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Scrivere

Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche.

scrivere 3Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014.

scrivere 4L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

Rocco Infantino

Il primo censimento della popolazione italiana nel 1871 fissava al 74% il tasso di analfabetismo. Oggi, se sostituiamo il mero saper leggere e scrivere con un’idea più compiuta di cultura, quale capacità di orientarsi in un contesto, di comprenderne le logiche di riferimento e di incidere su di esse, troveremo che il quadro non è molto migliorato. Soprattutto, non potrà non risultare evidente, scorrendo i dati e facendosene non una ragione bensì un ragionamento, che probabilmente l’unità del Paese è poco più che una figura retorica, come retorico appare il riferimento ad una identità nazionale condivisa ed a un tessuto sociale omogeneo e coeso. I dati parlano chiaro: sia gli squilibri territoriali sulla direttrice Nord/Sud, sia le differenze tra le classi sociali sono rimasti sostanzialmente costanti ed anzi la situazione peggiora, se consideriamo che i più alti livelli di istruzione, quella scolastica e quella universitaria, per intendersi, che negli anni ’30 e ‘40 del Novecento traghettavano in capo a un decennio la metà dei laureati ad essere pienamente inseriti nella borghesia del Paese, pare abbiano perso la funzione di motore della mobilità sociale (è pur vero che, per altri e concorrenti ma non del tutto indipendenti versi, questo Paese vede negli ultimi anni assottigliarsi proprio quel terreno sociale di mezzo), mentre rimane rigida la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze economiche. (Solimine3) Nel più ampio contesto internazionale, questo Paese non primeggia certo, anzi pare piuttosto malmesso in quasi tutte le statistiche e le classifiche riguardanti gli indicatori relativi ad istruzione, conoscenza, specializzazione, competenza, cultura. Così pure l’introduzione massiva delle nuove tecnologie e dei nuovi ambienti culturali virtuali, anziché tradursi in una rinvigorita consapevolezza e partecipazione, stanno conducendo, nel contesto, ad uno svilimento dei contenuti culturali, facendo ad esempio registrare tra i ragazzi un’impennata dell’uso degli smartphone ed un crollo delle abitudini di lettura o, ancora, peggio, orientando la stessa idea collettiva dell’inclusione culturale non più rispetto ai classici contenuti del sapere, bensì riguardo ai soli fenomeni di costume di una società dello spettacolo. Oggi in Italia, ad esempio, ancora più del 92% della popolazione guarda la TV, ma vede la Tv di oggi! Ed anche le notevoli opportunità offerte dalla Rete rischiano di tradursi, se non adeguatamente padroneggiate da soggetti culturalmente strutturati, in un fastidioso ed addirittura controproducente rumore di fondo, e in un terreno ove altri possano coltivare progetti monopolistici globali (come si sta delineando, ad esempio, la politica di Google riguardo al patrimonio bibliotecario globale). E che ne è dell’ingente patrimonio storico, artistico, archeologico, architettonico, documentario, naturale e paesaggistico italiano? Esso stesso è trattato come una eredità del passato o come “giacimento petrolifero” sedimentato nel tempo e non più alimentabile, da sfruttare, anche ai fini commerciali […] anziché come il risultato delle interazioni di cui siamo protagonisti nella contemporaneità. Come anticipato su queste stesse colonne tempo fa, propongo su questi temi la lettura di un altro libro di Giovanni Solimine, Senza sapere – Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza, Bari, 2014. (Solimine4) L’autore, lo ricordo, è docente universitario, già Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche, e attualmente membro del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. Su questi temi e non soltanto, il libro contiene più e più elementi d’analisi e, a quanto a me pare, così tanti suggerimenti di riflessione da renderlo, nel panorama attuale, un testo scomodo. Eh, già: potremmo anche tutto sommato rassegnarci a vivere la parabola discendente dell’essere una società di ignoranti, e diventare anche una società ignorante tout court, se non fosse che il deficit di cultura è esso stesso deficit di democrazia. I dati di base soggettivi di partenza sono negativi, se è vero che la classe dirigente del Paese ha addirittura livelli di istruzione largamente inadeguati: è basso il livello di istruzione di gran parte degli imprenditori italiani, la quota di laureati tra legislatori, dirigenti pubblici, amministratori e dirigenti di aziende, che in Paesi come Francia e Spagna si attesta attorno al 90%, in questo Paese era del 31% tra i dirigenti nati negli anni ’50, è scesa sotto il 20% per i nati negli anni ’60 ed oggi è addirittura poco più che il 15% tra i nati negli anni ’70. Ma il fatto cruciale è che l’elevatissimo livello di ignoranza funzionale tra la popolazione nazionale, la troppo bassa attitudine alla partecipazione alla vita culturale e sociale collettiva, costituiscono automaticamente un elettorato disinformato, un nucleo di cittadinanza inconsapevole e in ultima analisi ininfluente rispetto alle scelte che per essa, su di essa e, addirittura nel suo nome e per suo conto vengono operate. E le scelte politiche sulle quali una società ignorante perde quotidianamente capacità di incidere non sono soltanto quelle che, ad esempio, considerando non essenziali gli interventi pubblici nella cultura ne taglia sistematicamente le  risorse (e mai però le spese militari, perdonatemi la nota personale), ma attengono finanche alla visione stessa di una società e di una comunità, che ben potrebbe e dovrebbe essere orientata all’effettivo complessivo benessere dell’individuo, di ogni individuo, anziché esser regolata da meri meccanismi economici, anzi finanziari, anzi monetari, e d’una moneta neppure nazionale. E allora, ripeto la domanda: se l’ignoranza ha un costo, vogliamo domandarci chi paga? Chi ci guadagna?

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scrivere 1

New York, marzo 1959. In una chiesa ortodossa sconsacrata si realizza la consacrazione della leggerezza nel jazz. E’ la lezione che Giuseppe Romaniello scrive sulla leggerezza e il jazz nel saggio intitolato “Six memos in jazz”, edito dalla Fondazione Abacus nella collana Socialitas e Conte editore. Il libro in questione rappresenta una continua sperimentazione, dalla prima all’ultima pagina, sui valori individuati da Italo Calvino trent’anni fa e sulla loro applicazione nella musica jazz. La letteratura e la musica sono le My favourite things di Romaniello, i due valori estremi in mezzo ai quali si svolge la vita dell’autore alla ricerca di quell’equilibrio che contempli i due generi apparentemente distanti e invece indissolubilmente intrecciati tra loro.

La prospettiva è il futuro. Sia i Six memos in the next millennium, diventati poi Lezioni americane, sia il jazz rappresentano la necessità di costruire nuove strade allo scopo di un rinnovamento sociale che destrutturi l’esistente per ricomporlo secondo nuove armonie. E il pensiero dei grandi musicisti jazzisti ci hanno lasciato un testamento spirituale esattamente come Italo Calvino ci ha trasmesso il suo. Sei i valori individuati dall’intellettuale e scrittore italiano: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza, e sei i momenti e i luoghi del tempo che raccontano il jazz. “Il mio futuro incomincia quando mi sveglio al mattino e vedo la luce”, diceva Miles Davis, uno dei più influenti, innovativi ed originali compositori e trombettisti del XX secolo. E questo è l’invito rivolto a tutti i lettori dall’autore durante il tour di presentazione del libro che ha fatto tappa, tra l’altro, a Matera e a Potenza. scrivere 2

Il ritmo della narrazione è un “walking”, il tempo giusto per fare la passeggiata che l’autore ci invita a compiere tra i luoghi del jazz e quelli di Calvino. Lo stile ricco di groove impone al lettore di seguire le note che a seconda del valore indicato assumono un significato differente. Una relazione intessuta tra matematica e musica e tra matematica e parole che consente di rileggere le sei proposte calviniane attraverso un brano, un musicista, un’incisione. Dunque il jazz diventa la lezione americana per comprendere il nuovo millennio.

La rapidità di Calvino, raccontata attraverso la leggenda dell’imperatore Carlomagno, è incarnata dal sassofonista Charlie Parker: la sua musica era come lui. Andava velocissima, scrive Romaniello. E tanti i brani scritti da Parker e citati dall’autore a conferma dell’assunto, da Yardbird Suite, a Ko Ko, a Night in Tunisia.

L’esattezza per Calvino vuol dire tre cose: un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato, l’evocazione di immagini visuali nitide, un linguaggio preciso. Per il jazz esattezza è velocità, virtuosismo, intensità ed energia. Qualità incarnate da John Coltrane, altro sassofonista, che dedicò gran parte delle sue energie a cercare un suono intenso e puro. A love supreme è il brano che meglio identifica questo valore, una poesia dedicata a Dio e che descrive il percorso ascetico dei pellegrini con assoluta esattezza.

Per la visibilità, che Calvino espresse magistralmente con il suo libro Le città invisibili, un racconto che fa emergere lo scontro tra città ideale e città reale. Lo spunto calviniano conduce Romaniello e il lettore a compiere un viaggio tra i luoghi del jazz e il loro legame con i musicisti. Scrive infatti l’autore che alcuni degli standard senza tempo testimoniano questa relazione: April in Paris, Autumn in New York, Nostalgia in Times Square. E ci sono poi grandi jazzisti che contemplano in sé la frizione tra reale e ideale, rispondendo alla necessità di guardare lontano, indicando ad altri il percorso da compiere. Loro sono Louis Armstrong, Lester Young, Coleman Hawkins, Gerry Mulligan e Chet Baker. scrivere 3

Se il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore incarna le caratteristiche della molteplicità per i suoi numerosi incipit, Duke Ellington lo fa nel jazz con It don’t mean a thing if It ain’t got that swing. Infine l’incompletezza. Calvino non scrisse mai l’ultima lezione, quella dedicata alla coerenza, perché morì. Giuseppe Romaniello fa un parallelismo tra incompletezza e improvvisazione portando ad esempio una frase di Coltrane: non c’è mai fine. Perché, come scrive l’autore, nel jazz improvvisazione è metafora dell’agire organizzativo, è espressione consapevole dell’incompletezza. My ship di Kurt Weill e di Ira Gershwin è l’esempio calzante di questo valore che chiude la narrazione di Calvino e di Romaniello.           

Eva Bonitatibus

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Non che me n’abbia strutto il tormento, l’uggia o il rovello, nelle roventi veglie delle notti agostane, inframmezzate ai dì di generosa pioggia. No. Tuttavia la domanda diretta e semplice di mia figlia, durante una normale conversazione d’inizio estate, rimaneva senza una precisa risposta. Io scrivo recensioni? D’istinto la risposta già c’era, in effetti, ed era no. Tuttavia, come spesso accade, c’è una differenza sostanziale tra rispondere ed argomentare. Grato una volta di più alla mia memoria emotiva, recuperavo un libriccino stampato nel 1990 per i tipi di Marcos y Marcos, dal titolo Leggere, recensire, dove sono raccolti quattro saggi brevi brevi di Virginia Woolf (“chi è Virginia Woolf?”!!) sulle letture, sullo scrivere lettere, sui libri e, in ultimo, sul recensire, appunto. scrivere 1 Sono poche paginette: durano due fermate o tre per chi legge nella metro, la metà di un mezzo toscano, il tempo di un goccio di stravecchio o appena il doppio della media di uno dei governi nazionali tra il ’70 e il ’77 (bei tempi), ma sono dense. La signora Virginia rammenta come la recensione sia attività relativamente giovane, nata assieme ai giornali, e rivolta, beninteso, verso opere di letteratura d’immaginazione (poesia, teatro, narrativa), giacché se si passa ad opere di politica, economia ed altro, il discorso si fa differente. Ciò basterebbe a costruirmi la mia risposta. Il saggio, però, prosegue nell’indicare con immediatezza e lucidità gli elementi primi del mestiere del recensore e le relazioni e le influenze naturali della di lui attività nei confronti degli altri soggetti interessati nel panorama librario. Passare al vaglio la letteratura contemporanea, fare pubblicità all’autore e informare il pubblico, queste sarebbero le tre parti delle quali si compone il profilo del recensore. Il lettore, certo, ma anche lo scrittore e l’editore sono i suoi interlocutori. E’ peraltro degno di nota il fatto che già nel ’39 la signora Woolf osservasse come le recensioni diventassero obiettivamente tante, troppe, sì da neutralizzarsi tra di loro, e come rischiassero talvolta di sollecitare più la vanagloria che l’autocritica degli autori stessi. Chiarito che non si stesse parlando, invero, di critica letteraria, che è altro, l’autrice suggerisce allora che l’utile ruolo del recensore potesse ancora essere quello di alimentare un dialogo continuo con gli autori, partendo dal “perché mi piace o non mi piace questo libro”. E’ questa narrazione dialogante, parallela alla letteratura stessa, che farebbe bene, se bene intendo io anche, alla produzione letteraria e, quindi, al lettore. Ciò tutto mi piace, mi incuriosisce. scrivere 2 Ma per tornare alla domanda di mia figlia: no, non scrivo recensioni. Io scrivo, in queste modestissime righe, e rispettosissime delle altrui maggiori competenze e degli altrui punti di vista, di quello che vedo nel mondo dei libri e del leggere. Di come si tenta di indirizzare, gestire, esaltare, sacrificare o sopprimere gusti, esigenze, necessità e tendenze, di dare o togliere possibilità di approfondimento, di come il semplice mutare degli strumenti alle volte nasconda il mutare dei contenuti. Mi piace scrivere pensierini su biblioteche e statistiche sulla lettura e l’istruzione, sullo scrivere come esercizio di libertà e sul conservare documentata memoria come presupposto per esser critici. Mi interessa molto scoprire, e riferire con la spontaneità del neofita, come il libro e il potere spesso ingaggino battaglie e mi piace, per come so, studiarle, queste battaglie. Da che parte sto? No, non scrivo recensioni, quasi direi che faccio politica. Leggetelo, Leggere, recensire, a me è piaciuto perché …

Rocco Infantino

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valigia di libri

“Ho scoperto prestissimo che i migliori compagni di viaggio sono i libri: parlano quando si ha bisogno, tacciono quando si vuole silenzio. Fanno compagnia senza essere invadenti. Danno moltissimo senza chiedere nulla.” Tiziano Terzani

E si parte! Tutti a bordo di un libro aperto a metà, le pagine dispiegano le ali, la brossura punta in alto e … si vola!! Perché leggere è un modo di viaggiare senza ali, volare su un veliero immaginifico senza meta, se non quella del piacere. E in questa calda estate tante sono le proposte editoriali per intraprendere viaggi indimenticabili. L’importante è riempire le proprie valigie di libri, solo di libri e poco altro. Romanzi e racconti scritti da creativi di tutto il mondo per concedersi momenti di puro straniamento, quello assicurato non solo dai classici, ma anche dalle pubblicazioni fresche di stampa. Come ogni bagaglio che si rispetti occorre mettere un po’ di tutto, come dire, libri per ogni situazione.

In passato sono stati formulati cataloghi con l’indicazione di libri per ogni stato d’animo, oggi ci sono i social network dedicati ai libri che assolvono a questa funzione. Tra tutti Zazie.it, uno strumento attraverso il quale il lettore può creare la propria libreria virtuale, archiviare, votare e recensire i libri e gli ebook che ha letto, curiosare nelle librerie degli altri per scoprire nuovi autori e percorsi di lettura. La caratteristica di questo social è poter associare, appunto, un libro allo stato d’animo del lettore.

E poi ci sono i libri che parlano di libri che curano malanni e patologie psichiche. Infine ci sono scrittori e saggisti che consigliano i libri giusti per l’estate e per tutte le stagioni. Insomma è un gran divertimento tra titoli, copertine e autori.

Kapuscinski Ma c’è un libro in particolare che mi piace proporre ai lettori di Gocce d’autore. Si intitola In viaggio con Erodoto scritto dal polacco Ryszard Kapuściński ed edito da Feltrinelli. Lui parla di un viaggio appunto, quello che Erodoto compie nella storia e lo paragona ad un reporter della storia, un giornalista dei tempi moderni. Oltre a raccontare come la Grecia abbia ritardato di secoli l’avanzare dell’Asia in Europa e la brama di potere dei satrapi, Erodoto descrive i meccanismi dell’animo umano, le sue grandezze, i suoi errori. E la grande lezione che ci fornisce Kapuściński attraverso questa narrazione è il suo atteggiamento verso la scoperta, la conoscenza. Fare il reporter oggi vuol dire avere la testardaggine del bambino che assilla il padre con innumerevoli ‟perché?” e la certezza che tutte le culture, anche le più lontane, fanno parte dello stesso unicum che è l’uomo.

Buona lettura amici e buona estate a tutti!

A cura della Redazione

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scri dimmi1

Una libreria, una città e una donna. Sono questi i protagonisti del nuovo romanzo di Luca Bianchini, Dimmi che credi al destino, Mondadori editore, le cui sorti si intrecciano inesorabilmente fino a formare un unico groviglio. Un fitto intreccio di storie personali complesse e irrisolte, che tornano a bussare alle porte dei personaggi che movimentano le pagine di questo libro. La vicenda fa riferimento ad una storia vera, l’Italian Bookshop in Cecil Court a Londra gestita dall’italianissima Ornella Tarantola, una donna “rifugiata” nella capitale britannica che adotta soluzioni di ogni tipo pur di scongiurare la chiusura della libreria.

Il libro nasce con l’obiettivo di raccontare la storia di una paventata distruzione, ovviamente romanzata dall’autore, affinché la libreria italiana continui a vivere nel palazzo londinese che purtroppo sarà abbattuto. E’ lo stesso Luca Bianchini ad appellarsi, in appendice, a tutti i suoi lettori perché sostengano questo “posto speciale” raccontando la vita di una donna “fuori dal comune”. Ebbene la storia risente della verve dell’autore, è effervescente, dinamica, ricca di siparietti divertenti in cui si confrontano la “cazzimma” tutta italiana e l’austerità tutta inglese. Ma soprattutto c’è una grande verità nelle parole di Bianchini, la ricerca di una serenità che nessun luogo può assicurare finchè non si crea spazio all’interno della propria anima. Ed è proprio questo il filo conduttore della storia, il filo di Arianna che si svolge nei labirinti reconditi di tutti i personaggi del libro. Ognuno fugge da qualcosa e cerca riparo in una città straniera dove nessuno possa conoscere i propri trascorsi. scri dimmi2

Ma tutti, prima o poi, sono chiamati a confrontarsi con quanto ci si è lasciato alle proprie spalle. E per fortuna Ornella riesce a farlo grazie alle persone di cui si circonda e che le manifestano tutto il proprio sentimento di amicizia e amore. A partire dall’amica Patti che da Milano corre a Londra per fare la crocerossina, anche a se stessa, per giungere a Mr George, l’anziano signore conosciuto al parco che emana tranquillità ed equilibrio. E poi il napoletano Diego, anche lui alle prese con le sue pulsioni amorose e la british Clara che condivide con Ornella lo spazio della libreria. A Bernard, il vicino di casa, è affidato l’ultimo colpo di scena.

scri dimmi3

E’ insomma una commedia romantica, una favola a lieto fine, in cui le burrasche della vita sembrano trovare pace e confluire verso un'unica strada che è poi quella di tutti i personaggi. “Non c’è scadenza nella vita, finché hai le forze!”

Eva Bonitatibus

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Sette giorni di libri, dibattiti, arte e musica nei luoghi più suggestivi del centro storico di Salerno. Dal prossimo 22 giugno parte infatti il Festival Salerno Letteratura con i grandi nomi del panorama culturale italiano. La terza edizione spazia dalla letteratura alla musica, dalla filosofia alla Graphic novel e terrà alcuni incontri dedicati alla memoria storica.

Tra gli incontri più interessanti viene segnalato quello con Vinicio Capossela, autore di Il paese dei coppoloni, Feltrinelli, fra i candidati al Premio Strega, Antonia Arsian con Il rumore delle perle di legno, Rizzoli, Corrado Bologna e Marcello Simoni.

Sarà presente uno dei fenomeni editoriali più interessanti degli ultimi anni: il ventiduenne Antonio Dikele Distefano, definito il “nuovo Fabio Volo”, autore di Fuori piove, dentro pure. Passo a Prenderti? edito dalla Mondadori. Altri incontri sono previsti con gli scrittori Michela Tilli e Lorenzo Marone, con Lia Levi ed Elena Loewenthal e le presentazioni dei libri di Franco Di Mare e di Silvia Truzzi. Fra gli ospiti ci sono poi Giuliano Ferrara, Roberto Esposito, Mauro Covacich e Valeria Parrella.

Il 26 giugno è la prima delle due giornate dedicate al Premio Salerno Libro d'Europa: i lettori conosceranno da vicino i cinque candidati, confrontandosi con loro sui titoli scelti quest'anno. Durante la giornata sono previsti anche incontri con Antonella Cilento, e Teresa De Sio. Stefano Benni metterà in scena una lettura teatralizzata di Cari mostri, il suo nuovo libro di racconti dell'orrore pubblicato da Feltrinelli.

Il 27 giugno saranno in città Achille Bonito Oliva, Massimo Carlotto, Eva Cantarella, Friedrich Ani, Andrea Vitali e Tiziano Scarpa. Sarà anche il giorno in cui verrà eletto pubblicamente il supervincitore del Premio Salerno Libro d'Europa. Il Festival chiude in bellezza il 28 giugno, con Mario Andreose, Cesare De Seta, Antonio D'Orrico, Stefano Rodotà, Valerio Massimo Manfredi, Donato Carrisi e Maurizio De Giovanni. In chiusura, un altro evento dedicato all' “odissea” di Leopold Bloom, con una talk-conference dal titolo Ulisse: fra gli ospiti, il traduttore italiano di Joyce Enrico Terrinoni.

Tutte le sere a Largo Barbuti si svolgerà il Dopofestival con tanta buona musica, uno degli eventi organizzati in collaborazione con il Festival delle Generazioni.

A cura della redazione

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Quandodecidiamo1 “Un pensiero viene quando vuole, non quando voglio io”. Così comincia il libro di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale, dal titolo “Quando decidiamo siamo attori consapevoli o macchine biologiche?” edito dalla Giunti. Un saggio che prende le mosse da un riferimento letterario, biografico se vogliamo, che riporta alla mente i famosi casi di Oliver Sacks raccontati nel “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Mauro Maldonato riporta l’incontro con un proprio paziente afflitto dall’incapacità di scegliere la “parola successiva” nei suoi discorsi per avviare la sua analisi sulle attività consapevoli e inconsce della mente umana.

Ciò che propone l’autore, i cui ambiti di ricerca sono la coscienza, il decision making, la creatività e l’innovazione, è una lettura nuova del fenomeno che poggia le sue solide basi sulle teorie tradizionali e sulla scuola del passato. Senza rinnegare quelle, ma invitando a guardare alle nuove prospettive della ricerca, Maldonato afferma che occorre cercare nuovi territori che vadano oltre l’inconscio e la coscienza. In sostanza si tratta di andare a ripescare le scoperte effettuate da neurologi e psichiatri della prima metà del XIX secolo e di proseguire il cammino della ricerca. Perché è necessario dimostrare che la mente ha una propria vita e che esistono processi invisibili che vanno ri-conosciuti per affrontare meglio la vita e le sue pulsioni. MauroMaldonato2

Una prima distinzione è tra mente e consapevolezza, che non coincidono né sono sinonimi, bensì forze sincroniche che nutrono diversamente il cervello affinchè regoli le proprie azioni e ne determini i comportamenti. L’analisi condotta dallo psichiatra attribuisce notevole importanza alle emozioni, stimolo per l’assunzione di decisioni, di cui l’uomo non può fare a meno. La mente va quindi considerata non come qualcosa a se stante, ma conglobante, ossia tutt’uno con il corpo umano. “Senza il corpo, senza le sue capacità sensoriali e motorie, molti aspetti del pensiero e della conoscenza umana sarebbero inspiegabili”, scrive l’autore in prefazione. Dunque l’uomo è ciò che sente, ciò che vive, ciò che mangia, ciò che respira. E un fattore decisivo alla capacità di scegliere e quindi di decidere è affidata all’incertezza, ai vaghi orizzonti che un’avventura potrebbe offrire. Ciò che il poeta spagnolo Antonio Machado esprimeva con i versi “caminante, no hay camino, se hace camino al andad”, ossia “viandante non c’è cammino, il cammino si fa andando”, diventa una vera e propria sfida per l’uomo. Un approccio che apre numerosi scenari per l’uomo che di fronte alla sorpresa attiva i propri infiniti sensori.

Eva Bonitatibus

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scrivere ilgiallo1

Sono quasi le cinque del mattino e un giovane giornalista affetto da insonnia passeggia per i vicoli di Napoli cercando di quietare la propria ansia. Sul più bello si trova davanti ad un orso marsicano disteso a pancia all’aria completamente immobile. Che sorpresa! Che ci fa un animale di tale dimensioni nei quartieri spagnoli? E soprattutto come ci è arrivato? E da dove? Dorme o è morto? E se è morto, chi lo ha ucciso? E perché? Un avvertimento di camorra? Un incidente? Il groviglio dei quesiti che si affastellano nella mente di Tony Perduto, questo il nome del cronista freelance, e dei lettori del giallo di Antonio Menna, giornalista napoletano anch’egli, intitolato Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli, Guanda editore, fa crescere la tensione. E il sonno è “perduto” per sempre.

E così il protagonista della storia si mette sulle tracce dell’orso cercando di sbrogliare l’intricata matassa. La sua curiosità, mista al desiderio dello scoop giornalistico, lo conduce ad esplorare ambienti e storie sconosciute della città. Si inabissa nella Napoli sotterranea e uno strano stupore accompagna la sua ispezione nei cunicoli bui della sottocittà. Viene a conoscenza di fatti di camorra del passato e si documenta sulla famiglia De Concito, un boss, un grande costruttore che tornò dall’America per dominare la vita economica di Napoli. Ora ci sono i suoi figli a mantenere la villa signorile fatta costruire dal padre John De Concito, una struttura imponente immersa in un parco nel quale una volta, si racconta, c’era anche una tigre. Esce fuori anche il nome di un altro camorrista, don Ciccio Martino, il boss dei mercati ortofrutticoli morto in carcere per tumore. Cosa c’entra questi personaggi con la morte dell’orso? Il giallo diventa noir e Tony si trasforma in un investigatore. E cominciano i suoi problemi.

scrivere ilgiallo2Aiutato da una amica di nome Marinella, forse qualcosa di più che una semplice amica, Tony si addentra nel mistero e scopre tante verità che lo conducono dritto dritto alla soluzione del crimine. Passando per lo zoo vicino Napoli e per il circo di Renato Orfeo in quei giorni in città, rischia la pelle e nonostante il motorino incendiato come forma di avvertimento, prosegue la sua ricerca. 

Il romanzo è divertente e i colpi di scena orchestrati sapientemente dall’autore riempiono le pagine di verve ed ironia. La descrizione dei personaggi che circondano la quotidianità del protagonista regalano affreschi di pura napoletanità. Non solo. Antonio Menna dipinge una città che non è solo quella della camorra che uccide e macchia di sangue le strade. E’ una Napoli dalle tante sfumature e dai suoni che ne riempiono le strade. E’ una città che sa raccontarsi, che ha il sapore delle tradizioni antiche, dei fatti che si passano di bocca in bocca, della vita consumata nei bassi. Dietro ogni personaggio c’è una storia che inevitabilmente va ad intrecciarsi con quella generale di una grande città. Si legge nei loro sguardi la genuinità, la sopportazione di una vita non al top, i sogni sfumati di gioventù. E si legge anche tanta determinazione, quella di Tony Perduto che non si arrende di fronte alla precarietà di un simile lavoro, alle umiliazioni inferte da una redazione classista, alla scarsa fiducia che di lui ha la madre, alle lezioni private a Carletto “capa ‘e puorco”.

La sua più grande consolazione è il mare. Sapere che è sempre lì ad aspettarlo e a consolarlo ogni volta che si affaccia dal terrazzo di casa. E con lui si confida. La grande e variegata umanità è probabilmente la reale protagonista del romanzo e, come avviene in ogni noir, il luogo diventa uno dei personaggi della storia. Il finale poi è una sorpresa nelle sorprese. Il lettore mai si aspetterebbe un simile epilogo, che ha una sua logica definita. scrivere ilgiallo3

Dunque, cosa ci fa un orso steso a quattro di bastoni in mezzo a via Speranzella ai quartieri Spagnoli di Napoli? Io lo so, anche Antonio Menna lo sa. Voi acquistate il libro se volete conoscere una delle storie più esilaranti e serie che abbia mai letto in questi ultimi giorni. E buon divertimento!

Eva Bonitatibus

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