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Scrivere

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Una libreria, una città e una donna. Sono questi i protagonisti del nuovo romanzo di Luca Bianchini, Dimmi che credi al destino, Mondadori editore, le cui sorti si intrecciano inesorabilmente fino a formare un unico groviglio. Un fitto intreccio di storie personali complesse e irrisolte, che tornano a bussare alle porte dei personaggi che movimentano le pagine di questo libro. La vicenda fa riferimento ad una storia vera, l’Italian Bookshop in Cecil Court a Londra gestita dall’italianissima Ornella Tarantola, una donna “rifugiata” nella capitale britannica che adotta soluzioni di ogni tipo pur di scongiurare la chiusura della libreria.

Il libro nasce con l’obiettivo di raccontare la storia di una paventata distruzione, ovviamente romanzata dall’autore, affinché la libreria italiana continui a vivere nel palazzo londinese che purtroppo sarà abbattuto. E’ lo stesso Luca Bianchini ad appellarsi, in appendice, a tutti i suoi lettori perché sostengano questo “posto speciale” raccontando la vita di una donna “fuori dal comune”. Ebbene la storia risente della verve dell’autore, è effervescente, dinamica, ricca di siparietti divertenti in cui si confrontano la “cazzimma” tutta italiana e l’austerità tutta inglese. Ma soprattutto c’è una grande verità nelle parole di Bianchini, la ricerca di una serenità che nessun luogo può assicurare finchè non si crea spazio all’interno della propria anima. Ed è proprio questo il filo conduttore della storia, il filo di Arianna che si svolge nei labirinti reconditi di tutti i personaggi del libro. Ognuno fugge da qualcosa e cerca riparo in una città straniera dove nessuno possa conoscere i propri trascorsi. scri dimmi2

Ma tutti, prima o poi, sono chiamati a confrontarsi con quanto ci si è lasciato alle proprie spalle. E per fortuna Ornella riesce a farlo grazie alle persone di cui si circonda e che le manifestano tutto il proprio sentimento di amicizia e amore. A partire dall’amica Patti che da Milano corre a Londra per fare la crocerossina, anche a se stessa, per giungere a Mr George, l’anziano signore conosciuto al parco che emana tranquillità ed equilibrio. E poi il napoletano Diego, anche lui alle prese con le sue pulsioni amorose e la british Clara che condivide con Ornella lo spazio della libreria. A Bernard, il vicino di casa, è affidato l’ultimo colpo di scena.

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E’ insomma una commedia romantica, una favola a lieto fine, in cui le burrasche della vita sembrano trovare pace e confluire verso un'unica strada che è poi quella di tutti i personaggi. “Non c’è scadenza nella vita, finché hai le forze!”

Eva Bonitatibus

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Sette giorni di libri, dibattiti, arte e musica nei luoghi più suggestivi del centro storico di Salerno. Dal prossimo 22 giugno parte infatti il Festival Salerno Letteratura con i grandi nomi del panorama culturale italiano. La terza edizione spazia dalla letteratura alla musica, dalla filosofia alla Graphic novel e terrà alcuni incontri dedicati alla memoria storica.

Tra gli incontri più interessanti viene segnalato quello con Vinicio Capossela, autore di Il paese dei coppoloni, Feltrinelli, fra i candidati al Premio Strega, Antonia Arsian con Il rumore delle perle di legno, Rizzoli, Corrado Bologna e Marcello Simoni.

Sarà presente uno dei fenomeni editoriali più interessanti degli ultimi anni: il ventiduenne Antonio Dikele Distefano, definito il “nuovo Fabio Volo”, autore di Fuori piove, dentro pure. Passo a Prenderti? edito dalla Mondadori. Altri incontri sono previsti con gli scrittori Michela Tilli e Lorenzo Marone, con Lia Levi ed Elena Loewenthal e le presentazioni dei libri di Franco Di Mare e di Silvia Truzzi. Fra gli ospiti ci sono poi Giuliano Ferrara, Roberto Esposito, Mauro Covacich e Valeria Parrella.

Il 26 giugno è la prima delle due giornate dedicate al Premio Salerno Libro d'Europa: i lettori conosceranno da vicino i cinque candidati, confrontandosi con loro sui titoli scelti quest'anno. Durante la giornata sono previsti anche incontri con Antonella Cilento, e Teresa De Sio. Stefano Benni metterà in scena una lettura teatralizzata di Cari mostri, il suo nuovo libro di racconti dell'orrore pubblicato da Feltrinelli.

Il 27 giugno saranno in città Achille Bonito Oliva, Massimo Carlotto, Eva Cantarella, Friedrich Ani, Andrea Vitali e Tiziano Scarpa. Sarà anche il giorno in cui verrà eletto pubblicamente il supervincitore del Premio Salerno Libro d'Europa. Il Festival chiude in bellezza il 28 giugno, con Mario Andreose, Cesare De Seta, Antonio D'Orrico, Stefano Rodotà, Valerio Massimo Manfredi, Donato Carrisi e Maurizio De Giovanni. In chiusura, un altro evento dedicato all' “odissea” di Leopold Bloom, con una talk-conference dal titolo Ulisse: fra gli ospiti, il traduttore italiano di Joyce Enrico Terrinoni.

Tutte le sere a Largo Barbuti si svolgerà il Dopofestival con tanta buona musica, uno degli eventi organizzati in collaborazione con il Festival delle Generazioni.

A cura della redazione

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Quandodecidiamo1 “Un pensiero viene quando vuole, non quando voglio io”. Così comincia il libro di Mauro Maldonato, psichiatra e professore di Psicopatologia generale, dal titolo “Quando decidiamo siamo attori consapevoli o macchine biologiche?” edito dalla Giunti. Un saggio che prende le mosse da un riferimento letterario, biografico se vogliamo, che riporta alla mente i famosi casi di Oliver Sacks raccontati nel “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. Mauro Maldonato riporta l’incontro con un proprio paziente afflitto dall’incapacità di scegliere la “parola successiva” nei suoi discorsi per avviare la sua analisi sulle attività consapevoli e inconsce della mente umana.

Ciò che propone l’autore, i cui ambiti di ricerca sono la coscienza, il decision making, la creatività e l’innovazione, è una lettura nuova del fenomeno che poggia le sue solide basi sulle teorie tradizionali e sulla scuola del passato. Senza rinnegare quelle, ma invitando a guardare alle nuove prospettive della ricerca, Maldonato afferma che occorre cercare nuovi territori che vadano oltre l’inconscio e la coscienza. In sostanza si tratta di andare a ripescare le scoperte effettuate da neurologi e psichiatri della prima metà del XIX secolo e di proseguire il cammino della ricerca. Perché è necessario dimostrare che la mente ha una propria vita e che esistono processi invisibili che vanno ri-conosciuti per affrontare meglio la vita e le sue pulsioni. MauroMaldonato2

Una prima distinzione è tra mente e consapevolezza, che non coincidono né sono sinonimi, bensì forze sincroniche che nutrono diversamente il cervello affinchè regoli le proprie azioni e ne determini i comportamenti. L’analisi condotta dallo psichiatra attribuisce notevole importanza alle emozioni, stimolo per l’assunzione di decisioni, di cui l’uomo non può fare a meno. La mente va quindi considerata non come qualcosa a se stante, ma conglobante, ossia tutt’uno con il corpo umano. “Senza il corpo, senza le sue capacità sensoriali e motorie, molti aspetti del pensiero e della conoscenza umana sarebbero inspiegabili”, scrive l’autore in prefazione. Dunque l’uomo è ciò che sente, ciò che vive, ciò che mangia, ciò che respira. E un fattore decisivo alla capacità di scegliere e quindi di decidere è affidata all’incertezza, ai vaghi orizzonti che un’avventura potrebbe offrire. Ciò che il poeta spagnolo Antonio Machado esprimeva con i versi “caminante, no hay camino, se hace camino al andad”, ossia “viandante non c’è cammino, il cammino si fa andando”, diventa una vera e propria sfida per l’uomo. Un approccio che apre numerosi scenari per l’uomo che di fronte alla sorpresa attiva i propri infiniti sensori.

Eva Bonitatibus

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Sono quasi le cinque del mattino e un giovane giornalista affetto da insonnia passeggia per i vicoli di Napoli cercando di quietare la propria ansia. Sul più bello si trova davanti ad un orso marsicano disteso a pancia all’aria completamente immobile. Che sorpresa! Che ci fa un animale di tale dimensioni nei quartieri spagnoli? E soprattutto come ci è arrivato? E da dove? Dorme o è morto? E se è morto, chi lo ha ucciso? E perché? Un avvertimento di camorra? Un incidente? Il groviglio dei quesiti che si affastellano nella mente di Tony Perduto, questo il nome del cronista freelance, e dei lettori del giallo di Antonio Menna, giornalista napoletano anch’egli, intitolato Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai quartieri spagnoli, Guanda editore, fa crescere la tensione. E il sonno è “perduto” per sempre.

E così il protagonista della storia si mette sulle tracce dell’orso cercando di sbrogliare l’intricata matassa. La sua curiosità, mista al desiderio dello scoop giornalistico, lo conduce ad esplorare ambienti e storie sconosciute della città. Si inabissa nella Napoli sotterranea e uno strano stupore accompagna la sua ispezione nei cunicoli bui della sottocittà. Viene a conoscenza di fatti di camorra del passato e si documenta sulla famiglia De Concito, un boss, un grande costruttore che tornò dall’America per dominare la vita economica di Napoli. Ora ci sono i suoi figli a mantenere la villa signorile fatta costruire dal padre John De Concito, una struttura imponente immersa in un parco nel quale una volta, si racconta, c’era anche una tigre. Esce fuori anche il nome di un altro camorrista, don Ciccio Martino, il boss dei mercati ortofrutticoli morto in carcere per tumore. Cosa c’entra questi personaggi con la morte dell’orso? Il giallo diventa noir e Tony si trasforma in un investigatore. E cominciano i suoi problemi.

scrivere ilgiallo2Aiutato da una amica di nome Marinella, forse qualcosa di più che una semplice amica, Tony si addentra nel mistero e scopre tante verità che lo conducono dritto dritto alla soluzione del crimine. Passando per lo zoo vicino Napoli e per il circo di Renato Orfeo in quei giorni in città, rischia la pelle e nonostante il motorino incendiato come forma di avvertimento, prosegue la sua ricerca. 

Il romanzo è divertente e i colpi di scena orchestrati sapientemente dall’autore riempiono le pagine di verve ed ironia. La descrizione dei personaggi che circondano la quotidianità del protagonista regalano affreschi di pura napoletanità. Non solo. Antonio Menna dipinge una città che non è solo quella della camorra che uccide e macchia di sangue le strade. E’ una Napoli dalle tante sfumature e dai suoni che ne riempiono le strade. E’ una città che sa raccontarsi, che ha il sapore delle tradizioni antiche, dei fatti che si passano di bocca in bocca, della vita consumata nei bassi. Dietro ogni personaggio c’è una storia che inevitabilmente va ad intrecciarsi con quella generale di una grande città. Si legge nei loro sguardi la genuinità, la sopportazione di una vita non al top, i sogni sfumati di gioventù. E si legge anche tanta determinazione, quella di Tony Perduto che non si arrende di fronte alla precarietà di un simile lavoro, alle umiliazioni inferte da una redazione classista, alla scarsa fiducia che di lui ha la madre, alle lezioni private a Carletto “capa ‘e puorco”.

La sua più grande consolazione è il mare. Sapere che è sempre lì ad aspettarlo e a consolarlo ogni volta che si affaccia dal terrazzo di casa. E con lui si confida. La grande e variegata umanità è probabilmente la reale protagonista del romanzo e, come avviene in ogni noir, il luogo diventa uno dei personaggi della storia. Il finale poi è una sorpresa nelle sorprese. Il lettore mai si aspetterebbe un simile epilogo, che ha una sua logica definita. scrivere ilgiallo3

Dunque, cosa ci fa un orso steso a quattro di bastoni in mezzo a via Speranzella ai quartieri Spagnoli di Napoli? Io lo so, anche Antonio Menna lo sa. Voi acquistate il libro se volete conoscere una delle storie più esilaranti e serie che abbia mai letto in questi ultimi giorni. E buon divertimento!

Eva Bonitatibus

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scrivere copertina Regista e sceneggiatore di film capolavoro, da Il bagno turco a Le Fate ignoranti, Ferzan Ozpetek delizia i suoi fan con uno scrigno narrativo affascinante e delicato, prezioso e vivido, una storia che è una delle dichiarazioni d’amore più romantiche mai tratteggiate. Reca la sua firma Rosso Istanbul (Collezione Strade Blu- Mondadori).

V’è una città al centro del mondo, con i rumori e gli assilli della modernità e i monumenti del passato. Lo specchio d’acqua, di conforto e di riflesso alla vita. Una dinastia di donne forti e bellissime, piuttosto che fragili e sagge.

Nonne, madri, amiche e amanti.

Vi sono uomini dalla consistenza dell’oro, luminosi come le estati, i cui passi sono segnati dall’intenso sapore del caffè.

Il viaggio accompagna il destino degli intrepidi. Divide e, talvolta, unisce, nel gioco cinematografico dei sensi.

Le scoperte sull’umano sono conferme di elucubrazioni d’immagine; sono moniti al tentativo di vivere senza condizionamenti. scrivere ferzan ozpetek                      

Ozpetek sigilla il principio e la fine del suo intento comunicativo: “Non dimenticate mai, la cosa più importante non è come vivete la vostra vita. La cosa che conta è come la racconterete a voi stessi, e soprattutto agli altri. Soltanto in questo modo, infatti, è possibile dare un senso agli sbagli, ai dolori, alla morte.

L’amore è il tassello decisivo, conclusivo, così come la scintilla primigenia. Manifesta il vigore del passato, la levità del futuro e la meraviglia del presente. Ciò è sufficiente a comprendere se davvero ne valga la pena.

Inesorabile come una carezza, elegante come una foto in bianco e nero. Una lettura del tempo senza tempo. Consigliata!

Virginia Cortese

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nessunodasalutare Una storia forte, dura da accettare, scomoda come tutte le storie vere della nostra società. Nessuno da salutare, un romanzo generazionale del potentino Dino Rosa appena uscito nelle librerie, racconta con estremo realismo il mondo della tossicodipendenza e della fragilità degli adolescenti. Edito da Valentina Porfidio, il libro, il secondo per il giovane scrittore talentuoso, accende i riflettori su un dramma che appartiene a tutti noi, quello della droga, dei rave party, di Scampia, dei centri di recupero, della disperazione.

Ivana, Andrea, Lorenzo sono i protagonisti di questa storia. Tre giovani con tre storie diverse che ad un certo punto si incrociano per poi dividersi, ma mai del tutto. I loro sono i volti della sofferenza e del cinismo, della forza e dell'impotenza, del potere e delle sue vittime. All’inizio sono ragazzi come tanti con la passione per le moto, per il bel vivere, per il divertimento, ma anche persone che amano l’impegno, che sognano il successo, che aspirano a brillare. Poi succede che un brutto evento segna così profondamente i loro animi da cambiarne completamente i destini.

C'è anche tanto amore in queste pagine, un amore così forte e così grande da trovare quale unica strada quella dell'eterna solitudine. Un libro che fa riflettere sul ruolo di tutti in questo mondo, dei genitori in primis e delle responsabilità, grandi, che hanno nei confronti di quei figli fragili che non vanno mai abbandonati. Un libro che accende la lampadina su un mondo che noi tutti rifuggiamo ma che purtroppo esiste e che come ben descrive l’autore, “se ci entri non ne esci più”. Non basta la forza di volontà, occorre la mano di qualcuno più grande di te. Qualcuno che sia strutturato, che conosca tutte le porte da aprire per indicare l'uscita da quel maledetto tunnel. Quanti casi come questo esistono al mondo? Tanti, troppi, e come Dino Rosa fa dire ai tuoi personaggi, non esistono strutture in grado di prevenire la discesa agli inferi.

scrivere dinorosa2 resizeIl romanzo scivola come acqua. Il ritmo è incalzante e il lettore non può staccarsi dalle sue pagine senza averlo finito prima. Merito della scrittura sicura, pulita, sincera, a conferma del successo del primo romanzo. Una scrittura che svela l’animo sensibile dell’autore, la sua prosa diventa poesia e lascia spazio al lato romantico del suo sentire il mondo.

Tante le immagini che suggestionano il lettore. Tra queste la lacrima di Ivana ormai sola che cadendo dal viso atterra sulla scrivania facendo rumore. Un tonfo nel silenzio sordo della sua solitudine che purtroppo l'avvolgerà fino alla fine.

Perfetto l’accostamento con le canzoni di Piko, musicista potentino scomparso prematuramente, le cui parole sono un tuffo al cuore. Non avrebbe potuto descrivere meglio il passaggio dalla vita all'aldilà. “Saremo vento, e il sole ci attraverserà”. 

Un libro che deve aprire gli occhi a chi non vuol vedere. Una storia che devono leggere non solo i giovani, ma soprattutto gli adulti perché imparino a stare vicino ai ragazzi e a prestare loro ascolto. I figli sono quello che vivono e se vivono nella comprensione sapranno comprendere gli altri. Se vivono nell'indifferenza saranno freddi e distaccati. Se vivono nell'amore sapranno amare. Un libro che insegna soprattutto ad amare se stessi.

Eva Bonitatibus

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scrivere Mariolina Venezia

Mariolina Venezia e la sua terra. Ospite in passato di Gocce d’autore con il suo romanzo Maltempo (Bompiani), la scrittrice di origini materane la incontriamo come direttore artistico di un Festival della letteratura. Si tratta di “RaccontaMatera” che si terrà nella città dei Sassi dal 7 al 12 aprile. Innovativa è la formula che coinvolge sei scrittori, invitati a vivere e condividere le suggestioni della “Terza Città più Antica del Mondo”, e a raccontarle al pubblico materano in un Reading pubblico dei loro sei racconti inediti, che si terrà il 12 aprile presso la Casa Cava.

Antonio Pascale, Anilda Ibrahimi, Paolo di Paolo, Nadia Terranova, Marcello Fois e naturalmente Mariolina Venezia sono i sei protagonisti della prima edizione di “RaccontaMatera”. Vincitori di premi quali lo Strega e il Campiello, si danno appuntamento nella città dei Sassi per sei giorni, per respirarne gli odori, sperimentarne la bellezza, metterla poi su carta raccontando l’esperienza di questa scoperta che, sempre, lascia senza fiato. Il grande entusiasmo con cui gli autori hanno accolto questo invito racconta del profondo appeal che la Città di Matera ha maturato nel contesto culturale italiano ed internazionale.

Aperitivi con l’autore e interviste incrociate daranno vita al nuovo appuntamento con la letteratura in cui gli autori parleranno dei loro libri, si intervisteranno a turno e saranno intervistati dai giornalisti.

 

A cura della redazione

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scrivere cover 1Alberto Testa è un bellissimo vecchio di novantatré anni che ha mandato alle stampe in questi giorni la sua ultima opera “Rudolf Nureyev genio e sensualità”, arricchita da molte foto di Alessio Buccafusca, ed Gremese. Testa è stato ballerino, ha danzato con illustri partner, poi coreografo di sofisticati balletti nonché delle danze in molti film storici e in opere liriche, ha insegnato storia della danza per trenta anni all’Accademia Nazionale di Danza, instancabile organizzatore di premi, manifestazioni e concorsi, ha scritto numerosi libri ed è stato importante critico per la Repubblica e altri magazine, tutto questo e altro ancora sempre con eleganza, leggerezza e sorriso sulle labbra.

In questo libro l’autore ci accompagna alla conoscenza di Rudolf Nureyev dalla nascita (1938) avvenuta su un treno in Siberia fino alla lunghissima e dolorosa morte per ADS (1993). In questi 54 anni Rudy è stato il più affascinate danzatore di tutti i tempi. Quando era in scena il tartaro volante tutti gli occhi del pubblico erano magnetizzati su di lui, senza remora. E dire che aveva cominciato a studiare danza in età avanzata e contro il parere dei genitori, ma nel 1961 era già un fuoriclasse del Kirov quando decise per il gran passo. La celebre compagnia del Kirov era in tournée a Londra e Parigi e fu allora che Rudy decise della sua vita. Non tornò in Russia. Il suo gesto fu accolto con intelligente chiaroveggenza da quella che divenne la sua partner fissa e preferita, Margot Fonteyn. Non ostante fosse più vecchia di lui di ben venti anni formarono una coppia ineguagliabile per bellezza e stile. Alla grazia e perfezione stilistica di lei si univa la passionale irruenza di questo magnifico tartaro e le loro esibizioni mandarono in delirio le platee di tutto il mondo. Interpretarono insieme molti balletti cercando equilibrio e affiatamento, nel Lago dei Cigni “lei era la purezza squisita, dice Testa, Rudolf immetteva tutto il fuoco sacro di cui era capace, bellissimo e bravissimo, l’uno si integrava nel disegno dell’altra…..l’interpretazione risultava omogenea, appassionata, poetica, trascinante, formidabile!” . Il 1963 è stato l’anno del Margherite et Armand, a Londra impazziscono per Rudolf, a corte Elisabetta e Margaret sono ai suoi piedi! Questo balletto, del coreografo inglese Sir Frederick Ashton, è stato una delle interpretazioni più riuscite della coppia. Il successo di questo binomio fu mondiale. Il fulgido percorso di Nureyev era all’apice, lui è stato il ballerino più richiesto, il più pagato, forse l’unico ballerino classico che ha potuto accumulare una fortuna, cosa mai riuscita a un artista di danza, abitava in magioni sontuosissime sparse in molti luoghi del mondo.

Tante furono le partner che si sono alternate al suo fianco su tutti i palcoscenici possibili, scrivere Nureyev 2ma sempre gli applausi più fragorosi erano per lui. Lui ballava e la musica era nelle sue gambe e anche sul suo viso, quegli zigomi espressivi, quel volto ardente facevano parte della danza, lui volava, non saltava, le sue variazioni facevano battere il cuore. Nureyev amava molto l’ Italia e in particolare Roma dove era accolto con una certa libidine e eccitazione dalle belle e nobili dame dell’enturage mondano, dalle acclamazioni in teatro e dalle centinaia di fan che lo aspettavano sempre all’uscita dopo lo spettacolo solo per toccarlo e ottenere un autografo. Un mito come non ce ne sono stati altri. Le sue attenzioni per le donne erano solo snobberie salottiere. Un suo amore lo scoprì Testa quando in un ristorante non à la page lo vide in atmosfera intima con Erik Bruhn, legame, dice Testa, che in seguito si sciolse con il crescere dei capricci di Rudy. Infatti “egli era stato stregato dall’Occidente, dalla libertà che esso rappresentava per lui e che non tardò a cogliere con esagerata condivisione”. E noi aggiungiamo, tanto per portarlo a una fine tragica. L’incontro con Erik Bruhn avvenne in occasione di uno spettacolo in cui eccelleva anche Carla Fracci, all’Opera di Roma una Silfide indimenticabile. A questo proposito mi intrometto con un bellissimo ricordo, in quella occasione feci  nella mia Galleria Ferro di Cavallo una mostra di fotografie che Franco Pinna aveva realizzato alla generale. Intervennero gli interpreti e tutto il mondo della danza, un successone. Correva l’anno 1966.scrivere mostra Pinna 4 Nureyev tornò a Roma 15 anni dopo, portandosi dietro una fama sfolgorante, la città era in fibrillazione, doveva danzare in Giselle, il suo ruolo, con Carla Fracci. In quegli anni ero capo ufficio stampa al Teatro dell’Opera e ho seguito da vicino le situazioni più strepitose, dalle lunghe file di giorni e notti al botteghino per accaparrarsi un biglietto alle prove in palcoscenico e a tutte le recite. Vederlo provare, aiutare generosamente i ballerini di fila, battibeccare con la Fracci….era un godimento. Altri ballerini in quegli anni come Vassiliev e Barysnikov avevano, afferma Testa, un corredo di tecnica classica maggiore di quello di Nureyev, ma “inutile cercare in lui la perfezione, il controllo, il calcolo, l’estrema pulizia del passo…era un altro tipo di danzatore che dava allo spettatore quella gioia quella soddisfazione e che portava all’applauso clamoroso, all’urlo frenetico a ogni fine di variazione”.

scrivere Testa De Donato Cipriani 5Il racconto di Testa si snoda attentamente e con dovizia di date, titoli, teatri e partner sulla eclatante cavalcata di successi del Nostro, dalle interpretazioni ardenti nelle varie Giselle, o Lago dei Cigni e Bella Addormentata fino a quelle birichine e spavalde di un Don Chisciotte di uno Schiacianoci o di Marco Spada che proprio Nureyev volle far rivivere all’Opera di Roma. Senza tralasciare i ruoli significativi di danza moderna come quelli di Apollo Musagete di Balanchine o di Pierrot lunaire di Tetley o del duo con Paolo Bortoluzzi in Canti del compagno errante di Béjart. Ma la sua stella cominciava a tramontare, il suo corpo non reagiva più con lo stesso furore, lui non voleva scendere dal palcoscenico, resistette con dolore fino alla fine, fino agli ultimi giorni, quando quell’orribile male non lo divorò.

Agnese De Donato

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