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Scrivere

scrivere lastoriadell'amore 1

La storia dell’amore è un libro che parla di un libro d’amore. I protagonisti sono un uomo e una donna polacchi, espiantati in America dove prosegue la loro esistenza invisibile, legati da un sentimento mai tramontato. Racconta la tensione dell’amore, rende visibile il filo che tiene uniti destini lontani, disegna la sofferenza nel petto di un ottantenne, conferisce un colore alla solitudine e ai ricordi. Nicole Krauss, l’autrice del romanzo edito da Guanda, affonda lo sguardo nella parte più intima dei sentimenti, quella più nell’ombra, e li lascia affiorare con il pudore della timidezza. La storia dell’amore non è un libro qualsiasi sull’amore, ma è il libro dell’amore. Leopold Gursky è l’ottantenne protagonista che tiene in mano la rocchetta di filo di questa storia nata tanti anni prima in un villaggio polacco quando, appena adolescente, si innamorò di una ragazza di nome Alma. Alma era l’unico antidoto contro la paura della guerra e pensando a lei scrisse il suo libro intitolato La storia dell’amore. Le mandava in lettere la storia di questo libro scritto in yiddish che lei custodì gelosamente fino alla morte. E proprio quelle lettere, immortali, torneranno al mittente in forma di libro sul finire della sia vita.

 C’era una volta un ragazzo che amava una ragazza (…) il loro amore era un segreto che non confessarono a nessuno da cui nacque dopo qualche tempo un figlio. La guerra divise per sempre i destini dei due amanti, il padre di Alma la spedì in America, Leopold venne deportato nei campi di concentramento, era ebreo, e trascorse tre anni e mezzo a nascondersi nei boschi. Poi finalmente l’arrivo dei carri armati russi e la liberazione. Raggiunse anche lui l’America, ritrovò Alma che nel frattempo aveva messo al mondo Isaac, frutto del loro amore segreto, e gli aveva dato un padre americano. Leopold dilaniato dalla notizia, le chiese di andar via con lui ma Alma, senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi, disse di non potere. Ma lui mantenne fede alla sua promessa: non innamorarsi mai più di un’altra donna. E così fu. Visse il resto dei suoi giorni pensando a quell’amore, anelando alla dolcezza di quell’amore, sognando il caldo abbraccio della sua donna. Ma non si fece più vivo con lei, le causava troppo dolore. Soprattutto gli causava una acuta sofferenza vedere suo figlio e non poterlo abbracciare né farsi vedere.

scrivere lastoriadellamore 2Fu così che rimase invisibile per tutto il resto della sua vita, ciò che lo riportò in superficie fu il ritrovamento del manoscritto che lui aveva scritto ad Alma durante la sua assenza. Undici capitoli scritti con una grafia minuscola che componevano La storia dell’amore, libro che Leopold ormai ottantenne si ritrovò tra le mani tremanti. La storia d’amore si sdoppia: amore tra uomo e donna e amore tra padre e figlio. E amore per i libri e per la scrittura. In mezzo alla storia portante del romanzo se ne sviluppano altre, gli intrecci si infittiscono tra le vicende di altri personaggi e di altri luoghi. Si accavallano le sofferenze che si districano e si sciolgono grazie a La storia dell’amore. Un libro denso, ricco, imprevedibile, dotato di una sostanza sabbiosa. “Per lei trasformai ciottoli in diamanti, scarpe in specchi, vetro in acqua, le diedi ed estrassi uccelli dalle sue orecchie, e nelle tasche le feci trovare le piume, chiesi ad una pera di diventare un ananas e ad un ananas di diventare una lampadina, ad una lampadina di diventare la luna e alla luna di diventare una moneta da lanciare in aria scommettendo sul suo amore: testa su entrambi i lati; sapevo di non poter perdere”. Questa l’immortale dichiarazione d’amore che Leopold fece alla sua Alma.

 

 

 

 

 

 

Eva Bonitatibus

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E’ di qualche settimana fa la notizia che il governo argentino avrebbe cancellato il divieto vigente da circa quattro anni di importazione di libri stampati all’estero. Il divieto caducato, a suo tempo, era stato presentato come una misura di carattere ambientale, perché pareva che i libri stampati all’estero contenessero una quantità eccessiva di piombo, nociva per i lettori. Un paio di mesi addietro, invece, sulla pagina di European Digital Rights (EDRi)  si poteva leggere un articolo dal titolo: Did Agcom censor an article about Agcom censorship? EDRi è una rete di organizzazioni che si occupano di diritti civili e diritti umani attive in diversi Paesi europei, con l’obiettivo di sostenere le libertà fondamentali nell’ecosistema digitale. L’articolo, rimbalzato anche sulla stampa italiana, poneva neanche tanto interrogativamente la questione se fosse che Agcom avesse censurato un articolo sulla censura di Agcom, articolo sulla libertà d’espressione e sul diritto d’autore in uscita sul bollettino di un Ufficio Comunitario ed eliminato su richiesta dell’Agcom. Agcom è l'Autorità indipendente per le garanzie nelle comunicazioni. Vertigine? Ok, in rete si può approfondire. Qui tralascio. Il punto: un governo vietava l’importazione di libri perché facevano male alla salute e qualcuno, con il compito, tra l’altro, di garantirla, pareva cavillare sulla libertà di stampa in materia di libertà di stampa. Che cos’è la censura? Quali origini ha, quali tecniche? Quali dichiarate o inconfessate, retoriche o improbabili che appaiano sono le sue motivazioni? E’ censura solo bruciare i libri o vietarne la stampa, o magari la diffusione? E’ censura addomesticarne il contenuto, o valutarne soltanto inappropriati la lingua o il linguaggio? E’ nobile, condivisibile o al meno comprensibile ingerirsi nelle scelte culturali individuali? Mario Infelise, Ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, esperto di storia del libro e autore di molti studi sulla produzione e sulla circolazione libraria, affrontava la faccenda in un saggio agile e ricco di spunti, I libri proibiti, pubblicato per Laterza nel 1999 e poi nel 2013 con una edizione aggiornata.

infelise1Il passaggio dal manoscritto, poco diffuso e poco controllabile, alle edizioni a stampa, che si aprivano invece in maniera palese ad un mercato di lettori incomparabilmente più ampio, destò subito una attenzione particolare, nelle Corti continentali e presso la Chiesa romana. Il potere, insomma, fu subito curioso e preoccupato di poter sfruttare tale fenomeno per assecondare, irrobustire e veicolare idee gradite e scoraggiarne, isolarne o ridurre al silenzio delle altre. Sul piano delle metodologie, non per gettare la croce addosso alla Chiesa (il gioco di parole rivendica il suo spazio), fu proprio questa istituzione a mettere a punto quello che ben presto si rivelò «un apparato di controllo … che servì da modello per qualsiasi organizzazione di controllo poliziesco del pensiero del futuro». Ma prima del governo dell’argentina Kirchner, preoccupata per il piombo, prima del venire ad esistenza della miriade di autoreferenziali agenzie indipendenti, preoccupate di tutto a fasi alterne, quali motivazioni spingevano al controllo della diffusione dei libri? Ce n’è, sembra di capire, un’intera risma: dalla repressione delle eresie alla difesa della purezza della lingua, dalla pretesa necessità di “coltivare” correttamente gli intellettuali a quella di proteggere i lettori culturalmente deboli (quanti non conoscessero il latino e le donne, a priori) da contenuti ritenuti per loro destabilizzanti. E, si badi, già allora, persino un semplice devoto pugliese, tale Odo Quarto, portato dinanzi all’Inquisizione a motivo delle sue letture, non dovette spremersi molto per dire: «Se bene gli uomini leggono … non per questo subito si crede quel che si legge». Fa riflettere, poi, il fatto che - è il caso del mandato dei censori nella Spagna del ‘500 - dovessero, tra le altre, esser proibite non solo le opere apocrife, superstiziose o condannate, ma perfino «le cose vane e inutili». Nella metropolitana di Madrid, insomma, o in fila alle poste o nella sala d’attesa del dentista, nel 1500 non soltanto non si poteva leggere Lutero, ma nemmeno, chessò, una Littizzetto, un Vespa, un Volo. Altro tema rilevante è quello della modificazione, dell’addomesticamento, del travisamento talvolta radicali dei testi sottoposti ad espurgazione. Questi, seppur formalmente sopravvivono, sfortunati figli di due padri, l’autore originario ed il correttore, vedono ai ridetti fini stravolti geografie, cronologie, personaggi, senso e significato originari. La questione centrale, tra quelle poste dall’autore, che a chi scrive appare degna di nota, tuttavia è un’altra: soprattutto nel corso dell’età moderna, in Europa tra il XVI e il XVIII secolo, quando il sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e l’uso del libro conobbe la sua parabola, esso sistema fu inteso come un naturale complemento di una società ben organizzata. Fenomeni repressivi, limitativi in questo campo delle facoltà o delle libertà personali, non sono letti come un più o meno diffuso stato patologico, ma come elementi stessi della fisiologia della realtà sociale.

infelise2Oggi è così? Proseguendo nella lettura del saggio, si potranno passare in rassegna sia le alterne fortune degli indici dei libri proibiti, sia gli effetti che le varie restrizioni ebbero sul pensiero scientifico, sulla cultura politica ed anche sulla cultura popolare; si potrà ripartire dalle origini del concetto di tolleranza e vedere come, all’età dei Lumi, s’atteggiasse la libertà di stampa. Tanto, non senza passare in rassegna i fenomeni, da sempre conosciuti, del mercato clandestino, dei permessi taciti o delle false date o delle contraffazioni di genere vario, tutti giocatori dell’eterna partita strapaesana tra le squadre del “fatta la legge” e del “trovato l’inganno”. Queste, solo alcune tra le direttrici che prende il discorso di Infelise, al cui incipit consegnava, riferito da Tacito, il fatto che al tempo di Tiberio, tal Cremuzio Cordo fosse stato accusato di un novum ac tunc auditum crimen, per aver pubblicato scritti, prontamente poi dati alle fiamme, in cui s’esprimeva il rimpianto verso le antiche virtù repubblicane. Oggi vien quasi da pensare, con il grande Massimo Bucchi, che sul punto non è già più come non è mai stato.

 

 

 

 

 

 

 

Rocco Infantino

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scrivere curarsi 1

“Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”

Libreggiando tra i famosi scaffali di una ricca libreria, ho scovato una pubblicazione molto divertente. E’ di quei libri che hai sempre cercato, perché in esso ci sono tutte le risposte alle domande rimaste sospese. E’ uno di quei testi che ti sollevano da ogni dubbio, che ti indicano la strada giusta, che ti dicono esattamente cosa devi fare. Per te e per i tuoi amici e i tuoi familiari. Insomma, è un toccasana. Ma anche una tisana. Meglio di un’aspirina. Anzi, è un vero e proprio prontuario medico capace di indicare i rimedi contro ogni malanno. Un libro per ogni sintomo, un sintomo per un libro. L’opera in questione si intitola Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, scritto da Ella Berthoud e Susan Elderkein e pubblicato dalla casa editrice Sellerio. Un gioiello in quanto a ricchezza bibliografica! Le due simpatiche autrici, due esperte biblioterapiste inglesi, hanno redatto in ordine alfabetico tutti i malanni che colpiscono il fisico e il cuore dei lettori, suggerendo per ciascuno una serie di romanzi curativi. I farmaci consigliati vanno da “balsami balzachiani, a lacci emostatici tolstoiani, da pomate di Saramago a purghe di Perec e Proust”. Così, dalla A alla Z, le autrici scorrono duemila anni di letteratura mondiale fiduciose nell’efficacia della narrativa per curare sé e gli altri. “Qualunque sia il vostro disturbo, la nostra ricetta è semplice: un romanzo (o più d’uno) da leggere a intervalli regolari”, scrivono nell’introduzione.

scrivere curarsi 2L’originalità della trattazione sta anche nella posologia del trattamento: i consigli vanno dall’audiolibro alla lettura ad alta voce in compagnia di altre persone. E affinché la cura risulti efficace occorre che sia completata, non lasciarla mai a metà. L’ironia è tutta dentro le pagine dell’opera. Ella e Susan offrono anche consulenza sui disturbi della lettura, nonché suggeriscono i migliori libri per ogni decennio di vita, dall’adolescenza agli ultracentenari, e per ciascun rito di passaggio come ad esempio superare una crisi di astinenza o la fine di una relazione. E poi ci sono i libri per iniziare chi non ha mai letto un libro, per chi russa, per quei certi giorni, per chi è molto triste, per ridere, per piangere. Insomma, ce ne sono per tutti i gusti. I cataplasmi letterari abbondano: se soffrite di abbandono, perché i vostri genitori erano troppo impegnati o perché siete stati affidati ad altra famiglia, leggete Canto della pianura di Kent haruf, vi sentirete subito meglio. Se i vostri figli sono afflitti dalla pubertà, fategli trovare sul comodino Il giovane Holden di Salinger o L’ospedale delle rane di Lorrie Moore o Dietro la porta di Giorgio Bassani. Si sentiranno meno soli nella loro fase di trasformazione, e soprattutto scopriranno che è capitato a tutti! Se invece state cercando di smettere di fumare il romanzo che fa al caso vostro è La coscienza di Zeno di Italo Svevo, capirete che il tema del fumo è il “velo di illusionisti consumati”, una cortina di fumo dietro cui nascondere altro. Scorrete il volume, andate fino in fondo, alla X troverete i rimedi anche contro la xenofobia. Qui le ricette sono tante, da Vita di Melania Mazzucco a Ragazzo negro di Richard Wright a La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe a Un bambino nero di Camara Laye.

scrivere curarsi 3 Le terapie romanzesche, gli antibiotici letterari, i tonici di carta e inchiostro pubblicati da Sellerio reca anche la firma del bravo scrittore Fabio Stassi, che ne ha curato l’edizione italiana. L’autore di numerose pubblicazioni ha definito la biblioterapia una sorta di vaccinazione al male di vivere. Scrive in chiusura: “farsi contagiare dalla lettura, e andare da un libraio come si va dal farmacista, sarebbe un bel modo di decidere, finalmente, di curarci”.

 

 

 

 

 

Eva Bonitatibus

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In una recente conversazione con un’amica affiora, per me, il ricordo di un libro. Un libro particolare e lontano. Ero poco più che ragazzo, lo lessi, mi incantò. Non trovandone altre copie, allora, lo fotocopiai per intero. Volevo regalarlo, così feci. Da allora, per tanti anni, periodicamente mi mettevo alla ricerca di una nuova copia, ricerca vana. Librai, mercatini, indagini sistematiche in ogni città in cui andavo, il primo motivo per entrare in libreria, l’ultimo per sbirciare tra gli espositori nelle edicole in ogni stazione ferroviaria. Perfino una lettera accorata all’editore. La sua assenza, la sua totale indisponibilità mi ha tenuto molto compagnia. Mille volte, acquistando dell’altro, leggendo dell’altro, celebravo la mia lettura impedita. Finanche, lo citai, e citai il fatto che me ne aveva separato, in un mio libro, un romanzetto giovanile pubblicato e credo, sparito anch’esso - e meno male, in questo caso. Parlo di tanto tempo fa. Feci rilegare le zoo2fotocopie ritagliandole nel formato simile all’originale, curai che avesse una copertina rosso corallo come ricordavo che fosse l’originale. E’ ancora lì, tra i volumi che intanto sono cresciuti di numero, una fotocopia tra i miei libri. Oggi, peraltro, credo, sarebbe fuori legge. Zoo, o lettere non d’amore, il titolo, un romanzo breve, sotto forma epistolare, di uno dei padri del formalismo russo, Viktor Borisovič Šklovskij. zoo1 A seguito di quella conversazione, oggi mi metto di nuovo, una volta ancora, alla sua ricerca. Questa volta posso usare anche internet, consultare direttamente un numero infinito di banche dati, raggiungere un qualunque anche privato venditore che si sia affacciato sulla rete. Ieri sera ne ho trovata una manciata di copie. Vecchie, di seconda mano, per lo più, ristampe in nuove collane, altre edite più di recente da editori diversi da quello che me l’aveva fatto leggere allora. Una sola, una, ha quella copertina rossa. Sono stato un tempo infinito sul punto di comprarlo. Poterlo sfogliare com’era, toccarne la copertina e rivivere le esatte sensazioni tattili dei miei diciassette anni. Vedere brillare nella perfetta testura, lucidità, grammatura e tinta della carta quelle parole che per tanto tempo non hanno smesso di parlarmi. E però sapere che, certamente, verosimilmente, non era quella, non è quella, la mia copia. Nella prefazione dell’autore, a pagina sette, si legge «Per un romanzo in lettere è necessaria una motivazione … La motivazione solita è: l’amore e gli amanti separati … introdussi la proibizione di scrivere sull’amore».  Oggi parlo in queste mie modestissime righe delle cose che mi piace scoprire sui libri, su tutti i libri. Sono grato a chi me ne dà occasione. Nei prossimi appuntamenti di questo nuovo anno mi piacerebbe ancora parlare dei libri che compaiono e che scompaiono nella rete e nel mondo reale. Della censura e dei grandi rastrellatori, del macero, degli invenduti, di come si costruisce una memoria digitale, del rinnovato ideale di una enorme biblioteca universale più grande di quelle di Pergamo e Alessandria. Chessò, andare da quello che accade oggi su, a ritroso, fino alle origini. E le stamperie, e il mercato della carta, e gli inchiostri? E le leggi sull’editoria, gli autori tradizionali e i blog di narratori? E poi di altro ancora, su questo mondo. Di tutto, ma non dell’amore per i libri. Questo no. Il libro no, Zoo no, non l’ho comprato. Ce l’ho.

Rocco Infantino

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scrivere lacarità 1

Chest’è ‘a vita (…) è ‘na galera. Facimme ‘e sbaglie, ce mettono int’ ‘o gabbio e po’, siccomme simme creature ‘e dio, ‘a Maronna, pè gentilezza ‘nce porta zitto zitto ‘e manderine”.

Una poesia che apre un romanzo. Un romanzo che è una poesia. Chi ama leggere sa che i due generi della letteratura spesso si fondono al punto che l’una diventa l’anima della seconda e che l’altra sviluppa l’intero plot narrativo intorno alla prima. I più esperti sanno anche che la narrativa spesso trae ispirazione dalla poesia dando vita ad autentici capolavori in cui la parola assume valore demiurgico, capace di dare vita a una realtà estremamente complessa. Parliamo della poesia di Ferdinando Russo, poeta napoletano dell’800, e di Antonella Cilento, scrittrice napoletana dei nostri giorni. Ciò che accomuna entrambi, oltre alla geografia natale, è la natura erudita e ironica, la facilità della parola dotta e irriverente. Interpreti dell’anima e della vita napoletana, entrambi hanno dipinto e dipingono con il loro linguaggio sciolto e colorato (non colorito) affreschi di quotidianità ammantati di leggenda e misticismo. La Madonna dei mandarini è l’esempio che tiene unito questo parallelismo. La Madonna dei mandarini è infatti il titolo della poesia di Ferdinando Russo, composizione scritta nei primi del ‘900, ambientata in paradiso in cui Dio punisce un angioletto per aver commesso un peccato, condannandolo a pane e acqua in una cella scura per 24 ore. Giunge in suo soccorso la Madonna che, per quietarne i lamenti, gli porta dei mandarini. La Madonna dei mandarini è il titolo del romanzo breve scritto da Antonella Cilento nel 2015, edito da Enne Enne Editore, ambientato nella Napoli contemporanea. Qui la Madonna ha il volto delle madri che difendono i propri figli mutilati della loro bellezza. E il tema conduttore di entrambe le opere letterarie è la carità, la virtù teologale più grande di tutte e anche la più abbandonata.

scrivere lacarità 2Una virtù che oggi risiede nella mani di coloro che si spendono per gli altri, che si prodigano in opere di sostegno verso quanti vivono nelle difficoltà, la virtù che realizza la perfezione dello spirito umano. Amerai il prossimo tuo come te stesso, dice la Bibbia, ed è anche il messaggio del romanzo della Cilento che parla di volontariato e di solidarietà. Tanti personaggi che ne affollano le pagine e che, come in un circo, si muovono alla ricerca disperata della felicità per sé e per gli altri. Il tema della “bellezza offesa” riguarda i protagonisti della storia: chi vive nel precariato più assoluto, chi condivide la propria esistenza con quella di un figlio disabile, chi con la propria condizione di ragazza madre, chi è nella povertà economica e morale, chi aspira ad un amore impossibile, chi vive facendo i conti con il proprio passato, chi non ha occhi per vedere la bellezza. E la chiave di lettura del romanzo è la leggerezza, un obiettivo cui tendere, ha detto Antonella Cilento ospite a Gocce d’autore lo scorso 11 dicembre.

scrivere lacarità 3

Perché per parlare della bellezza offesa di una intera umanità che vive nella Napoli contemporanea, tra bisogni e afflizioni, disinteresse e indifferenza, occorre usare le parole giuste, selezionando immagini e dosando emozioni. E’ così che nascono i capolavori, e la letteratura universale ce lo ha insegnato. Riuscire a raccontare le brutture della vita con il sorriso sulle labbra. L’arma del dialetto napoletano poi aiuta a raggiungere subito l’obiettivo e la trama del romanzo, drammatica di per sé, assume tratti sarcastici con punte di ironia esilarante tra siparietti e dialoghi straordinari. Il ritmo della narrazione è affidato a tre movimenti e un epilogo, proprio come in una composizione musicale: un andante allegro vivace che sfocia in un’accelerazione finale mozzafiato. Un libro che restituisce la profondità di noi stessi invitandoci ad offrirci agli altri senza nulla pretendete. “Chest’è ‘a vita (…) è ‘na galera. Facimme ‘e sbaglie, ce mettono int’ ‘o gabbio e po’, siccomme simme creature ‘e dio, ‘a Maronna, pè gentilezza ‘nce porta zitto zitto ‘e manderine”.

Eva Bonitatibus

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Chi avesse prestato ascolto a quel desiderio di ritornare agli archetipi, a quella particolare nostalgia delle origini che immancabilmente si prova almeno una volta, per un particolare fatto della vita, un affetto, o anche solo inciampando in un dettaglio minuscolo, saprebbe di cosa parlo. Chi, fra questi, amante di libri, intendesse per una volta assecondarlo, non dovrebbe sottrarsi al piacere di leggere questo: Alessandro Marzo Magno, L’alba dei libri - Quando Venezia ha fatto leggere il mondo, Garzanti.

magno1Si varca la soglia di una bottega del XVI secolo, è così che viene accolto il lettore alle prime pagine, e ci si ritrova nel mondo nel quale il libro moderno, così come oggi lo conosciamo, è nato, e con esso la stessa libreria che ci ospita. Altrove, su queste stesse colonne, parlando della prima edizione a stampa in arabo del Corano, facevo un velato accenno alla fonte secondaria, dove avevo seguito gli inizi della meravigliosa arte della tipografia; la fonte è questa. In questo libro, tuttavia, si trova anche tutto il resto. Vi è tracciato molto bene il passaggio dai volumi scritti a mano a quelli impressi a stampa, con tutta la teoria di tecniche e di incognite che fermentano intorno agli elementi primi: i costi elevatissimi della carta, gli inchiostri, la specializzazione necessaria per la realizzazione dei punzoni; e poi i cuoi e le legature, i torchi, e la nascita di nuovi mestieri. Qui ho incontrato finalmente il signor Claude Garamond, che nel 1540 diventerà il fornitore di caratteri (che io tanto prediligo)  per quasi tutte le tipografie europee. Qui si assiste alla nascita del corsivo, soluzione tecnica raffinatissima, perché ad una elegante somiglianza con la scrittura a mano unisce una più che opportuna riduzione degli spazi tipografici nella composizione della pagina. Qui, la riduzione dei grandi volumi dalle pregiatissime opere in folio, che correvano dalla Bibbia alla Hypnerotomachia Poliphili, considerato da più parti il più bel libro mai stampato, fino alla riproduzione dei classici in ottavo, i libelli portatiles, che per dimensione sono effettivamente i primi tascabili della storia dell’editoria. E proprio con i portatiles si viene introducendo una filosofia del leggere per il solo piacere del leggere, per svago e non solo per studio, o per dir messa, o altro, in qualunque luogo. E’ tutto qui, descritto dalla penna lieve e pertinente assieme di Alessandro Marzo Magno, saggista poliedrico e attento, ospitato in una Venezia capitale di una porzione essenziale di mondo, diviso, anzi integrato, tra Oriente ed Occidente e lambito dallo sciacquìo del Mediterraneo.

magno2Il racconto, accompagnato da un corredo di note discreto, è ricchissimo di dettagli, di temi e di prospettive: dall’introduzione della punteggiatura moderna nelle opere all’affinamento delle tecniche commerciali della produzione, della distribuzione libraria e della vendita; approfondirne ciascuno porta lontano in diverse direzioni. Si trova traccia della prima stampa del Talmud, dei primi volumi di geografia, le origini dell’editoria musicale e il primo libro di ricette, e la cosmesi, e la pornografia e la medicina, e ancora, perché no, il primo bollettino di borsa e il primo periodico a stampa della storia, la prima Gazzetta, buona per le nuove, già, le news di oggi. Su tutto campeggia la presenza essenziale di Aldo Manuzio: La pittura ha Raffaello, la scultura Michelangelo, l’architettura Brunelleschi, la stampa Aldo Manuzio, dice l’Autore, che rappresenta un punto di svolta della storia. E difatti è questo il signore che oltre a quanto detto riesce a far vendere, a quel tempo, centomila copie, centomila, agli inizi del Cinquecento, delle opere del Petrarca, autore all’epoca morto e sepolto da un secolo e mezzo. Il primo best seller della storia, senza nemmeno una comparsata promozionale tra i salottini della mezza sera in televisione.   

Rocco Infantino

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scrivere pennac 1

Tra i tanti i libri di cui avrei voluto parlare in questo nuovo appuntamento con la scrittura ne ho scelto uno che ben si colloca in questo particolare periodo storico: Una lezione d’ignoranza del francese Daniel Pennac. Parlare di quella precisa area geografica attraverso la letteratura mi aiuta ad esorcizzare il terrore di questi giorni e rileggere le righe pronunciate da Pennac, in occasione del conferimento della laurea ad honorem dall’Università di Bologna nel 2013, mi aiuta a capire le origini del terrore perpetrato in questi giorni. Pennac parla con la mente e con il cuore alle menti e ai cuori dell’amore per la conoscenza che si instilla dai banchi di scuola.

Il coraggio è cominciare. Pennac apre il suo libricino citando il filosofo francese Vladimir Jankélévitch, e risuona come un’esortazione a non scoraggiarsi, a dare iniziazione ad una pratica che è alla base del vivere civile. La “luminosa solitudine della lettura”, quella zattera che ti conduce dalla sponda dell’ignoranza al lido della conoscenza, è l’oggetto dell’incipit dello scrittore. Con la sua consueta ironia avvia un dialogo con il bambino che è rimasto dentro di sè, con quel “pessimo allievo” che è stato e che non perde occasione per “denigrare la legittimità dell’adulto” che è diventato. Tutto passa per questo battibecco tra il Pennac adulto, docente, scrittore, personalità riconosciuta e apprezzata, e il Pennac bambino che non ama la scuola e i suoi insegnanti. Un confine, una linea Maginot che separa le due entità, l’adulto e il bambino, in un territorio fluttuante. Un confine labile penetrato ora dall’uno ora dall’altro che non riesce molto a tenere a bada l’uno e l’altro.

scrivere pennac 2E questo rapporto dialettico aiuta a crescere. Il Pennac adulto comprende dal Pennac bambino come comportarsi con i suoi allievi per aiutarli ad amare la lettura e quindi la conoscenza. Lo fa andando a ripescare sentimenti e sensazioni provate da piccolo e calibra la sua azione di insegnante. Da questa sua lezione personale elabora quella generale, ossia che tutti gli insegnanti dovrebbero attivare presso sé stessi e con i propri studenti. Fermo restando che la “letteratura non possa essere la panacea assoluta contro la stupidità massificata o il consumismo ipnotico, tuttavia la compagnia dei nostri autori preferiti ci rende più frequentabili a noi stessi, più capaci di salvaguardare la nostra libertà di essere, di tenere a bada il nostro desiderio di avere e di consolarci della nostra solitudine”.

Dunque perché i ragazzi non amano leggere? Alla domanda Pennac risponde con una verità che pesa quanto una macigno: forse la colpa è nostra, degli insegnanti di lettere! Nascono allora le figure dei “guardiani del tempio” e dei “passeur”. Ma chi sono? La differenza sta proprio in questo binomio di ruoli e di modi di essere. I primi “decretano l’eccellenza e denunciano la mediocrità”, i secondi “non si accaparrano niente e trasmettono il meglio”. I guardiani del tempio enunciano la pubblicazione di 600 romanzi di cui nessuno è leggibile, i passeur sono coloro che nutrono curiosità per tutto, che leggono di tutto. Sono quei genitori che sperano di fare dei propri figli lettori di lungo corso, sono quei professori di lettere che ti fanno venir voglia di correre subito in libreria, sono quei librai che insegnano a viaggiare tra generi, soggetti, autori, paesi e secoli. Passeur è l’universitario, il bibliotecario, l’editore, il critico letterario, il lettore.

Passeur supremo è colui che sa che “la lettura è una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire”. Il passeur è una missione, quella di offrire a ciascuno il piacere di perdersi nell’amore della conoscenza che passa necessariamente per i libri e la lettura. E oggi abbiamo bisogno di perderci. Per poi ritrovarci più consapevoli o solo più innamorati di prima.   

Eva Bonitatibus

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Ficcanasando con solita fortuna tra i volumi disseminati in casa, precipito, irretito, in una delle innumerabili belle storie sui libri custodite nei libri. Il bandolo lo trovo stavolta in uno dei Nuovi Annali della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari della Sapienza Università di Roma - anno XXVII, 2013: è un articolo di Angela Nuovo, oggi docente presso il Dipartimento di studi umanistici dell’Università di Udine, dal titolo La scoperta del Corano arabo, ventisei anni dopo: un riesame.

nuovocorano1Questo non è un film, io non sono Christopher Nolan, tenterò quindi di essere ordinato. Esiste un libro del quale nel corso dei secoli in tanti riferiscono ma che nessuno studioso era riuscito a vedere, la cui tiratura andò integralmente perduta poco dopo la sua pubblicazione. Si trattava della prima edizione a stampa in lingua araba del Corano, nell’anno 1538 o nel 1539, curata da tale Alessandro Paganini. Alcuni testimoni di quegli anni scrivevano persino che tutti gli esemplari realizzati sarebbero stati dati al rogo, fatto senza altri riscontri.  Qualcuno, nel tempo, cominciò a dubitare della sua stessa esistenza. Unico esemplare, esso comparve sotto gli occhi increduli di Angela Nuovo, allora bibliotecaria, che ne aveva intuita la presenza, il 2 luglio 1987 presso la biblioteca dei Frati Minori di San Michele in Isola, a Venezia, facendosi mostrare un volume correttamente catalogato dal padre bibliotecario del convento come Alcoranus Arabicus sine notis. Era un’edizione integralmente araba: non poteva essere destinata agli studiosi del tempo, orientalisti europei, perché essi potevano servirsi soltanto di edizioni poliglotte, studiando come erano soliti fare le lingue con il metodo comparativo, né ad altri in Europa, perché mancavano all’epoca grammatiche e lessici per quella lingua. A chi poteva essere destinato? Tra i musulmani in Oriente, vuoi per l’influenza delle corporazioni degli scrivani e dei calligrafi, vuoi per motivi più rigorosamente religiosi (inconcepibile pulire i caratteri di piombo per la stampa con gli indispensabili pennelli di setole di maiale), per tanto tempo ancora questo libro non avrebbe potuto trovare dimora. Nell’articolo, con il dovuto rigore scientifico ma con semplicità, la Nuovo dà conto di tutte le questioni aperte da detto ritrovamento. Su tutte: il testo era pieno di errori. Impensabile quindi che si trattasse di un prodotto finito e pronto per un ambiente religioso nel quale, all’epoca,  un solo errore nello scrivere, ed anche la stessa stampa del Corano potevano comportare la condanna a morte del responsabile. Una semplice prova di stampa? Le duecentotrentadue carte che ospitavano tutte le centoquattordici sure, e quella numero due, la Sura della mucca, con tutti i suoi duecentoottantasei versetti che inopinatamente veniva riprodotta due volte, erano impresse sulla pregiatissima carta di Toscolano: non poteva essere una bozza. E quindi ancora: come, dove, perché era sparita l’intera tiratura di questa particolarissima opera, della quale nel continente d’origine non si trovò e non si trova traccia? nuovocorano2Ventisei anni dopo quel caldo pomeriggio di luglio in cui era avvenuto il ritrovamento, al termine di altre ricerche che videro l’Autrice portare alla luce i legami tra Paganino de Paganini, l’editore, e  tale Giovanni Bartolomeo Gabiano il quale, forte di primarie relazioni oltre confini, guidava una fiorente società mercantile transnazionale, la Nuovo ha finalmente elementi per proporre un riesame della affascinante storia.

 

 

 

nuovocorano3Di questi fatti e della sovrapposta vicenda relativa al ritrovamento del volume, a mia volta seguo le tracce, narrativamente impreziosite, in un capitolo di un altro libro, sul quale indugio ancora con un velo, che parla della meravigliosa storia, tutta veneziana, degli inizi dell’arte tipografica, e sul quale mi fermerò prossimamente su queste colonne, per l’ipotetico lettore.

Rocco Infantino

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