Dec 08, 2022 Last Updated 3:12 PM, Nov 24, 2022
Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Eufemía

«Late into the night / Comes a glow like ice / I don’t recognize / There in black and white / All your twisted thoughts / Brutal starry eye / Stuck inside your head / Fallen from the sky / Risen from the dead / Views from all the past / Taken to new heights».

Nei giorni dei morti mi torna avvolta in un soffio all’orecchio, più volte specie sul farsi delle prime ore, la voce di Alison Goldfrapp che pare sussurrare proprio a me le parole di Melancholy sky. Sto rileggendo in questo periodo, come sempre tra rivi d’altre letture, quell’ineffabile opera di Roberto Calasso dal titolo Le nozze di Cadmo e Armonia, pubblicato anni or sono per i tipi della “sua” Adelphi. Se il gioco fosse, come sempre, quello di trovare il filo che unisce le cose apparentemente casuali della vita, una canzone che ti insiste nella mente, un libro ripreso dopo tanto, indovinarne le relazioni che si tessono tra loro prima ch’esse ti si presentino già strette ed evidenti, riconsidererei alcuni dei passi che ritrovo in quelle pagine.

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A.

In quello che mi pare essere stato niente più che un lungo inverno, interessante e freddo assieme per avermi fatto scoprire quanto è aleatorio il mondo di fuori, c’è stato del buono, per me, nel riprendere confidenza con le parole scritte, e con me stesso per il tramite di esse e adesso assieme a questo lungo inverno durato anni mi pare che sia andata, come fosse cosa conclusa, anche l’intera messe di letture che mi hanno fatto da timone e da confidente, mentre ero impegnato a scrivere.

Riscorrendo l’elenco dei titoli o tentando di ricavare una direzione di quanto ho letto (o di quella minima parte della quale in queste pagine ho tentato di dare conto) nel tempo in cui ero impegnato a scrivere, non so immaginarmi, non ancora almeno, un percorso preciso, un itinerario significativo, figurarsi un possibile approdo, una meta meno che mai.

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Jules

(Esplorando il delitto – parte quarta)

 Il caso non è chiuso. L’avevo detto. L’avevo scritto qui, su queste colonne, il 13 novembre 2019. E adesso esito. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2021 misi la parola fine a una storia costatami tempo e fatica, romanzo che non vedrà mai la luce, tra le cui pagine, inopinatamente direi, s’era manifestato un delitto. Avevo scritto d’impeto di un delitto forse premeditato, avevo poi a lungo costruito con determinazione il mondo attorno a quel gesto che era parso proprio a me che lo scrivevo inattuale, inusitato, incongruo. Un omicidio stanco, inevitabile e insensato, che ero stato costretto a consumare perché la natura delle cose dello scrivere me lo aveva imposto, lo aveva imposto cioè prima alla mia mano che vergava e poi, soltanto dopo, me ne aveva reso consapevole.

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Yorick

Sarei un fesso se pensassi di scrivere qualcosa di nuovo su Amleto. E questo pezzo non avrebbe necessità alcuna d’essere scritto nemmeno per via di novità eclatanti, che non ci sono, a meno di non scambiare per notizie di oggi fatti stanchi e sfacciati messi su dalla solita compagnia di giro, in cui il prim’attore cambia di quando in quando e i cui generici vanno a soggetto senza manco incomodare il suggeritore il quale, peraltro, ahimè, non sta nella buca come auspicabile ma altrove, intigniti tutti su un copione sdrucito, cui ogni tanto qualcuno, con un frego, senza stravolgere trama, falcia il titolo vecchio per assicurarne un altro, qualechessìa.

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Sostiene una mia cara amica, mentre professa – o confessa, secondo la gravità che si voglia attribuire al fatto – di leggermi assiduamente, che quel che risulta da quanto scrivo su queste colonne è che io sia twisted, derubricando così, elegantemente, il dubbio, che pure non mi tace, che io sia invece proprio mentalmente disturbato. Quel che segue, dunque, stavolta, non può che essere dedicato a lei.

Un agosto di diversi anni fa, accompagnavo una relatrice al congresso mondiale dell’International Federation of Library Associations and Institutions (IFLA); il congresso si teneva a Milano e ricordo che un bel mattino, durante una pausa dei panel dei lavori che lei seguiva, mi ritrovai tra un gruppo ristretto di persone in una saletta della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, dove le guantate mani di un Prefetto o di un membro del Collegio dei Dottori reggevano con la cura che si riservi a un infante in fasce, per la gioia dei nostri occhi, nella sua superba legatura originale, il Codice Atlantico, la più ampia raccolta di disegni e di scritti di Leonardo da Vinci. Vedere quei tratti di matita nera o d’inchiostro che delineavano forme di anatomia, appuntavano studi di meccanica o di botanica, che schiarivano i concetti sul volo degli uccelli o fissavano l’astronomia conosciuta o l’architettura pensata, quelle forme che comunque discorrevano direttamente con gli occhi, ugualmente delle leggi dell’ottica, o raccontavano a essi di geografia o di matematica, o indagavano i fenomeni dell’idraulica, fu un’esperienza molto intensa, una delle poche che non mi ci provo neanche, a descrivere.

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Numero 100

 

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n100

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