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Scrivere

moretti

Mi torna alla mente la storiella di quel tale che diceva: «Bravo chi ha inventato la ruota; ma se non c’erano quelli che inventavano le altre tre, col cavolo che le producevano, le automobili!». Ho letto giorni fa Dario Moretti, Il lavoro editoriale, Laterza, 1999/2005. Sotto le cento pagine, bibliografia compresa che suggerisco di leggere senza soluzione di continuità con il testo, dico subito che non è una lettura impegnativa. Anzi, come si direbbe di certe lager, è di pronta beva (e se non fosse appunto per la nota bibliografica, risulterebbe un po’ corto sul finale). Il volume ha il pregio immediato di indurci una riflessione semplice ma non banale: per molti aspetti il libro è una cosa, un oggetto, un prodotto al pari di altri. Prima d’esser letto, torna o dovrebbe tornare piacevole alla vista, al tatto, all’olfatto persino. Anche l’atto dell’acquisto spesso porta con sé uno specifico rituale – ricordo che io pure consideravo con repulsione l’idea di acquistare libri nei supermercati, sebbene le copie di un medesimo libro siano, in effetti, identiche lì o nella più ricercata libreria. Il libro è dunque una merce, e non cambia questa sua natura il fatto che esso sia veicolo d’idee. Proprio come le altre merci, dunque, e con le dovute eccezioni (ad esempio i prodotti dell’editoria scientifica), esso deve la gran parte della sua fortuna al fatto che esista, per esso, una domanda, dei compratori. In un mondo in cui tutto è consumo, poi, si scopre che il libro non è più neanche il solo veicolo delle idee. Ricorda correttamente Moretti che anche le altre merci, oggi, si fanno considerare o vengono percepite come veicolo di idee: un certo abito, un tipo di automobile, tanto altro. Al pari di altri prodotti, il libro supererà dei test per risultare il più vendibile possibile, al pari di altri prodotti risponderà, in buona misura, a standard verificati per incontrare il maggior favore del pubblico. In ciò, l’autore dell’opera diventa soltanto uno dei vari fattori della produzione della merce libro. Accanto a lui si trovano, spesso con dignità, ambita, reale o percepita, quasi pari, il traduttore, l’agente letterario, l’editor. In casi particolari, quale ad esempio la realizzazione di una enciclopedia, la notevole mole di impegno di organizzazione e di coordinamento delle tante parti dell’opera, rispetto alla quale nel suo complesso, l’apporto delle singole firme sulle singole voci è sicuramente parzialissimo, non del tutto a torto è l’editore medesimo a sentirsi, in certo senso, “autore”. Il produttore, la casa editrice, a sua volta e negli altri casi, è comunque il centro di imputazione di tante professionalità, di tanti mestieri, diversi dei quali oggi per lo più esternalizzati – ma questo, magari, seppure Moretti lo accenni, è un altro discorso ancora; del resto, il suo volume, edito nel 1999 e riedito nel 2005, segna proprio con le date un importante periodo di passaggio tra gli strumenti tradizionali di produzione e stampa in epoca contemporanea e quelle con le quali si fa più ampio ricorso alle nuove tecnologie. Come si fabbrica a tavolino un best seller? Qual è l’incidenza della pubblicità sul successo di un prodotto editoriale? Come si articolano le scelte dell’imprenditore editore? Quale differenza c’è e quali effetti porta anche tra il pubblico, tra il produrre migliaia di titoli, ciascuno di essi capace di una tiratura limitata, o pochissimi titoli invece, stampati in un numero di copie esorbitante? Questa industria è talvolta finanche capace di mutare la prospettiva, se non la natura, dell’autore. Moretti riporta sul punto una illuminante frase che Daniel Pennac, ne La prosivendola, uno dei primi volumi della saga di Benjamin Malausséne - che anch’io ricordo di aver seguito, partendo decenni addietro, attraverso tutti gli appuntamenti, quasi sempre con le lacrime agli occhi per il ridere -, fa dire alla regina Zabo, perfida ma esperta editrice, capo incontrastato delle Edizioni del Taglione, per definire i nuovi scrittori, assetati di fama e di successo: «Non scrivono per scrivere, ma per aver scritto». Perché leggerlo? Il lavoro editoriale è uno spunto per qualche buona domanda e noi, si sa, stiamo sempre lì a rovistare, cercando il senso di qualcosa.

Rocco Infantino

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scrivere instapoets 1

La mia biblioteca è ricca di libri di ogni tipo, dai romanzi ai saggi ai libri per bambini e per ragazzi, a quelli di scuola, alle “vecchie” enciclopedie, a quelli di storia locale. Ci sono anche quelli introvabili, usciti dalla produzione, trovati nei mercatini di antiquariato e in polverose librerie che ad una prima occhiata non daresti un soldo. E invece rivelano sorprendenti tesori. Ciò che manca alla mia libreria è la poesia. Ho scoperto con rammarico, volendo scrivere qualcosa sulla poesia, che non ho molto. E allora ho fatto una scappata in libreria, quella più vicina a casa mia, e anche lì, con sommo rammarico, non ho trovato granchè. A parte Pablo Neruda, Alda Merini e pochi altri grandi nomi non c’è molto. Il mio intento di contribuire alle celebrazioni della Giornata mondiale della poesia istituita dall’Unesco nel 1999 non è però caduto nel vuoto. Dopo varie ricerche tra gli scaffali e le pile di libri ben accatastati ho optato per il web alla ricerca di libri di poesie. Ho scoperto che la poesia è poco venduta poiché considerata un prodotto editoriale destinato a una nicchia piuttosto colta. Ma le cose non vanno poi così male perché sta emergendo una nuova generazione di poeti: gli Instapoets, letteralmente gli Instapoeti, che pubblicano sui social network i loro versi in particolare su Instagram e Tumblr.

scrivere instapoets 2Leggo su www.ilpost.it che negli Stati Uniti gli Instapoets hanno raggiunto un pubblico piuttosto numeroso, che solitamente si tiene alla larga dai libri di poesia, ma che ha comprato i loro quando sono stati pubblicati. Su tutti il caso di Tyler Knott Gregson, un poeta e scrittore americano di 34 anni del Montana, che “dal 2009 pubblica ogni giorno le sue poesie su Instagram, dove ha 263mila follower, e su Tumblr, dove ne ha quasi 300mila. In sette anni è diventato, come lo definisce il New York Times «l’equivalente letterario di un unicorno: un poeta celebre che vende alla grande». Il suo primo libro, Chasers of the Light (in italiano “Quelli che inseguono la luce”) – pubblicato nel settembre 2014 da Perigee Books, di Penguin Random House – è stato un best seller e ha venduto più di 120.000 copie cartacee. Ad ottobre ne ha scritto un altro libro, All the Words Are Yours, stampato in una prima edizione di 100 mila copie, che ha raggiunto il terzo posto della classifica Nielsen sui dieci titoli di poesia più venduti negli Stati Uniti, superando opere di Dante, Omero e Khalil Gibran.” Insomma il caso Gregson allontana l’immagine romantica dei poeti ma assicura lunga vita alla poesia. Di Instapoets che quotidianamente postano i loro versi sui social ce ne sono tanti, magari non tutti valgono di essere pubblicati, o almeno letti visto l’uso del selfpublishing, ma almeno si dilettano con un’attività creativa che rischia l’appiattimento. E’ per questo che l’Unesco ricorda il 21 marzo di ogni anno che l'espressione poetica ha un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo interculturale, nella comunicazione e nella pace. “M’illumino d’immenso!”

Eva Bonitatibus

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scrivere 1Lo stai facendo adesso. Leggere è una di quelle cose della vita che quando le si fanno le si danno per scontate. Come andare in bicicletta: quando sei sul sellino ti fai prendere dal paesaggio, o ti concentri sulla salita; non pensi certo a quel bilanciamento rigorosamente dinamico, a quella stabilità custodita proprio dal moto, che ne sono l’essenza. Non sai, o non sai più dire quanto estraneo e insolito doveva sembrarti, fino a un attimo prima, pensarti sostenuto da due ruote in movimento su un battistrada dallo spessore pressoché inesistente. E leggere, prima di saper leggere, non appariva forse altrettanto improbabile, innaturale? E anche agli inizi, poi, il momento fatidico in cui togli le rotelle alla bici o smetti di portare il segno seguendo il rigo col malcerto incedere dell’indice sulla pagina del libro, quali orizzonti disvelava? I segni diventavano suoni, i suoni articolazioni, parole, le parole significato. Pezzetti piccoli di significato si componevano pian piano in periodi, in lunghi costrutti, sempre più ampi, e complessi, e articolati, magari profondi, magari astratti. Oggi sappiamo che anche tra leggere e comprendere c’è differenza, che perfino rispetto al singolo vocabolo che s’incontri corre molto anche tra il conoscere il senso generale del termine e il saperne padroneggiare, ad esempio, l’utilizzo metaforico. Oggi sperimentiamo che il discrimine non è più semplicemente tra il sapere e il non saper leggere, bensì magari tra saper leggere e saper gestire, argomentando, i contenuti di quel che si legge.  E le differenze che ci sono, se ci sono, tra la lettura e la cosiddetta lettura profonda? Continuo nell’azzardare un’analogia che non so se sia già stata provata da altri: andare su strada o tentare di farsi esperti di un terreno impervio, assai vario, farne conoscenza, fronteggiarlo, sentirlo nelle gambe, prevederlo, come andando su una bici da cross? E leggere libri di carta, aiutandosi così nella riflessione e nell’approfondimento, anche di se stessi, o leggere nel mondo dei media, dove le informazioni e gli stessi spunti per l’apprendimento si dipanano in infiniti percorsi, ma sempre primariamente in superficie? E riflettere sul fatto che piantati così come siamo su due piedi, non eravamo certo progettati per spostarci su ruote, così come il nostro cervello era stato pensato (lo so, mi piace il gioco) per governare attività come guardare o annusare, per parlare, al limite, e ascoltare, ma certo non per leggere, men che meno per scrivere? Cosa avrà comportato questa nuova attività, cosa comporta ogni volta il leggere, finanche a livello neuronale? E astraendosi dalla condizione personale, dalla esperienza del singolo individuo, sollevando il punto d’osservazione allargando l’orizzonte osservato sino a comprendere una visuale sociale, in che cambia questa pluralità di bipedi, se diventa una collettività di cicloamatori, innervata addirittura da tanti ciclisti? E una moltitudine di persone che leggono, tra le quali magari tante in grado di utilizzare appieno i nuovi mezzi e/o di non perdere la capacità di comprensione profonda? Belle domande, no? scrivere 2Soccorre, alla bisogna, Biblioteche oggi, una rivista di studi e ricerche, specializzata insomma, se ciò non scoraggia, che nel numero di dicembre 2015 affronta monograficamente proprio il tema delle forme della lettura. La rivista è di facile reperimento, in ogni caso è dotazione di qualunque biblioteca pubblica (si legge il messaggio?). Sfogliandola, dopo non aver mancato di leggere l’editoriale e per non farmi dire che esagero, consiglierei di leggere almeno tre interventi: Dalla lettura alla literacy. Come si diventa lettori nel nostro tempo, di Tiziana Mascia; L’importanza della lettura profonda. Che cosa servirà alla prossima generazione per leggere in modo riflessivo, sia su carta che on line?, di Maryanne Wolf e Mirit Barzillai; Leggere i passaggi: appunti per una teoria della lettura, di Elena Ranfa. Di Wolf, per mio piacere personale, ovvio, e però anche per continuare la passeggiata lungo uno dei tanti rami del lago di Como che è questo dialogare con l’ipotetico lettore, mi riprometto di leggere, a stretto giro, quel Proust e il calamaro citato anche dal Direttore responsabile  Giovanni Solimine in apertura e che promette sapide soddisfazioni per chi fosse incuriosito – io lo sono – al tema della relazione tra il leggere e il cervello stante che, pare, come dicevamo, il cervello umano non fosse naturalmente programmato per leggere. Pure su questo, qualche mio vecchio compagno delle elementari, se non io stesso in certe mattinate ferrigne e storte, avrebbe aprioristicamente dato ragione all’autrice, nell’ora deputata, squadernato sbuffando il libro illustrato sul banco, assumendo con nobile sdegno i rimbrotti della maestra, e tuttavia parando riottosa l’estrema falange del dito già sul titolo della lettura quotidiana.

Rocco Infantino

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scrivere lastoriadell'amore 1

La storia dell’amore è un libro che parla di un libro d’amore. I protagonisti sono un uomo e una donna polacchi, espiantati in America dove prosegue la loro esistenza invisibile, legati da un sentimento mai tramontato. Racconta la tensione dell’amore, rende visibile il filo che tiene uniti destini lontani, disegna la sofferenza nel petto di un ottantenne, conferisce un colore alla solitudine e ai ricordi. Nicole Krauss, l’autrice del romanzo edito da Guanda, affonda lo sguardo nella parte più intima dei sentimenti, quella più nell’ombra, e li lascia affiorare con il pudore della timidezza. La storia dell’amore non è un libro qualsiasi sull’amore, ma è il libro dell’amore. Leopold Gursky è l’ottantenne protagonista che tiene in mano la rocchetta di filo di questa storia nata tanti anni prima in un villaggio polacco quando, appena adolescente, si innamorò di una ragazza di nome Alma. Alma era l’unico antidoto contro la paura della guerra e pensando a lei scrisse il suo libro intitolato La storia dell’amore. Le mandava in lettere la storia di questo libro scritto in yiddish che lei custodì gelosamente fino alla morte. E proprio quelle lettere, immortali, torneranno al mittente in forma di libro sul finire della sia vita.

 C’era una volta un ragazzo che amava una ragazza (…) il loro amore era un segreto che non confessarono a nessuno da cui nacque dopo qualche tempo un figlio. La guerra divise per sempre i destini dei due amanti, il padre di Alma la spedì in America, Leopold venne deportato nei campi di concentramento, era ebreo, e trascorse tre anni e mezzo a nascondersi nei boschi. Poi finalmente l’arrivo dei carri armati russi e la liberazione. Raggiunse anche lui l’America, ritrovò Alma che nel frattempo aveva messo al mondo Isaac, frutto del loro amore segreto, e gli aveva dato un padre americano. Leopold dilaniato dalla notizia, le chiese di andar via con lui ma Alma, senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi, disse di non potere. Ma lui mantenne fede alla sua promessa: non innamorarsi mai più di un’altra donna. E così fu. Visse il resto dei suoi giorni pensando a quell’amore, anelando alla dolcezza di quell’amore, sognando il caldo abbraccio della sua donna. Ma non si fece più vivo con lei, le causava troppo dolore. Soprattutto gli causava una acuta sofferenza vedere suo figlio e non poterlo abbracciare né farsi vedere.

scrivere lastoriadellamore 2Fu così che rimase invisibile per tutto il resto della sua vita, ciò che lo riportò in superficie fu il ritrovamento del manoscritto che lui aveva scritto ad Alma durante la sua assenza. Undici capitoli scritti con una grafia minuscola che componevano La storia dell’amore, libro che Leopold ormai ottantenne si ritrovò tra le mani tremanti. La storia d’amore si sdoppia: amore tra uomo e donna e amore tra padre e figlio. E amore per i libri e per la scrittura. In mezzo alla storia portante del romanzo se ne sviluppano altre, gli intrecci si infittiscono tra le vicende di altri personaggi e di altri luoghi. Si accavallano le sofferenze che si districano e si sciolgono grazie a La storia dell’amore. Un libro denso, ricco, imprevedibile, dotato di una sostanza sabbiosa. “Per lei trasformai ciottoli in diamanti, scarpe in specchi, vetro in acqua, le diedi ed estrassi uccelli dalle sue orecchie, e nelle tasche le feci trovare le piume, chiesi ad una pera di diventare un ananas e ad un ananas di diventare una lampadina, ad una lampadina di diventare la luna e alla luna di diventare una moneta da lanciare in aria scommettendo sul suo amore: testa su entrambi i lati; sapevo di non poter perdere”. Questa l’immortale dichiarazione d’amore che Leopold fece alla sua Alma.

 

 

 

 

 

 

Eva Bonitatibus

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E’ di qualche settimana fa la notizia che il governo argentino avrebbe cancellato il divieto vigente da circa quattro anni di importazione di libri stampati all’estero. Il divieto caducato, a suo tempo, era stato presentato come una misura di carattere ambientale, perché pareva che i libri stampati all’estero contenessero una quantità eccessiva di piombo, nociva per i lettori. Un paio di mesi addietro, invece, sulla pagina di European Digital Rights (EDRi)  si poteva leggere un articolo dal titolo: Did Agcom censor an article about Agcom censorship? EDRi è una rete di organizzazioni che si occupano di diritti civili e diritti umani attive in diversi Paesi europei, con l’obiettivo di sostenere le libertà fondamentali nell’ecosistema digitale. L’articolo, rimbalzato anche sulla stampa italiana, poneva neanche tanto interrogativamente la questione se fosse che Agcom avesse censurato un articolo sulla censura di Agcom, articolo sulla libertà d’espressione e sul diritto d’autore in uscita sul bollettino di un Ufficio Comunitario ed eliminato su richiesta dell’Agcom. Agcom è l'Autorità indipendente per le garanzie nelle comunicazioni. Vertigine? Ok, in rete si può approfondire. Qui tralascio. Il punto: un governo vietava l’importazione di libri perché facevano male alla salute e qualcuno, con il compito, tra l’altro, di garantirla, pareva cavillare sulla libertà di stampa in materia di libertà di stampa. Che cos’è la censura? Quali origini ha, quali tecniche? Quali dichiarate o inconfessate, retoriche o improbabili che appaiano sono le sue motivazioni? E’ censura solo bruciare i libri o vietarne la stampa, o magari la diffusione? E’ censura addomesticarne il contenuto, o valutarne soltanto inappropriati la lingua o il linguaggio? E’ nobile, condivisibile o al meno comprensibile ingerirsi nelle scelte culturali individuali? Mario Infelise, Ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperto di storia del libro e autore di molti studi sulla produzione e sulla circolazione libraria, affrontava la faccenda in un saggio agile e ricco di spunti, I libri proibiti, pubblicato per Laterza nel 1999 e poi nel 2013 con una edizione aggiornata.

infelise1Il passaggio dal manoscritto, poco diffuso e poco controllabile, alle edizioni a stampa, che si aprivano invece in maniera palese ad un mercato di lettori incomparabilmente più ampio, destò subito una attenzione particolare, nelle Corti continentali e presso la Chiesa romana. Il potere, insomma, fu subito curioso e preoccupato di poter sfruttare tale fenomeno per assecondare, irrobustire e veicolare idee gradite e scoraggiarne, isolarne o ridurre al silenzio delle altre. Sul piano delle metodologie, non per gettare la croce addosso alla Chiesa (il gioco di parole rivendica il suo spazio), fu proprio questa istituzione a mettere a punto quello che ben presto si rivelò «un apparato di controllo … che servì da modello per qualsiasi organizzazione di controllo poliziesco del pensiero del futuro». Ma prima del governo dell’argentina Kirchner, preoccupata per il piombo, prima del venire ad esistenza della miriade di autoreferenziali agenzie indipendenti, preoccupate di tutto a fasi alterne, quali motivazioni spingevano al controllo della diffusione dei libri? Ce n’è, sembra di capire, un’intera risma: dalla repressione delle eresie alla difesa della purezza della lingua, dalla pretesa necessità di “coltivare” correttamente gli intellettuali a quella di proteggere i lettori culturalmente deboli (quanti non conoscessero il latino e le donne, a priori) da contenuti ritenuti per loro destabilizzanti. E, si badi, già allora, persino un semplice devoto pugliese, tale Odo Quarto, portato dinanzi all’Inquisizione a motivo delle sue letture, non dovette spremersi molto per dire: «Se bene gli uomini leggono … non per questo subito si crede quel che si legge». Fa riflettere, poi, il fatto che - è il caso del mandato dei censori nella Spagna del ‘500 - dovessero, tra le altre, esser proibite non solo le opere apocrife, superstiziose o condannate, ma perfino «le cose vane e inutili». Nella metropolitana di Madrid, insomma, o in fila alle poste o nella sala d’attesa del dentista, nel 1500 non soltanto non si poteva leggere Lutero, ma nemmeno, chessò, una Littizzetto, un Vespa, un Volo. Altro tema rilevante è quello della modificazione, dell’addomesticamento, del travisamento talvolta radicali dei testi sottoposti ad espurgazione. Questi, seppur formalmente sopravvivono, sfortunati figli di due padri, l’autore originario ed il correttore, vedono ai ridetti fini stravolti geografie, cronologie, personaggi, senso e significato originari. La questione centrale, tra quelle poste dall’autore, che a chi scrive appare degna di nota, tuttavia è un’altra: soprattutto nel corso dell’età moderna, in Europa tra il XVI e il XVIII secolo, quando il sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l’uso del libro conobbe la sua parabola, esso sistema fu inteso come un naturale complemento di una società ben organizzata. Fenomeni repressivi, limitativi in questo campo delle facoltà o delle libertà personali, non sono letti come un più o meno diffuso stato patologico, ma come elementi stessi della fisiologia della realtà sociale.

infelise2Oggi è così? Proseguendo nella lettura del saggio, si potranno passare in rassegna sia le alterne fortune degli indici dei libri proibiti, sia gli effetti che le varie restrizioni ebbero sul pensiero scientifico, sulla cultura politica ed anche sulla cultura popolare; si potrà ripartire dalle origini del concetto di tolleranza e vedere come, all’età dei Lumi, s’atteggiasse la libertà di stampa. Tanto, non senza passare in rassegna i fenomeni, da sempre conosciuti, del mercato clandestino, dei permessi taciti o delle false date o delle contraffazioni di genere vario, tutti giocatori dell’eterna partita strapaesana tra le squadre del “fatta la legge” e del “trovato l’inganno”. Queste, solo alcune tra le direttrici che prende il discorso di Infelise, al cui incipit consegnava, riferito da Tacito, il fatto che al tempo di Tiberio, tal Cremuzio Cordo fosse stato accusato di un novum ac tunc auditum crimen, per aver pubblicato scritti, prontamente poi dati alle fiamme, in cui s’esprimeva il rimpianto verso le antiche virtù repubblicane. Oggi vien quasi da pensare, con il grande Massimo Bucchi, che sul punto non è già più come non è mai stato.

 

 

 

 

 

 

 

Rocco Infantino

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scrivere curarsi 1

“Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”

Libreggiando tra i famosi scaffali di una ricca libreria, ho scovato una pubblicazione molto divertente. E’ di quei libri che hai sempre cercato, perché in esso ci sono tutte le risposte alle domande rimaste sospese. E’ uno di quei testi che ti sollevano da ogni dubbio, che ti indicano la strada giusta, che ti dicono esattamente cosa devi fare. Per te e per i tuoi amici e i tuoi familiari. Insomma, è un toccasana. Ma anche una tisana. Meglio di un’aspirina. Anzi, è un vero e proprio prontuario medico capace di indicare i rimedi contro ogni malanno. Un libro per ogni sintomo, un sintomo per un libro. L’opera in questione si intitola Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, scritto da Ella Berthoud e Susan Elderkein e pubblicato dalla casa editrice Sellerio. Un gioiello in quanto a ricchezza bibliografica! Le due simpatiche autrici, due esperte biblioterapiste inglesi, hanno redatto in ordine alfabetico tutti i malanni che colpiscono il fisico e il cuore dei lettori, suggerendo per ciascuno una serie di romanzi curativi. I farmaci consigliati vanno da “balsami balzachiani, a lacci emostatici tolstoiani, da pomate di Saramago a purghe di Perec e Proust”. Così, dalla A alla Z, le autrici scorrono duemila anni di letteratura mondiale fiduciose nell’efficacia della narrativa per curare sé e gli altri. “Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”, scrivono nell’introduzione.

scrivere curarsi 2L’originalità della trattazione sta anche nella posologia del trattamento: i consigli vanno dall’audiolibro alla lettura ad alta voce in compagnia di altre persone. E affinché la cura risulti efficace occorre che sia completata, non lasciarla mai a metà. L’ironia è tutta dentro le pagine dell’opera. Ella e Susan offrono anche consulenza sui disturbi della lettura, nonché suggeriscono i migliori libri per ogni decennio di vita, dall’adolescenza agli ultracentenari, e per ciascun rito di passaggio come ad esempio superare una crisi di astinenza o la fine di una relazione. E poi ci sono i libri per iniziare chi non ha mai letto un libro, per chi russa, per quei certi giorni, per chi è molto triste, per ridere, per piangere. Insomma, ce ne sono per tutti i gusti. I cataplasmi letterari abbondano: se soffrite di abbandono, perché i vostri genitori erano troppo impegnati o perché siete stati affidati ad altra famiglia, leggete Canto della pianura di Kent haruf, vi sentirete subito meglio. Se i vostri figli sono afflitti dalla pubertà, fategli trovare sul comodino Il giovane Holden di Salinger o L’ospedale delle rane di Lorrie Moore o Dietro la porta di Giorgio Bassani. Si sentiranno meno soli nella loro fase di trasformazione, e soprattutto scopriranno che è capitato a tutti! Se invece state cercando di smettere di fumare il romanzo che fa al caso vostro è La coscienza di Zeno di Italo Svevo, capirete che il tema del fumo è il “velo di illusionisti consumati”, una cortina di fumo dietro cui nascondere altro. Scorrete il volume, andate fino in fondo, alla X troverete i rimedi anche contro la xenofobia. Qui le ricette sono tante, da Vita di Melania Mazzucco a Ragazzo negro di Richard Wright a La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe a Un bambino nero di Camara Laye.

scrivere curarsi 3 Le terapie romanzesche, gli antibiotici letterari, i tonici di carta e inchiostro pubblicati da Sellerio reca anche la firma del bravo scrittore Fabio Stassi, che ne ha curato l’edizione italiana. L’autore di numerose pubblicazioni ha definito la biblioterapia una sorta di vaccinazione al male di vivere. Scrive in chiusura: “farsi contagiare dalla lettura, e andare da un libraio come si va dal farmacista, sarebbe un bel modo di decidere, finalmente, di curarci”.

 

 

 

 

 

Eva Bonitatibus

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In una recente conversazione con un’amica affiora, per me, il ricordo di un libro. Un libro particolare e lontano. Ero poco più che ragazzo, lo lessi, mi incantò. Non trovandone altre copie, allora, lo fotocopiai per intero. Volevo regalarlo, così feci. Da allora, per tanti anni, periodicamente mi mettevo alla ricerca di una nuova copia, ricerca vana. Librai, mercatini, indagini sistematiche in ogni città in cui andavo, il primo motivo per entrare in libreria, l’ultimo per sbirciare tra gli espositori nelle edicole in ogni stazione ferroviaria. Perfino una lettera accorata all’editore. La sua assenza, la sua totale indisponibilità mi ha tenuto molto compagnia. Mille volte, acquistando dell’altro, leggendo dell’altro, celebravo la mia lettura impedita. Finanche, lo citai, e citai il fatto che me ne aveva separato, in un mio libro, un romanzetto giovanile pubblicato e credo, sparito anch’esso - e meno male, in questo caso. Parlo di tanto tempo fa. Feci rilegare le zoo2fotocopie ritagliandole nel formato simile all’originale, curai che avesse una copertina rosso corallo come ricordavo che fosse l’originale. E’ ancora lì, tra i volumi che intanto sono cresciuti di numero, una fotocopia tra i miei libri. Oggi, peraltro, credo, sarebbe fuori legge. Zoo, o lettere non d’amore, il titolo, un romanzo breve, sotto forma epistolare, di uno dei padri del formalismo russo, Viktor Borisovič Šklovskij. zoo1 A seguito di quella conversazione, oggi mi metto di nuovo, una volta ancora, alla sua ricerca. Questa volta posso usare anche internet, consultare direttamente un numero infinito di banche dati, raggiungere un qualunque anche privato venditore che si sia affacciato sulla rete. Ieri sera ne ho trovata una manciata di copie. Vecchie, di seconda mano, per lo più, ristampe in nuove collane, altre edite più di recente da editori diversi da quello che me l’aveva fatto leggere allora. Una sola, una, ha quella copertina rossa. Sono stato un tempo infinito sul punto di comprarlo. Poterlo sfogliare com’era, toccarne la copertina e rivivere le esatte sensazioni tattili dei miei diciassette anni. Vedere brillare nella perfetta testura, lucidità, grammatura e tinta della carta quelle parole che per tanto tempo non hanno smesso di parlarmi. E però sapere che, certamente, verosimilmente, non era quella, non è quella, la mia copia. Nella prefazione dell’autore, a pagina sette, si legge «Per un romanzo in lettere è necessaria una motivazione … La motivazione solita è: l’amore e gli amanti separati … introdussi la proibizione di scrivere sull’amore».  Oggi parlo in queste mie modestissime righe delle cose che mi piace scoprire sui libri, su tutti i libri. Sono grato a chi me ne dà occasione. Nei prossimi appuntamenti di questo nuovo anno mi piacerebbe ancora parlare dei libri che compaiono e che scompaiono nella rete e nel mondo reale. Della censura e dei grandi rastrellatori, del macero, degli invenduti, di come si costruisce una memoria digitale, del rinnovato ideale di una enorme biblioteca universale più grande di quelle di Pergamo e Alessandria. Chessò, andare da quello che accade oggi su, a ritroso, fino alle origini. E le stamperie, e il mercato della carta, e gli inchiostri? E le leggi sull’editoria, gli autori tradizionali e i blog di narratori? E poi di altro ancora, su questo mondo. Di tutto, ma non dell’amore per i libri. Questo no. Il libro no, Zoo no, non l’ho comprato. Ce l’ho.

Rocco Infantino

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scrivere lacarità 1

Chest’è ‘a vita (…) è ‘na galera. Facimme ‘e sbaglie, ce mettono int’ ‘o gabbio e po’, siccomme simme creature ‘e dio, ‘a Maronna, pè gentilezza ‘nce porta zitto zitto ‘e manderine”.

Una poesia che apre un romanzo. Un romanzo che è una poesia. Chi ama leggere sa che i due generi della letteratura spesso si fondono al punto che l’una diventa l’anima della seconda e che l’altra sviluppa l’intero plot narrativo intorno alla prima. I più esperti sanno anche che la narrativa spesso trae ispirazione dalla poesia dando vita ad autentici capolavori in cui la parola assume valore demiurgico, capace di dare vita a una realtà estremamente complessa. Parliamo della poesia di Ferdinando Russo, poeta napoletano dell’800, e di Antonella Cilento, scrittrice napoletana dei nostri giorni. Ciò che accomuna entrambi, oltre alla geografia natale, è la natura erudita e ironica, la facilità della parola dotta e irriverente. Interpreti dell’anima e della vita napoletana, entrambi hanno dipinto e dipingono con il loro linguaggio sciolto e colorato (non colorito) affreschi di quotidianità ammantati di leggenda e misticismo. La Madonna dei mandarini è l’esempio che tiene unito questo parallelismo. La Madonna dei mandarini è infatti il titolo della poesia di Ferdinando Russo, composizione scritta nei primi del ‘900, ambientata in paradiso in cui Dio punisce un angioletto per aver commesso un peccato, condannandolo a pane e acqua in una cella scura per 24 ore. Giunge in suo soccorso la Madonna che, per quietarne i lamenti, gli porta dei mandarini. La Madonna dei mandarini è il titolo del romanzo breve scritto da Antonella Cilento nel 2015, edito da Enne Enne Editore, ambientato nella Napoli contemporanea. Qui la Madonna ha il volto delle madri che difendono i propri figli mutilati della loro bellezza. E il tema conduttore di entrambe le opere letterarie è la carità, la virtù teologale più grande di tutte e anche la più abbandonata.

scrivere lacarità 2Una virtù che oggi risiede nella mani di coloro che si spendono per gli altri, che si prodigano in opere di sostegno verso quanti vivono nelle difficoltà, la virtù che realizza la perfezione dello spirito umano. Amerai il prossimo tuo come te stesso, dice la Bibbia, ed è anche il messaggio del romanzo della Cilento che parla di volontariato e di solidarietà. Tanti personaggi che ne affollano le pagine e che, come in un circo, si muovono alla ricerca disperata della felicità per sé e per gli altri. Il tema della “bellezza offesa” riguarda i protagonisti della storia: chi vive nel precariato più assoluto, chi condivide la propria esistenza con quella di un figlio disabile, chi con la propria condizione di ragazza madre, chi è nella povertà economica e morale, chi aspira ad un amore impossibile, chi vive facendo i conti con il proprio passato, chi non ha occhi per vedere la bellezza. E la chiave di lettura del romanzo è la leggerezza, un obiettivo cui tendere, ha detto Antonella Cilento ospite a Gocce d’autore lo scorso 11 dicembre.

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Perché per parlare della bellezza offesa di una intera umanità che vive nella Napoli contemporanea, tra bisogni e afflizioni, disinteresse e indifferenza, occorre usare le parole giuste, selezionando immagini e dosando emozioni. E’ così che nascono i capolavori, e la letteratura universale ce lo ha insegnato. Riuscire a raccontare le brutture della vita con il sorriso sulle labbra. L’arma del dialetto napoletano poi aiuta a raggiungere subito l’obiettivo e la trama del romanzo, drammatica di per sé, assume tratti sarcastici con punte di ironia esilarante tra siparietti e dialoghi straordinari. Il ritmo della narrazione è affidato a tre movimenti e un epilogo, proprio come in una composizione musicale: un andante allegro vivace che sfocia in un’accelerazione finale mozzafiato. Un libro che restituisce la profondità di noi stessi invitandoci ad offrirci agli altri senza nulla pretendete. “Chest’è ‘a vita (…) è ‘na galera. Facimme ‘e sbaglie, ce mettono int’ ‘o gabbio e po’, siccomme simme creature ‘e dio, ‘a Maronna, pè gentilezza ‘nce porta zitto zitto ‘e manderine”.

Eva Bonitatibus

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