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Scrivere

scrivere Parmenide sempre lui ancora luiNon è che me ne stessi seduto in cima a un paracarro, come avrebbe soffiato Paolo Conte, ma pensavo comunque ai fatti miei. Riflettevo, documentandomi, sui rimedi, pretesi o riconosciuti, per risvegliare ad attività la ghiandola pineale.Ciò che mi si prometteva era nientemeno che la rinascita a un livello superiore di coscienza, nel quale partecipare della vita dell’Universo come parte di questo corpo esteso. Ben più che regolare i ritmi sonno veglia, insomma.

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scrivere unafavolaperlamamma 1

C’era una volta…L’immaginario collettivo vuole che siano le mamme a raccontare le favole ai propri bambini nei vari momenti della giornata. La sera prima di metterli a letto, oppure il pomeriggio, per distoglierli dalla televisione, e anche la mattina, durante la prima colazione. Tante le ore che le madri di tutto il mondo e di tutte le generazioni hanno dedicato e dedicano a questa pratica ipnotica che ha il potere di sedare i bambini e di condurli nei luoghi della fantasia con il solo uso delle parole e della voce. Oggi vorrei leggere io una favola alle nostre mamme, una storia bellissima che ho conosciuto solo di recente grazie ad una mostra fotografica sulle popolazioni Tuareg che ho visitato presso la Galleria civica di Potenza.

La protagonista di questa favola è una donna, Tin Hinan, figlia del re e della regina del regno di Tafilatet, in Marocco. Come tutte le principesse, Tin Hinan era bella, alta, slanciata “come il lungo collo dei cammelli e con gli occhi grandi e dolci come il frutto del mandorlo”. Dal padre aveva appreso l’arte di governare il paese in pace e dalla madre tutte le arti che si addicono ad una donna. Come spesso accade, però, un cugino cattivo ed invidioso imprigionò il re e la regina e si impossessò del regno. Tin Hinan fece in tempo a fuggire insieme alla sua ancella Takamat e attraversò tra mille peripezie e numerosi stenti tutto il deserto del Sahara. Caldo di giorno, freddo di notte, le due sventurate fanciulle riuscirono a giungere ad una piccola oasi sfidando la fame, la sete, la paura e la stanchezza. Ad Abalessa, questo il nome del piccolo villaggio, c’erano alcune capanne abitate da uomini e donne che coltivavano piccoli appezzamenti di terra. C’erano anche cammelli e capre ad assicurare loro sostentamento e aiuto. Questo popolo, però, non conosceva la civiltà ma accolse la principessa e la sua ancella con calore. Tin Hinan ricambiò l’ospitalità insegnando loro a leggere e a scrivere il Tifinagh, un alfabeto di antichissima origine, a lavorare la creta, a tessere e a dipingere le stoffe, a riconoscere le piante utili per curarsi. In breve tempo la piccola oasi divenne un villaggio pieno di vita e la principessa ne divenne la regina. Dalle sue figlie nacque il popolo Tuareg che ancora oggi vive in gruppi a nord del Niger.

scrivere unafavolaperlamamma 2Tin Hinan fu molto amata dal popolo e quando morì venne sepolta vicino all’oasi con un monumento alto trenta metri realizzato con le pietre che il popolo Tuareg depose in segno di rispetto. Definita la “madre di tutti noi”, Tin Hinan è davvero esistita tre secoli prima che nascesse l’Islam e a lei sono ispirati romanzi e produzioni cinematografiche. Ciò che colpisce è il ruolo centrale della donna in una società antichissima contrariamente agli usi delle altre popolazioni islamiche. Le donne Tuareg non si velavano, a differenza degli uomini, avevano una libertà di costumi impensabile ed erano titolari del diritto di trasmettere il potere ai capi supremi per via matrilineare. La favola che vi ho raccontato si intitola La leggenda di Tin Hinan, regina dei Tuareg, è stata scritta da Rossella Grenci con le illustrazioni di Tatiana Martino, edita dalla casa editrice Mammeoline. Il libro è molto bello, la copertina rigida reca il ritratto della regina del Sahara e l’interno è tutto un viaggiare tra parole e immagini. Il viaggio che propone è dei più belli perché avvolto dal fascino del mistero e perché racconta di un’eroina leggendaria che è riuscita a costruire il proprio governo sui granelli di una sabbia mai erosa dal tempo. Proprio come le nostre mamme, eroine di fatiche leggendarie, che dobbiamo coccolare anche leggendo queste piccole favole. Perché tornino a sognare e perché splenda più che mai il loro sorriso.

 

 

 

Eva Bonitatibus

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Il cervello umano è quello che in termini informatici può essere definito come una architettura aperta. Esso cambia e si riorganizza secondo le funzioni che è chiamato a svolgere.La lettura non è tra le funzioni originarie del cervello. E quello che noi comunemente chiamiamo lettura è in realtà un complesso ampio di processi linguistici e cognitivi che abbraccia i sistemi di senso o semantici, che implica l’analisi del contesto, che fa appello al bagaglio culturale specifico, che utilizza e riconosce stimoli visivi e concettuali. Una volta lì, davanti al segno scritto e così decodificato, la mente parte, verosimilmente e spesso, verso una rievocazione o una fantasticheria, in tal modo rompendo il limite del pensiero individuale, raggiungendo una più circostanziata percezione dell’altro e del cambiamento e, per questa via, potendo anche arrivare ad immaginare una evoluzione, un futuro, un “poter essere” dell’individuo che legge, soggetto ed oggetto di questo pensare. Dunque ho letto Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge, edizioni Vita e Pensiero, Milano, 2009 – 2015, come avevo anticipato tempo fa su queste stesse colonne. Maryanne Wolf è una neuroscienziata cognitivista, studiosa della lettura, e in particolare della dislessia. Insegna alla Tufts University (Massachusetts, USA). Il volume si compone di tre parti. La prima affronta il tema dei primi sistemi di scrittura, in parallelo con le qualità - diremmo - adattive del cervello umano. La seconda parte è dedicata allo studio del particolare momento, che in genere coincide con l’età più tenera dell’uomo, in cui si impara a leggere. La terza parte del volume, infine, è dedicata in particolare alla dislessia, non soltanto quale fenomeno che porta il cervello a non riuscire nell’apprendimento della lettura, bensì come significativa traccia d’indagine sul passato evolutivo e sul possibile sviluppo futuro del sistema simbolico umano. La sua complessità e la ricchezza di suggerimenti e di opportunità di approfondimento che vi si ritrovano, mi portano oggi ad essere convinto che tornerò, magari, più in là, a parlare degli altri aspetti, accennando per ora soltanto alla prima parte del volume.

IMG 1638Qui, si scopre subito che a livello neuronale e funzionale alla lettura non corrisponda una attività geneticamente programmata, come ad esempio per la visione, e che quindi al cervello occorra ricorrere ad una specie di riciclaggio neuronale con il risultato che, leggendo, il nostro cervello, concretamente, cambia. Occorre partire dalla origine della scrittura. L’autrice ci propone, al riguardo, tre momenti significativi: l’invenzione di una rappresentazione simbolica, l‘intuizione che tale rappresentazione potesse servire a comunicare attraverso lo spazio ed il tempo e, infine, l’affermarsi, non generalizzato, di una corrispondenza suono-simbolo. Il comparire di simboli significativi e il lavoro da svolgersi per decodificarli impegna nell’uomo, a differenza di altri primati, diversi ambiti dei lobi temporali e parietali del cervello, all’uopo riorganizzati in “aree associative”. L’Autrice ripercorre dalle origini i sistemi di scrittura, che si differenziano, grosso modo, per essere espressione dei suoni (sillabici o singoli) o dei concetti, o di una loro varia combinazione. Avremo, con buona approssimazione, così, da un canto sistemi più propriamente alfabetici, come la lingua greca, e sistemi più concettuali e simbolici, come il cinese o il giapponese, per rimanere all’oggi, in un certo senso analoghi, questi ultimi, dei geroglifici egizi o dei segni dei Sumeri delle origini, per semplificare. Correlativamente, nel corso dei millenni, e fino ad arrivare al XX secolo, per insegnare la lettura, ricorreva la domanda se fosse più conveniente applicare metodi basati sui suoni o metodi basati sui significati. Metodi e linguaggi diversi impegnano aree fisiche delle varie regioni e di entrambi gli emisferi del cervello differenti tra loro; esso è spinto così verso quella “efficienza cognitiva”, risultato anche della velocità con la quale determinati nuovi automatismi di riconoscimento di senso e significato dei linguaggi riescono ad operare.

wolf3In questo, si colgono anche curiosità a propria volta non prive di conseguenze per il lettore, quale quella che vede antiche scritture, come l’egizia appunto, non sorrette da punteggiatura, né ordinate sistematicamente da sinistra verso destra o viceversa, bensì distribuite nello spazio a disposizione in modo che le righe vadano una da sinistra a destra e la successiva, più in basso, da destra verso sinistra, seguendo con lo sguardo proprio il modo di girarsi del bue lungo un  campo da arare. Sull’altro fronte, quello alfabetico, non pochi filosofi del linguaggio nel tempo teorizzarono il fatto che il cervello, libero dall’incombente di dover immagazzinare tante, spesso tantissime immagini per decodificare i simboli, bensì dovendo gestire un limitato catalogo di suoni - segni in rapporto fisso, fosse maggiormente favorito ad addentrarsi, con questo linguaggio agile e scarno, che viepiù non occupa molta memoria, nel pensiero astratto, originale e speculativo. Al termine di questo primo tratto del percorso che, si, qui ho proposto come una corsa a rotta di collo e dovendo saltare di esso pezzi pure importanti, Wolf torna a considerare le tre critiche mosse a suo tempo da Socrate al sistema della scrittura, e cioè: l’immobilità della parola scritta, la distruzione della memoria e la perdita del controllo sul linguaggio e quindi sul sapere. Sulla prima, si sa, al dialogo con l’altro, irrinunciabile per Socrate, la scrittura offre, come alternativa, un dialogo interiore individuale che può rivelarsi, spesso, non meno fecondo. La seconda costituisce, probabilmente, una questione aperta, se si consideri che alle aumentate potenzialità della memoria collettiva, moltiplicate proprio dalla parola scritta, può effettivamente corrispondere un depauperamento delle occasioni di nutrire una puntuale memoria individuale. Quanto alla terza critica, ai tempi di Socrate proprio come ai nostri, il passaggio di allora dalla tradizione orale a quella scritta, o il nostro dalla scrittura dei libri e degli autori alla virtuale conoscenza o conoscibilità di tutto grazie agli strumenti informatici, passaggi entrambi che vedono marginali le figure di indirizzo e di guida dei maestri, poteva e può, in effetti, nascondere il rischio di un’attenzione sempre parziale perché multifunzionale, di una confusione tra le teorie o le narrazioni e la realtà. Incomberebbe, insomma, il rischio della superficialità (e con esso quello della orientabilità, della manipolabilità, aggiungerebbe, sommessamente, chi adesso scrive). Critiche dunque, che anche in un passaggio quale quello attuale, dalla cultura scritta sui libri a quella diffusa informatica e del web, si ripete con l’Autrice, hanno un forte sapore di attualità. Se a ciò aggiungiamo, come pure spiega bene la Wolf, che a mutamenti culturali così intesi corrispondono mutamenti funzionali, anzi mutazioni neuronali, si converrà che forse son cose da tenere a mente. No?

Rocco Infantino 

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scrivere ilbazardeibruttisogni 1

La scrittura di Stephen King è fenomenale. Non vedi l’ora di voltare pagina perché i suoi libri ti catturano e ti avvincono. Il bazar dei brutti sogni edito da Sperling & Kupfer è una raccolta di racconti vecchi e nuovi alcuni dei quali pubblicati in precedenti opere, altri assolutamente inediti. Varie le storie che hanno come comune denominatore l’inverosimile, caratteristica della narrativa fantastica, che consente al lettore di stupirsi e di atterrirsi. Il rischio è di non dormire la notte, ma agli amanti del genere non preoccupa. Anzi, sembra essere questo lo stimolo alla lettura di uno dei più grandi maestri dell’horror.  Il bazar si è legge a perdifiato, passando da un racconto ad un altro senza riuscire a distoglierne lo sguardo, quasi come se una calamita ti tenesse attaccato alle pagine, come se una mano invisibile ti tenesse il capo bloccato sulle parole. Insomma si instaura uno strano rapporto tra lo scrittore e il lettore, salutato peraltro nell’introduzione dallo stesso King. Da brivido. “Ho preparato un po’ di cose per te”, dice in apertura, e poi più avanti “Forza. Siediti accanto a me. Avvicinati. Tanto non mordo. Però…ci conosciamo da secoli e forse sai che non è proprio vero. O mi sbaglio?”.

Al netto della paura, è un incipit che fa tremare le mani al lettore. Che però accetta la sfida e imperterrito, più che impietrito, sprofonda nella poltrona e nelle storie e si lascia condurre in vicende avvincenti e spaventose. Ironia, ferocia, malinconia, amore e paura sono i sentimenti che attraversano le venti storie quasi come se fossero gli ingredienti di una pietanza speciale. Un condimento che rende davvero gustose le venti storie di orrore di cui sembrano andar pazzi gli adolescenti ed in cui l’autore si diverte ad intingere la sua penna famelica.

scrivere ilbazardeibruttisogni 2

Si, proprio i quindicenni sembrano trarre un certo divertimento da questo genere di narrativa, un senso dell’humor nero, il tipo migliore secondo King. “Di fronte alla morte si può solo ridere”, dice lo scrittore che accompagna le sue storie con commenti e note autobiografiche, attraverso le quali illustra tempi, modi e motivazioni che hanno portato alla scrittura (o alla riscrittura) di ogni singola storia. 540 pagine di lettura febbricitante in cui Stephen King esplora gli angoli più reconditi e oscuri della mente e dell’animo umano, terreno fertile per l’immaginazione e la produzione dello scrittore americano. Su! Proseguiamo con la lettura, che il Paradiso ci aspetta! Parola di King.

Eva Bonitatibus

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moretti

Mi torna alla mente la storiella di quel tale che diceva: «Bravo chi ha inventato la ruota; ma se non c’erano quelli che inventavano le altre tre, col cavolo che le producevano, le automobili!». Ho letto giorni fa Dario Moretti, Il lavoro editoriale, Laterza, 1999/2005. Sotto le cento pagine, bibliografia compresa che suggerisco di leggere senza soluzione di continuità con il testo, dico subito che non è una lettura impegnativa. Anzi, come si direbbe di certe lager, è di pronta beva (e se non fosse appunto per la nota bibliografica, risulterebbe un po’ corto sul finale). Il volume ha il pregio immediato di indurci una riflessione semplice ma non banale: per molti aspetti il libro è una cosa, un oggetto, un prodotto al pari di altri. Prima d’esser letto, torna o dovrebbe tornare piacevole alla vista, al tatto, all’olfatto persino. Anche l’atto dell’acquisto spesso porta con sé uno specifico rituale – ricordo che io pure consideravo con repulsione l’idea di acquistare libri nei supermercati, sebbene le copie di un medesimo libro siano, in effetti, identiche lì o nella più ricercata libreria. Il libro è dunque una merce, e non cambia questa sua natura il fatto che esso sia veicolo d’idee. Proprio come le altre merci, dunque, e con le dovute eccezioni (ad esempio i prodotti dell’editoria scientifica), esso deve la gran parte della sua fortuna al fatto che esista, per esso, una domanda, dei compratori. In un mondo in cui tutto è consumo, poi, si scopre che il libro non è più neanche il solo veicolo delle idee. Ricorda correttamente Moretti che anche le altre merci, oggi, si fanno considerare o vengono percepite come veicolo di idee: un certo abito, un tipo di automobile, tanto altro. Al pari di altri prodotti, il libro supererà dei test per risultare il più vendibile possibile, al pari di altri prodotti risponderà, in buona misura, a standard verificati per incontrare il maggior favore del pubblico. In ciò, l’autore dell’opera diventa soltanto uno dei vari fattori della produzione della merce libro. Accanto a lui si trovano, spesso con dignità, ambita, reale o percepita, quasi pari, il traduttore, l’agente letterario, l’editor. In casi particolari, quale ad esempio la realizzazione di una enciclopedia, la notevole mole di impegno di organizzazione e di coordinamento delle tante parti dell’opera, rispetto alla quale nel suo complesso, l’apporto delle singole firme sulle singole voci è sicuramente parzialissimo, non del tutto a torto è l’editore medesimo a sentirsi, in certo senso, “autore”. Il produttore, la casa editrice, a sua volta e negli altri casi, è comunque il centro di imputazione di tante professionalità, di tanti mestieri, diversi dei quali oggi per lo più esternalizzati – ma questo, magari, seppure Moretti lo accenni, è un altro discorso ancora; del resto, il suo volume, edito nel 1999 e riedito nel 2005, segna proprio con le date un importante periodo di passaggio tra gli strumenti tradizionali di produzione e stampa in epoca contemporanea e quelle con le quali si fa più ampio ricorso alle nuove tecnologie. Come si fabbrica a tavolino un best seller? Qual è l’incidenza della pubblicità sul successo di un prodotto editoriale? Come si articolano le scelte dell’imprenditore editore? Quale differenza c’è e quali effetti porta anche tra il pubblico, tra il produrre migliaia di titoli, ciascuno di essi capace di una tiratura limitata, o pochissimi titoli invece, stampati in un numero di copie esorbitante? Questa industria è talvolta finanche capace di mutare la prospettiva, se non la natura, dell’autore. Moretti riporta sul punto una illuminante frase che Daniel Pennac, ne La prosivendola, uno dei primi volumi della saga di Benjamin Malausséne - che anch’io ricordo di aver seguito, partendo decenni addietro, attraverso tutti gli appuntamenti, quasi sempre con le lacrime agli occhi per il ridere -, fa dire alla regina Zabo, perfida ma esperta editrice, capo incontrastato delle Edizioni del Taglione, per definire i nuovi scrittori, assetati di fama e di successo: «Non scrivono per scrivere, ma per aver scritto». Perché leggerlo? Il lavoro editoriale è uno spunto per qualche buona domanda e noi, si sa, stiamo sempre lì a rovistare, cercando il senso di qualcosa.

Rocco Infantino

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scrivere instapoets 1

La mia biblioteca è ricca di libri di ogni tipo, dai romanzi ai saggi ai libri per bambini e per ragazzi, a quelli di scuola, alle “vecchie” enciclopedie, a quelli di storia locale. Ci sono anche quelli introvabili, usciti dalla produzione, trovati nei mercatini di antiquariato e in polverose librerie che ad una prima occhiata non daresti un soldo. E invece rivelano sorprendenti tesori. Ciò che manca alla mia libreria è la poesia. Ho scoperto con rammarico, volendo scrivere qualcosa sulla poesia, che non ho molto. E allora ho fatto una scappata in libreria, quella più vicina a casa mia, e anche lì, con sommo rammarico, non ho trovato granchè. A parte Pablo Neruda, Alda Merini e pochi altri grandi nomi non c’è molto. Il mio intento di contribuire alle celebrazioni della Giornata mondiale della poesia istituita dall’Unesco nel 1999 non è però caduto nel vuoto. Dopo varie ricerche tra gli scaffali e le pile di libri ben accatastati ho optato per il web alla ricerca di libri di poesie. Ho scoperto che la poesia è poco venduta poiché considerata un prodotto editoriale destinato a una nicchia piuttosto colta. Ma le cose non vanno poi così male perché sta emergendo una nuova generazione di poeti: gli Instapoets, letteralmente gli Instapoeti, che pubblicano sui social network i loro versi in particolare su Instagram e Tumblr.

scrivere instapoets 2Leggo su www.ilpost.it che negli Stati Uniti gli Instapoets hanno raggiunto un pubblico piuttosto numeroso, che solitamente si tiene alla larga dai libri di poesia, ma che ha comprato i loro quando sono stati pubblicati. Su tutti il caso di Tyler Knott Gregson, un poeta e scrittore americano di 34 anni del Montana, che “dal 2009 pubblica ogni giorno le sue poesie su Instagram, dove ha 263mila follower, e su Tumblr, dove ne ha quasi 300mila. In sette anni è diventato, come lo definisce il New York Times «l’equivalente letterario di un unicorno: un poeta celebre che vende alla grande». Il suo primo libro, Chasers of the Light (in italiano “Quelli che inseguono la luce”) – pubblicato nel settembre 2014 da Perigee Books, di Penguin Random House – è stato un best seller e ha venduto più di 120.000 copie cartacee. Ad ottobre ne ha scritto un altro libro, All the Words Are Yours, stampato in una prima edizione di 100 mila copie, che ha raggiunto il terzo posto della classifica Nielsen sui dieci titoli di poesia più venduti negli Stati Uniti, superando opere di Dante, Omero e Khalil Gibran.” Insomma il caso Gregson allontana l’immagine romantica dei poeti ma assicura lunga vita alla poesia. Di Instapoets che quotidianamente postano i loro versi sui social ce ne sono tanti, magari non tutti valgono di essere pubblicati, o almeno letti visto l’uso del selfpublishing, ma almeno si dilettano con un’attività creativa che rischia l’appiattimento. E’ per questo che l’Unesco ricorda il 21 marzo di ogni anno che l'espressione poetica ha un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo interculturale, nella comunicazione e nella pace. “M’illumino d’immenso!”

Eva Bonitatibus

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scrivere 1Lo stai facendo adesso. Leggere è una di quelle cose della vita che quando le si fanno le si danno per scontate. Come andare in bicicletta: quando sei sul sellino ti fai prendere dal paesaggio, o ti concentri sulla salita; non pensi certo a quel bilanciamento rigorosamente dinamico, a quella stabilità custodita proprio dal moto, che ne sono l’essenza. Non sai, o non sai più dire quanto estraneo e insolito doveva sembrarti, fino a un attimo prima, pensarti sostenuto da due ruote in movimento su un battistrada dallo spessore pressoché inesistente. E leggere, prima di saper leggere, non appariva forse altrettanto improbabile, innaturale? E anche agli inizi, poi, il momento fatidico in cui togli le rotelle alla bici o smetti di portare il segno seguendo il rigo col malcerto incedere dell’indice sulla pagina del libro, quali orizzonti disvelava? I segni diventavano suoni, i suoni articolazioni, parole, le parole significato. Pezzetti piccoli di significato si componevano pian piano in periodi, in lunghi costrutti, sempre più ampi, e complessi, e articolati, magari profondi, magari astratti. Oggi sappiamo che anche tra leggere e comprendere c’è differenza, che perfino rispetto al singolo vocabolo che s’incontri corre molto anche tra il conoscere il senso generale del termine e il saperne padroneggiare, ad esempio, l’utilizzo metaforico. Oggi sperimentiamo che il discrimine non è più semplicemente tra il sapere e il non saper leggere, bensì magari tra saper leggere e saper gestire, argomentando, i contenuti di quel che si legge.  E le differenze che ci sono, se ci sono, tra la lettura e la cosiddetta lettura profonda? Continuo nell’azzardare un’analogia che non so se sia già stata provata da altri: andare su strada o tentare di farsi esperti di un terreno impervio, assai vario, farne conoscenza, fronteggiarlo, sentirlo nelle gambe, prevederlo, come andando su una bici da cross? E leggere libri di carta, aiutandosi così nella riflessione e nell’approfondimento, anche di se stessi, o leggere nel mondo dei media, dove le informazioni e gli stessi spunti per l’apprendimento si dipanano in infiniti percorsi, ma sempre primariamente in superficie? E riflettere sul fatto che piantati così come siamo su due piedi, non eravamo certo progettati per spostarci su ruote, così come il nostro cervello era stato pensato (lo so, mi piace il gioco) per governare attività come guardare o annusare, per parlare, al limite, e ascoltare, ma certo non per leggere, men che meno per scrivere? Cosa avrà comportato questa nuova attività, cosa comporta ogni volta il leggere, finanche a livello neuronale? E astraendosi dalla condizione personale, dalla esperienza del singolo individuo, sollevando il punto d’osservazione allargando l’orizzonte osservato sino a comprendere una visuale sociale, in che cambia questa pluralità di bipedi, se diventa una collettività di cicloamatori, innervata addirittura da tanti ciclisti? E una moltitudine di persone che leggono, tra le quali magari tante in grado di utilizzare appieno i nuovi mezzi e/o di non perdere la capacità di comprensione profonda? Belle domande, no? scrivere 2Soccorre, alla bisogna, Biblioteche oggi, una rivista di studi e ricerche, specializzata insomma, se ciò non scoraggia, che nel numero di dicembre 2015 affronta monograficamente proprio il tema delle forme della lettura. La rivista è di facile reperimento, in ogni caso è dotazione di qualunque biblioteca pubblica (si legge il messaggio?). Sfogliandola, dopo non aver mancato di leggere l’editoriale e per non farmi dire che esagero, consiglierei di leggere almeno tre interventi: Dalla lettura alla literacy. Come si diventa lettori nel nostro tempo, di Tiziana Mascia; L’importanza della lettura profonda. Che cosa servirà alla prossima generazione per leggere in modo riflessivo, sia su carta che on line?, di Maryanne Wolf e Mirit Barzillai; Leggere i passaggi: appunti per una teoria della lettura, di Elena Ranfa. Di Wolf, per mio piacere personale, ovvio, e però anche per continuare la passeggiata lungo uno dei tanti rami del lago di Como che è questo dialogare con l’ipotetico lettore, mi riprometto di leggere, a stretto giro, quel Proust e il calamaro citato anche dal Direttore responsabile  Giovanni Solimine in apertura e che promette sapide soddisfazioni per chi fosse incuriosito – io lo sono – al tema della relazione tra il leggere e il cervello stante che, pare, come dicevamo, il cervello umano non fosse naturalmente programmato per leggere. Pure su questo, qualche mio vecchio compagno delle elementari, se non io stesso in certe mattinate ferrigne e storte, avrebbe aprioristicamente dato ragione all’autrice, nell’ora deputata, squadernato sbuffando il libro illustrato sul banco, assumendo con nobile sdegno i rimbrotti della maestra, e tuttavia parando riottosa l’estrema falange del dito già sul titolo della lettura quotidiana.

Rocco Infantino

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scrivere lastoriadell'amore 1

La storia dell’amore è un libro che parla di un libro d’amore. I protagonisti sono un uomo e una donna polacchi, espiantati in America dove prosegue la loro esistenza invisibile, legati da un sentimento mai tramontato. Racconta la tensione dell’amore, rende visibile il filo che tiene uniti destini lontani, disegna la sofferenza nel petto di un ottantenne, conferisce un colore alla solitudine e ai ricordi. Nicole Krauss, l’autrice del romanzo edito da Guanda, affonda lo sguardo nella parte più intima dei sentimenti, quella più nell’ombra, e li lascia affiorare con il pudore della timidezza. La storia dell’amore non è un libro qualsiasi sull’amore, ma è il libro dell’amore. Leopold Gursky è l’ottantenne protagonista che tiene in mano la rocchetta di filo di questa storia nata tanti anni prima in un villaggio polacco quando, appena adolescente, si innamorò di una ragazza di nome Alma. Alma era l’unico antidoto contro la paura della guerra e pensando a lei scrisse il suo libro intitolato La storia dell’amore. Le mandava in lettere la storia di questo libro scritto in yiddish che lei custodì gelosamente fino alla morte. E proprio quelle lettere, immortali, torneranno al mittente in forma di libro sul finire della sia vita.

 C’era una volta un ragazzo che amava una ragazza (…) il loro amore era un segreto che non confessarono a nessuno da cui nacque dopo qualche tempo un figlio. La guerra divise per sempre i destini dei due amanti, il padre di Alma la spedì in America, Leopold venne deportato nei campi di concentramento, era ebreo, e trascorse tre anni e mezzo a nascondersi nei boschi. Poi finalmente l’arrivo dei carri armati russi e la liberazione. Raggiunse anche lui l’America, ritrovò Alma che nel frattempo aveva messo al mondo Isaac, frutto del loro amore segreto, e gli aveva dato un padre americano. Leopold dilaniato dalla notizia, le chiese di andar via con lui ma Alma, senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi, disse di non potere. Ma lui mantenne fede alla sua promessa: non innamorarsi mai più di un’altra donna. E così fu. Visse il resto dei suoi giorni pensando a quell’amore, anelando alla dolcezza di quell’amore, sognando il caldo abbraccio della sua donna. Ma non si fece più vivo con lei, le causava troppo dolore. Soprattutto gli causava una acuta sofferenza vedere suo figlio e non poterlo abbracciare né farsi vedere.

scrivere lastoriadellamore 2Fu così che rimase invisibile per tutto il resto della sua vita, ciò che lo riportò in superficie fu il ritrovamento del manoscritto che lui aveva scritto ad Alma durante la sua assenza. Undici capitoli scritti con una grafia minuscola che componevano La storia dell’amore, libro che Leopold ormai ottantenne si ritrovò tra le mani tremanti. La storia d’amore si sdoppia: amore tra uomo e donna e amore tra padre e figlio. E amore per i libri e per la scrittura. In mezzo alla storia portante del romanzo se ne sviluppano altre, gli intrecci si infittiscono tra le vicende di altri personaggi e di altri luoghi. Si accavallano le sofferenze che si districano e si sciolgono grazie a La storia dell’amore. Un libro denso, ricco, imprevedibile, dotato di una sostanza sabbiosa. “Per lei trasformai ciottoli in diamanti, scarpe in specchi, vetro in acqua, le diedi ed estrassi uccelli dalle sue orecchie, e nelle tasche le feci trovare le piume, chiesi ad una pera di diventare un ananas e ad un ananas di diventare una lampadina, ad una lampadina di diventare la luna e alla luna di diventare una moneta da lanciare in aria scommettendo sul suo amore: testa su entrambi i lati; sapevo di non poter perdere”. Questa l’immortale dichiarazione d’amore che Leopold fece alla sua Alma.

 

 

 

 

 

 

Eva Bonitatibus

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