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Scrivere

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Abbiamo già detto altrove che un libro è anche un oggetto. Come un oggetto, viepiù siccome oggetto dal contenuto sconosciuto all’origine, spesso lo compriamo attratti verso di esso da chissàcché.

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FullSizeRenderComplici i pomeriggi quasi autunnali che s’aprono d’improvviso in questa estate, mi ritrovo a sfogliare senz’ordine libri diversi, attingendone da disparate pile nel mio studio. Sfogliare senza davvero leggere, in maniera consapevole, intendo, lasciando che la mente goda della sua ora d’aria, senza ancora riuscire a immaginarmi di che scrivere, ad esempio.

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scrivere gda

Comincio a farmi domande su dove porti scrivere di libri che parlano di libri, soprattutto se considero che non sono un esperto ma soltanto, per l’appunto, uno che legge.

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scrivere rossari 1

Come sempre a caccia di un buon libro. Non mi piacciono quelli commerciali o quelli troppo pubblicizzati. Mi sortiscono l’effetto opposto. Tranne che si tratti del mio scrittore preferito,

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scrivere Parmenide sempre lui ancora luiNon è che me ne stessi seduto in cima a un paracarro, come avrebbe soffiato Paolo Conte, ma pensavo comunque ai fatti miei. Riflettevo, documentandomi, sui rimedi, pretesi o riconosciuti, per risvegliare ad attività la ghiandola pineale.Ciò che mi si prometteva era nientemeno che la rinascita a un livello superiore di coscienza, nel quale partecipare della vita dell’Universo come parte di questo corpo esteso. Ben più che regolare i ritmi sonno veglia, insomma.

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scrivere unafavolaperlamamma 1

C’era una volta…L’immaginario collettivo vuole che siano le mamme a raccontare le favole ai propri bambini nei vari momenti della giornata. La sera prima di metterli a letto, oppure il pomeriggio, per distoglierli dalla televisione, e anche la mattina, durante la prima colazione. Tante le ore che le madri di tutto il mondo e di tutte le generazioni hanno dedicato e dedicano a questa pratica ipnotica che ha il potere di sedare i bambini e di condurli nei luoghi della fantasia con il solo uso delle parole e della voce. Oggi vorrei leggere io una favola alle nostre mamme, una storia bellissima che ho conosciuto solo di recente grazie ad una mostra fotografica sulle popolazioni Tuareg che ho visitato presso la Galleria civica di Potenza.

La protagonista di questa favola è una donna, Tin Hinan, figlia del re e della regina del regno di Tafilatet, in Marocco. Come tutte le principesse, Tin Hinan era bella, alta, slanciata “come il lungo collo dei cammelli e con gli occhi grandi e dolci come il frutto del mandorlo”. Dal padre aveva appreso l’arte di governare il paese in pace e dalla madre tutte le arti che si addicono ad una donna. Come spesso accade, però, un cugino cattivo ed invidioso imprigionò il re e la regina e si impossessò del regno. Tin Hinan fece in tempo a fuggire insieme alla sua ancella Takamat e attraversò tra mille peripezie e numerosi stenti tutto il deserto del Sahara. Caldo di giorno, freddo di notte, le due sventurate fanciulle riuscirono a giungere ad una piccola oasi sfidando la fame, la sete, la paura e la stanchezza. Ad Abalessa, questo il nome del piccolo villaggio, c’erano alcune capanne abitate da uomini e donne che coltivavano piccoli appezzamenti di terra. C’erano anche cammelli e capre ad assicurare loro sostentamento e aiuto. Questo popolo, però, non conosceva la civiltà ma accolse la principessa e la sua ancella con calore. Tin Hinan ricambiò l’ospitalità insegnando loro a leggere e a scrivere il Tifinagh, un alfabeto di antichissima origine, a lavorare la creta, a tessere e a dipingere le stoffe, a riconoscere le piante utili per curarsi. In breve tempo la piccola oasi divenne un villaggio pieno di vita e la principessa ne divenne la regina. Dalle sue figlie nacque il popolo Tuareg che ancora oggi vive in gruppi a nord del Niger.

scrivere unafavolaperlamamma 2Tin Hinan fu molto amata dal popolo e quando morì venne sepolta vicino all’oasi con un monumento alto trenta metri realizzato con le pietre che il popolo Tuareg depose in segno di rispetto. Definita la “madre di tutti noi”, Tin Hinan è davvero esistita tre secoli prima che nascesse l’Islam e a lei sono ispirati romanzi e produzioni cinematografiche. Ciò che colpisce è il ruolo centrale della donna in una società antichissima contrariamente agli usi delle altre popolazioni islamiche. Le donne Tuareg non si velavano, a differenza degli uomini, avevano una libertà di costumi impensabile ed erano titolari del diritto di trasmettere il potere ai capi supremi per via matrilineare. La favola che vi ho raccontato si intitola La leggenda di Tin Hinan, regina dei Tuareg, è stata scritta da Rossella Grenci con le illustrazioni di Tatiana Martino, edita dalla casa editrice Mammeoline. Il libro è molto bello, la copertina rigida reca il ritratto della regina del Sahara e l’interno è tutto un viaggiare tra parole e immagini. Il viaggio che propone è dei più belli perché avvolto dal fascino del mistero e perché racconta di un’eroina leggendaria che è riuscita a costruire il proprio governo sui granelli di una sabbia mai erosa dal tempo. Proprio come le nostre mamme, eroine di fatiche leggendarie, che dobbiamo coccolare anche leggendo queste piccole favole. Perché tornino a sognare e perché splenda più che mai il loro sorriso.

 

 

 

Eva Bonitatibus

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Il cervello umano è quello che in termini informatici può essere definito come una architettura aperta. Esso cambia e si riorganizza secondo le funzioni che è chiamato a svolgere.La lettura non è tra le funzioni originarie del cervello. E quello che noi comunemente chiamiamo lettura è in realtà un complesso ampio di processi linguistici e cognitivi che abbraccia i sistemi di senso o semantici, che implica l’analisi del contesto, che fa appello al bagaglio culturale specifico, che utilizza e riconosce stimoli visivi e concettuali. Una volta lì, davanti al segno scritto e così decodificato, la mente parte, verosimilmente e spesso, verso una rievocazione o una fantasticheria, in tal modo rompendo il limite del pensiero individuale, raggiungendo una più circostanziata percezione dell’altro e del cambiamento e, per questa via, potendo anche arrivare ad immaginare una evoluzione, un futuro, un “poter essere” dell’individuo che legge, soggetto ed oggetto di questo pensare. Dunque ho letto Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, Storia e scienza del cervello che legge, edizioni Vita e Pensiero, Milano, 2009 – 2015, come avevo anticipato tempo fa su queste stesse colonne. Maryanne Wolf è una neuroscienziata cognitivista, studiosa della lettura, e in particolare della dislessia. Insegna alla Tufts University (Massachusetts, USA). Il volume si compone di tre parti. La prima affronta il tema dei primi sistemi di scrittura, in parallelo con le qualità - diremmo - adattive del cervello umano. La seconda parte è dedicata allo studio del particolare momento, che in genere coincide con l’età più tenera dell’uomo, in cui si impara a leggere. La terza parte del volume, infine, è dedicata in particolare alla dislessia, non soltanto quale fenomeno che porta il cervello a non riuscire nell’apprendimento della lettura, bensì come significativa traccia d’indagine sul passato evolutivo e sul possibile sviluppo futuro del sistema simbolico umano. La sua complessità e la ricchezza di suggerimenti e di opportunità di approfondimento che vi si ritrovano, mi portano oggi ad essere convinto che tornerò, magari, più in là, a parlare degli altri aspetti, accennando per ora soltanto alla prima parte del volume.

IMG 1638Qui, si scopre subito che a livello neuronale e funzionale alla lettura non corrisponda una attività geneticamente programmata, come ad esempio per la visione, e che quindi al cervello occorra ricorrere ad una specie di riciclaggio neuronale con il risultato che, leggendo, il nostro cervello, concretamente, cambia. Occorre partire dalla origine della scrittura. L’autrice ci propone, al riguardo, tre momenti significativi: l’invenzione di una rappresentazione simbolica, l‘intuizione che tale rappresentazione potesse servire a comunicare attraverso lo spazio ed il tempo e, infine, l’affermarsi, non generalizzato, di una corrispondenza suono-simbolo. Il comparire di simboli significativi e il lavoro da svolgersi per decodificarli impegna nell’uomo, a differenza di altri primati, diversi ambiti dei lobi temporali e parietali del cervello, all’uopo riorganizzati in “aree associative”. L’Autrice ripercorre dalle origini i sistemi di scrittura, che si differenziano, grosso modo, per essere espressione dei suoni (sillabici o singoli) o dei concetti, o di una loro varia combinazione. Avremo, con buona approssimazione, così, da un canto sistemi più propriamente alfabetici, come la lingua greca, e sistemi più concettuali e simbolici, come il cinese o il giapponese, per rimanere all’oggi, in un certo senso analoghi, questi ultimi, dei geroglifici egizi o dei segni dei Sumeri delle origini, per semplificare. Correlativamente, nel corso dei millenni, e fino ad arrivare al XX secolo, per insegnare la lettura, ricorreva la domanda se fosse più conveniente applicare metodi basati sui suoni o metodi basati sui significati. Metodi e linguaggi diversi impegnano aree fisiche delle varie regioni e di entrambi gli emisferi del cervello differenti tra loro; esso è spinto così verso quella “efficienza cognitiva”, risultato anche della velocità con la quale determinati nuovi automatismi di riconoscimento di senso e significato dei linguaggi riescono ad operare.

wolf3In questo, si colgono anche curiosità a propria volta non prive di conseguenze per il lettore, quale quella che vede antiche scritture, come l’egizia appunto, non sorrette da punteggiatura, né ordinate sistematicamente da sinistra verso destra o viceversa, bensì distribuite nello spazio a disposizione in modo che le righe vadano una da sinistra a destra e la successiva, più in basso, da destra verso sinistra, seguendo con lo sguardo proprio il modo di girarsi del bue lungo un  campo da arare. Sull’altro fronte, quello alfabetico, non pochi filosofi del linguaggio nel tempo teorizzarono il fatto che il cervello, libero dall’incombente di dover immagazzinare tante, spesso tantissime immagini per decodificare i simboli, bensì dovendo gestire un limitato catalogo di suoni - segni in rapporto fisso, fosse maggiormente favorito ad addentrarsi, con questo linguaggio agile e scarno, che viepiù non occupa molta memoria, nel pensiero astratto, originale e speculativo. Al termine di questo primo tratto del percorso che, si, qui ho proposto come una corsa a rotta di collo e dovendo saltare di esso pezzi pure importanti, Wolf torna a considerare le tre critiche mosse a suo tempo da Socrate al sistema della scrittura, e cioè: l’immobilità della parola scritta, la distruzione della memoria e la perdita del controllo sul linguaggio e quindi sul sapere. Sulla prima, si sa, al dialogo con l’altro, irrinunciabile per Socrate, la scrittura offre, come alternativa, un dialogo interiore individuale che può rivelarsi, spesso, non meno fecondo. La seconda costituisce, probabilmente, una questione aperta, se si consideri che alle aumentate potenzialità della memoria collettiva, moltiplicate proprio dalla parola scritta, può effettivamente corrispondere un depauperamento delle occasioni di nutrire una puntuale memoria individuale. Quanto alla terza critica, ai tempi di Socrate proprio come ai nostri, il passaggio di allora dalla tradizione orale a quella scritta, o il nostro dalla scrittura dei libri e degli autori alla virtuale conoscenza o conoscibilità di tutto grazie agli strumenti informatici, passaggi entrambi che vedono marginali le figure di indirizzo e di guida dei maestri, poteva e può, in effetti, nascondere il rischio di un’attenzione sempre parziale perché multifunzionale, di una confusione tra le teorie o le narrazioni e la realtà. Incomberebbe, insomma, il rischio della superficialità (e con esso quello della orientabilità, della manipolabilità, aggiungerebbe, sommessamente, chi adesso scrive). Critiche dunque, che anche in un passaggio quale quello attuale, dalla cultura scritta sui libri a quella diffusa informatica e del web, si ripete con l’Autrice, hanno un forte sapore di attualità. Se a ciò aggiungiamo, come pure spiega bene la Wolf, che a mutamenti culturali così intesi corrispondono mutamenti funzionali, anzi mutazioni neuronali, si converrà che forse son cose da tenere a mente. No?

Rocco Infantino 

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La scrittura di Stephen King è fenomenale. Non vedi l’ora di voltare pagina perché i suoi libri ti catturano e ti avvincono. Il bazar dei brutti sogni edito da Sperling & Kupfer è una raccolta di racconti vecchi e nuovi alcuni dei quali pubblicati in precedenti opere, altri assolutamente inediti. Varie le storie che hanno come comune denominatore l’inverosimile, caratteristica della narrativa fantastica, che consente al lettore di stupirsi e di atterrirsi. Il rischio è di non dormire la notte, ma agli amanti del genere non preoccupa. Anzi, sembra essere questo lo stimolo alla lettura di uno dei più grandi maestri dell’horror.  Il bazar si è legge a perdifiato, passando da un racconto ad un altro senza riuscire a distoglierne lo sguardo, quasi come se una calamita ti tenesse attaccato alle pagine, come se una mano invisibile ti tenesse il capo bloccato sulle parole. Insomma si instaura uno strano rapporto tra lo scrittore e il lettore, salutato peraltro nell’introduzione dallo stesso King. Da brivido. “Ho preparato un po’ di cose per te”, dice in apertura, e poi più avanti “Forza. Siediti accanto a me. Avvicinati. Tanto non mordo. Però…ci conosciamo da secoli e forse sai che non è proprio vero. O mi sbaglio?”.

Al netto della paura, è un incipit che fa tremare le mani al lettore. Che però accetta la sfida e imperterrito, più che impietrito, sprofonda nella poltrona e nelle storie e si lascia condurre in vicende avvincenti e spaventose. Ironia, ferocia, malinconia, amore e paura sono i sentimenti che attraversano le venti storie quasi come se fossero gli ingredienti di una pietanza speciale. Un condimento che rende davvero gustose le venti storie di orrore di cui sembrano andar pazzi gli adolescenti ed in cui l’autore si diverte ad intingere la sua penna famelica.

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Si, proprio i quindicenni sembrano trarre un certo divertimento da questo genere di narrativa, un senso dell’humor nero, il tipo migliore secondo King. “Di fronte alla morte si può solo ridere”, dice lo scrittore che accompagna le sue storie con commenti e note autobiografiche, attraverso le quali illustra tempi, modi e motivazioni che hanno portato alla scrittura (o alla riscrittura) di ogni singola storia. 540 pagine di lettura febbricitante in cui Stephen King esplora gli angoli più reconditi e oscuri della mente e dell’animo umano, terreno fertile per l’immaginazione e la produzione dello scrittore americano. Su! Proseguiamo con la lettura, che il Paradiso ci aspetta! Parola di King.

Eva Bonitatibus

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