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Martedì, 15 Maggio 2018 10:02

Due passi nell’oscurità e un’appendice

Scritto da 

LeggereAlBuio

In un giorno dell’aprile del 1860, il signor Édouard-Léon Scott de Martinville incideva la propria voce su un foglio di carta brunito dal nerofumo.

Chi, più di centocinquant’anni dopo, avrebbe detto la seconda, chi giurato per la prima strofa, pare comunque certo che il signor de Martinville avesse, con voce lenta e finalmente regolare, amabilmente intonato, per una ventina di secondi almeno, Au clair de la lune, una canzoncina popolare francese del XVIII secolo. Il signor Édouard-Léon era un editore e un libraio al 9 di rue Vivienne a Parigi, e già da anni lavorava all’idea di trovare un mezzo meccanico per incidere i suoni, e la voce umana, su un qualche supporto, magari un foglio, magari così come l’arte allora giovinetta della dagherrotipia s’incaricava di dimostrare possibile fermare su un foglio la luce, e le immagini.

Tre anni prima, nel 1857, il signor de Martinville aveva ottenuto il brevetto per il suo fonoautografo, apparecchio ispirato agli organi dell’apparato uditivo umano, i cui componenti egli aveva osservato con curiosità, ed evidentemente con profitto, su disegni di anatomia, nel suo laboratorio, lavorando all’edizione di un testo di fisica. Il fonoautografo attendeva dunque a quest’opera pressoché magica per l’epoca, e cioè registrare dei suoni con dei segni su carta, direttamente, senza ricorrere alla mediazione della loro riduzione per mano dell’uomo a simboli grafici convenzionali da doversi poi reinterpretare e magari leggere di nuovo, in via mediata, con la mente, o con la voce umana per essere uditi. Il fonoautografo, tuttavia, registrava ma non era da sé in grado di riprodurre. In quei fervidi anni, molti mettevano a punto diverse rudimentali apparecchiature, più o meno efficacemente capaci, alternativamente, di archiviare o di riprodurre il suono. Nei primi di dicembre del 1877, il signor Thomas Alva Edison, trentenne giovanottone dell’Ohio, presenti i suoi collaboratori, intonava una filastrocca – Mary had a little lamb, che sarebbe diventata un’altra popolare canzoncina – davanti al suo fonografo: la declamò, incidendola sul cilindro di carta stagnola dell’apparecchio e un attimo dopo, con il medesimo ordigno e con processo inverso, ne fece ascoltare la riproduzione. La voce umana poteva esser dunque sia registrata che riprodotta. Due anni dopo, di nuovo in Francia nella vecchia Europa, il signor Jules Verne pubblicava, per i tipi di Pierre-Jules Hetzel, Le tribolazioni di un cinese in Cina, romanzo d’avventura, che a farla breve parlava della maturazione esistenziale di Kin-Fo, giovane e ricchissimo cinese il quale, colto improvvisamente da un apparente disastroso rovescio finanziario, commissiona al suo fedele amico Wang, che accetta l’incarico, il proprio omicidio. Andando incontro alla morte, Kin-Fo prende commiato dalla sua giovane fidanzata Le-U, indirizzandole un breve messaggio, dalla sua Shanghai, al quale, dalla di lei Pechino, perviene immediato e accorato riscontro. La penna del signor Verne, sempre sensibile nelle sue storie ai più nuovi ed eclatanti ritrovati della scienza e della tecnica a lui contemporanei, regala a ciascuno dei due fidanzati un fonografo: i sensi della determinata disperazione di lui e dell’amore di lei non vengono dunque vergati a mano, imprimendosi invece su cilindri di carta stagnola, a entrambi così giungendo la viva voce dell’altro. Io avevo all’incirca dieci anni, quando questo prodigio di proto o paleo fantascienza, non so dire, mi incuriosì molto, scorrendo le pagine del romanzo nella bella edizione della collana per ragazzi di Vallecchi Editore in Firenze (1971), illustrata dalle tavole dai vivacissimi colori del grande Ugo Marantonio. Avevo all’incirca dieci anni e dall’età di quattro avevo imparato a leggere i caratteri a stampa e a scrivere con una macchina da scrivere del mio papà, prima che la scuola, poi, mi insegnasse a tenere una penna in mano e a leggere quello che a mano si scrive. Leggere e scrivere mi piaceva assai, e credo che allora fu la prima volta che pensai – tra me e me, s’intende – che ci sono mille modi per scrivere e per leggere, per fermare i pensieri e per conoscerli o ripercorrerli e che, per farla breve, se pure un giorno non mi fosse più stato possibile scrivere o leggere “normalmente”, qualche rimedio si sarebbe di certo trovato. Per intanto c’era già il fonografo, come mi assicurava il signor Verne, e tanto bastava. Andando avanti con l’età, è risaputo, le policentriche fantasie del bambino arrivando al segno della maturità piena, per non dire oltre, iniziano a provare la crescente forza di gravitazione che la grande massa dell’oscurità esercita sui pensieri. L’oscurità, in definitiva, è condizione, metafora e fine. Tutto ciò mi ritorna alla mente in un momento qualunque, come sono tutti i momenti dell’esistenza tranne alcuni, ai quali soltanto a posteriori si crede, talvolta, di poter attribuire particolare significato, scorrendo il volume di Laura Beretta, Leggere al buio. Disabilità visiva e accesso all’informazione nell’era digitale, edito dall’Associazione Italiana Biblioteche nel 2008. Nella breve presentazione del lavoro di Beretta – che vinse il premio “Giorgio De Gregori” nel 2007 e sul quale premio credo che torneremo – Giorgio Montecchi, ordinario di Bibliografia e Biblioteconomia presso l’Università Statale di Milano, ricorda che «Leggere è attività della mente e degli occhi» e che se «rimediare alle carenze della mente resta in ogni tempo una questione di educazione» diversi sono stati nel tempo i rimedi per le carenze della vista, a cominciare dagli occhiali o dall’ausilio di una voce amica per le letture, fino ad arrivare ai più compiuti rimedi dei quali il libro stesso si occupa. Il lavoro di Beretta dà comunque brevemente conto dei vari tentativi di dare risposta a questa esigenza, crescente nelle epoche con il crescere della platea dei lettori e parallelamente al diffondersi dei disturbi della vista, che vedono anch’essi dividersi il mondo tra paesi più avanzati e paesi che falsamente ancora chiamiamo in via di sviluppo, ricorrendo nei primi, per lo più, patologie degenerative e rimanendo ai secondi, per lo più, malattie d’origine infettiva. Esso lavoro si concentra poi sull’invenzione del metodo Braille, per proseguire con una rassegna dei diversi formati alternativi del libro: quello tattile, quello parlato, quello a caratteri ingranditi e quello digitale, e con un ragguaglio sul rapporto dei non vedenti con le biblioteche pubbliche specialmente in Italia, per poi concludersi affrontando il tema dell’accessibilità dei siti web agli ipovedenti e ai non vedenti. Su quest’ultimo tema l’autrice àncora la sua esposizione a pochi, condivisibilissimi elementi: l’accessibilità alle risorse della Rete è innanzitutto una questione culturale e sociale, l’applicazione informatica del principio di integrazione; per rendere accessibile un sito web occorre progettarlo non prendendo a modello un utente medio, bensì tenendo conto della varietà delle condizioni, delle necessità e delle esigenze dei possibili utenti; ciò si ottiene mantenendo separati i contenuti dalle modalità di presentazione e apprestando, di esse modalità, plurime tipologie, diverse interfacce, per favorire la fruizione dei medesimi contenuti attraverso differenti canali sensoriali. In effetti, andando ancora ritroso nell’ordine proposto dall’indice del volume, si potrebbe constatare come la medesima filosofia di fondo sarebbe, anzi è applicabile anche alla produzione bibliografica più tradizionalmente intesa: le opere in questo caso costituiscono un contenuto che ben può essere riprodotto, a seconda delle esigenze specifiche, a stampa tradizionale, o a stampa per non vedenti, o sotto forma di audiolibro, o altro. Nel caso dell’editoria, ancora oggi si può osservare come a fronte di una produzione pressoché infinita dedicata al mercato culturale generale, l’offerta di opere fruibili dai non vedenti sia ancora pochissima cosa, non copra certo né con capillarità, tantomeno con tempestività tutti i settori del mercato. Un non vedente riuscirà magari in poche mosse, ancora oggi, a procurarsi il testo di un classico della letteratura in Braille, ma certo non potrà sperare, ancora oggi, di poter leggere, con altrettanta facilità e immediatezza, l’ultimo numero della rivista specializzata in pesca d’altura. A tanto faticosamente si tende, tenendo anche conto dei costi – maledetti costi – di questo tipo di produzione, sia con un minimo di incentivo finanziario per mano pubblica, sia con il qualificato apporto associazionistico e volontaristico, sia anche con il metodo, ad esempio, del print on demand, tentando di ridurre al minimo, in questo caso, i tempi di risposta a una domanda degli utenti. Certo, annota Beretta, se la produzione editoriale non è più orientata, già a monte, soltanto verso la carta stampata, e questo pare a me oggi un fenomeno più che attuale, occorre rivedere la catena di produzione, ma sempre tenendo presente che il tema dell’accessibilità al prodotto culturale deve diventare criterio principale già in fase di progettazione del prodotto. Il volume, andando ancora indietro con le pagine, offre interessanti note sulle esperienze che vengono fatte attorno al cosiddetto libro parlato, riferisce delle realtà come quelle dei “donatori di voce”, lettori non professionisti che si rendono disponibili, anche a richiesta, a registrare la lettura di specifiche opere secondo specifiche richieste di utenti non vedenti. Per i più curiosi, come chi scrive, esso affronta sia pur brevemente aspetti anche molto particolari, come le tecniche che si adottano per rendere fruibili ai non vedenti anche l’indice, o un qualunque riferimento circa la scansione in parti di un testo, per esempio la divisione in capitoli di un audiolibro, così che si possa, similmente a quanto accade con un volume tradizionale, padroneggiare meglio l’opera, chessò, andare direttamente al capitolo che interessa ascoltare o riascoltare. E veniamo al signor Louis Braille e alla sua invenzione. Figlio di un sellaio, la sua breve vita scorre quasi per intero alla Institution des Jeunes Aveugles, a Parigi, dopo aver perso la vista in età tenerissima per i postumi di un incidente. Ebbene, in un imprecisato giorno del 1821 all’Istituto si affaccia un militare che illustra un metodo da lui proposto alle forze armate per il traffico dei dispacci notturni. Il metodo è una scrittura fatta di puntini a rilievo. Il signor Braille parte dunque da questo: riduce il numero dei puntini del militare fino ad approntare un codice che si sviluppa su una griglia di sei soli punti, ordinando i quali si possono indicare tutte le lettere dell’alfabetico, le cifre, e tutti i segni di lettura necessari. Inutile ripercorrere qui la breve ma efficace esposizione del metodo Braille che si trova nel libro che cito, e peraltro ovunque, metodo del quale quasi tutti hanno comunque una nozione. L’idea dalla quale partirono Braille e gli altri prima di lui era quella di usare un altro organo di senso diverso dalla vista per le necessità del caso, che fosse l’udito, come riferivo all’inizio o che si tratti del tatto, come nel caso del Braille e dei consimili, appunto. Prima del codice a puntini, pure i non vedenti potevano leggere comunque, grazie a testi che presentavano le lettere in rilievo. In ciò si erano già spesi, tra i tanti, anche i Girolamo Cardano, gli Erasmo da Rotterdam. Le lettere venivano riconosciute al tatto e la lettura, sebbene molto lenta e per certi aspetti incerta, era comunque praticata, al buio. In disparte l’inconveniente di poter leggere, secondo questo espediente, ma non scrivere, ai non vedenti occorreva imparare a riconoscere al tatto le lettere dell’alfabeto e poi, lentamente, con esse comporre le parole, le frasi, eccetera. Epperò già nel ‘600, un gesuita, Francesco Lana Terzi, partendo dal presupposto che la scrittura è un insieme di segni convenzionali, arrivò alla logica conclusione che per le necessità dei non vedenti non dovesse forzatamente ricorrersi alla riproduzione e al riconoscimento dell’insieme dei segni convenzionali usati per la scrittura in nero. Un alfabeto tattile non doveva necessariamente corrispondere a un alfabeto in nero. Seguirono, a opera di altri, diversi tentativi, su questa strada. Il Braille oltre che la lettura, rende possibile a un non vedente, con qualche minima difficoltà, anche la scrittura. Tutto s’incentra sull’organo lettore, che non è più l’occhio bensì il polpastrello, che ha maniera e caratteristiche sue proprie e diverse dall’occhio, per mandare stimoli al cervello per la decodifica degli input della lettura. È così che, non conoscendo il metodo, un vedente non riesce a leggere un testo in Braille. Banale? La prima stesura del procedimento di scrittura tattile, ci ricorda Laura Beretta, risale al 1829. A Parigi, esso venne ufficialmente adottato soltanto nel 1850 e ovunque altrove ancora successivamente. Ci volle del tempo per convincere i vedenti a facilitare l’uso di questo metodo, perché essi medesimi avrebbero dovuto impararlo, con la fatica che ne conseguiva. Vedere segni che significano qualcosa, o ascoltare segni che significano qualcosa o, a occhi chiusi, toccare segni che significano qualcosa: il significato è sempre raggiungibile, se si ha la mente disposta per la ricezione da qualsiasi canale di comunicazione. Senza sminuire le obiettive – e gravi – difficoltà di un non vedente, potremmo azzardare una riflessione soltanto laterale: siamo sicuri di non essere in qualche modo “ciechi” per qualche tipo di segno, per qualche metodo di linguaggio, e quindi “sordi” a qualche informazione o segnale o richiamo, in quella che consideriamo la realtà nella quale ci troviamo e che giureremmo, certo, scommetteremmo una birra o due, di conoscere?

Rocco Infantino

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Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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