraltare la prescrizione numero sette: «Ci dev’essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell’assassinio è sufficiente.». Questo conclamato bisogno, nella vita comune di tanti, di trovarsi, sia pure nella costruzione di carta di un racconto, al cospetto del delitto, dell’assassinio, fa riecheggiare in me le parole del profondo e controverso Elémire Zolla de Gli Archetipi: «Una vita del tutto sensata e disciplinata è un’utopia: crede di poter ignorare gli archetipi. L’uomo ha bisogno di assiomi per la mente e di estasi per la psiche come ha bisogno di cibo per il corpo: estasi e assiomi possono provenire soltanto dal mondo degli archetipi. Né bastano estasi lievi, brividi modesti: la psiche cerca la pienezza del panico. L’uomo vuole periodicamente smarrirsi nella foresta primigenia degli archetipi. Lo fa quando sogna, ma i sogni non bastano. Deve sparire da sveglio, rapito da un archetipo di pieno giorno.». Tornano qui, per inciso, anche i sogni da sveglio, si osservano gli stati di abbandono vigile, di coinvolgimento senza immedesimazione, dei quali si parlava molto sopra: le letture da treno. È chiaro che qui l’autore fa innanzitutto riferimento ad archetipi d’altro segno, la simmetria, la congiunzione, l’unità composta nella diade, ad esempio, ma essi non sono i soli. Senonché sospetto, da profano, che lo stesso uccidere sia ancora un simbolo, un mediatore verso l’archetipo corrispondente, a esso più vicino che l’esperienza comune, ma che rimane per buona parte ancora in ombra. È, comunque, direi certamente, un appuntamento significativo per la psiche che ci si confronta. Tralasciando dunque la parte delle regole che hanno come scopo quello di rendere sia franco che avvincente il giuoco, e tra le quali si trovano peraltro anche non inspiegabili amenità – Knox nel suo decalogo, al numero cinque ammonisce: «Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia.» –, piano viene delineandosi l’essenza dell’esperienza, pienamente intellettuale, a mio avviso, e indagativa dell’animo umano, di questo genere di letteratura. Se difatti “il vero delitto è l’esistenza”, se eleggiamo questa prospettiva, che con la sua suggestione comunque può aiutarci a disvelare a noi stessi la verità, e arbitrariamente la rovesciamo perfettamente, ecco che le semplici soluzioni enigmistiche, come le manifeste doti induttive e/o deduttive degli agenti sulle manifestazioni esteriori e materiali di singoli atti o di particolari, non risulteranno più sufficienti, per comprendere appieno, gettare un po' di luce o, meglio, trarre un poco dall’ombra il coacervo esistenziale che attribuisce secondo le proprie leggi il ruolo di vittima, e quello di carnefice, che appresta un plausibile movente, che modella un contesto, e un’occasione, perché non di un caso si tratta, non di un problema con una e una sola soluzione esatta, si tratta mai. Occorre un indagatore esistenziale, qualcosa di diverso e più complesso di un poliziotto o di un detective, seppure genio, per richiamare alla vita la vita e alla letteratura la letteratura di genere, così mi pare di iniziare a capire. Non nego che di gialli ne esistano di diversi tipi, che possano esistere i “polizieschi giocattolo”, ma la mia curiosità è attratta primariamente dalla crittografia esistenziale, starei per dire, che ciascun giallo può contenere, scegliendo di banalizzarlo, semmai, taluni, o di esaltarlo o, quel che amo, di scandagliarlo, di esplorarlo. Il gioco del giallo che mi attrae, e che imprime la direzione del mio leggere, oltre che del mio stesso scrivere, non è dunque, lo ammetto, come un semplice sudoku, pure non scevro di implicazioni, ma si va modulando, nella mia mente, piuttosto come il triangolo di Tartaglia, nei cui rivoli numerici assecondati dalla dolce inclinazione degli angoli molto si nasconde; partendo dai numeri binomiali, gli archetipici vittima e assassino, esso cela, rivela o nasconde, come se lo si potesse interrogare volta a volta con piglio diverso d’autorità, dalle incrociate somme delle diagonali alle potenze di undici, ai  multipli di numero fissato, e tra le cui cifre dimorano finanche, in ordinata serie, i numeri stessi di Fibonacci, per la gioia di Elémire. Come l’animo umano, dentro il quale la composizione di tutti i demoni e tutte le divinità residenti, non fanno di ognuno, in ogni momento – in ogni punto, diremmo –, soltanto un poliziotto o un semplice assassino. (Continua)

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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