Dec 08, 2022 Last Updated 3:12 PM, Nov 24, 2022

Eufemía In evidenza

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«Late into the night / Comes a glow like ice / I don’t recognize / There in black and white / All your twisted thoughts / Brutal starry eye / Stuck inside your head / Fallen from the sky / Risen from the dead / Views from all the past / Taken to new heights».

Nei giorni dei morti mi torna avvolta in un soffio all’orecchio, più volte specie sul farsi delle prime ore, la voce di Alison Goldfrapp che pare sussurrare proprio a me le parole di Melancholy sky. Sto rileggendo in questo periodo, come sempre tra rivi d’altre letture, quell’ineffabile opera di Roberto Calasso dal titolo Le nozze di Cadmo e Armonia, pubblicato anni or sono per i tipi della “sua” Adelphi. Se il gioco fosse, come sempre, quello di trovare il filo che unisce le cose apparentemente casuali della vita, una canzone che ti insiste nella mente, un libro ripreso dopo tanto, indovinarne le relazioni che si tessono tra loro prima ch’esse ti si presentino già strette ed evidenti, riconsidererei alcuni dei passi che ritrovo in quelle pagine.

 

Una grande colpa di Omero, scrive Calasso, fu quella di non fare adeguata menzione nella sua opera dell’impalcatura del cosmo, così che i cieli diventassero anonimi e superflui, lui sostiene. Anonimi, superflui e sempre meno proficuamente interrogati, aggiungerei io, anzi inutilmente considerati con un certo ottuso sguardo agrimensorio, manovrando con la groma e l’archipendolo coi soli quali, misurandoli come un terreno solo appena più discosto, l’uomo comune ancora oggi più di ieri crede di poterli dominare o, addirittura, di poterli conoscere.

Ci vollero gli Orfici, e poi Platone, e la scuola dei Pitagorici per altri versi, ci dice d’altr’onde l’esperienza, per recuperare a consapevolezza la complessità dell’esistente e con essa la complessità stessa dell’esperienza umana, a dare dignità di suono alle diverse vibrazioni dei corpi e dei fenomeni celesti, prima che l’uomo comune moderno pretendesse di nuovo di conferire dignità di vibrazione ai suoni.

Per vivere la complessità della natura umana, non basta evidentemente l’omerica distinzione tra uomini e daímones, ma è bene saper distinguere uomini, eroi, daímones e dei, considerare e riconoscere la loro diversa origine e, al contempo, tenere a mente il fitto ordito che lega gli uni agli altri, la lunga teoria degli incontri e degli scontri tra gli uni e gli altri, il tortuoso, faticoso percorso dell’umano verso una propria elevazione, percorso lungo il quale il divino è talvolta un soccorso, talaltra ostacolo, pericolo, impedimento.

Il terreno proprio delle vicende umane, considerate tal quali senza pretesa d’elevazione, pare essere il romanzo: la vicenda che si sviluppa e si consuma una e una sola volta sotto la medesima forma. Invece déi, uomini ed eroi sono destinati a incontrarsi, a incrociarsi e influenzarsi reciprocamente, finanche, nella più vasta dimensione del mito. Il mito vive e muore e rivive molte vite, la sua stessa narrazione conosce innumerabili varianti, ciascuna delle quali dischiude le porte a nuove, sempre diverse interpretazioni, decrittazioni, a nuovi esiti. Per questa consistenza labile e cangiante, il mito pare assecondare la natura stessa della Natura medesima, che si mostra per quel che è nelle sue fisionomie proprie, ma si disvela proprio nell’atto della metamorfosi, nelle continue, diuturne metamorfosi capaci di evidenziare le forme proprio nell’atto della loro trasformazione. E il mito stesso, ogni mito conosce l’opposto della sua lettura contraria, risultando anch’esso strutturato su un doppio.

L’uomo moderno comune spesso ritiene di agire spendendo con fierezza la sua propria idea di responsabilità, che talvolta trascolora in arbitrio, che sempre si pretende che sia la più alta espressione della libertà quale facoltà di piena autodeterminazione. Ma anche quest’uomo, pure soccorso dalle amorevoli cure del moderno pensiero analitico e psicologico, non può non avvertire di non agire liberamente, bensì d’essere agito da forze che lo dominano o lo sovrastano, o lo percorrono guadagnandosi dal suo interno ogni fibra del suo consistere. Nell’era del mito, ogni accrescimento dell’intensità di un sentire, ogni parossismo dell’atteggiamento umano venivano ricondotte all’ingresso nella sfera di influenza di una divinità. E così ogni fatto, ogni azione e ogni accadimento si perpetravano contemporaneamente sui differenti piani dell’umano e del divino, fino a che fatti umani e fatti divini finissero anche per intrecciarsi, ed influenzarsi a vicenda.

Sui fatti tutti, del cielo e della terra, umani e divini, sempre anche nel mito si incontra il potere di Ananke, la divinità della necessità inalterabile, del destino, ma mentre gli déi la subiscono e la usano, gli uomini la subiscono soltanto.

Nell’era del mito, l’uomo e le divinità avevano conosciuto ogni forma di rapporto degli uni con gli altri: l’interazione, l’aiuto mutuo secondo le necessità, la violenza, lo stupro. Finanche la convivialità più piena. Episodio indice della convivialità furono le nozze tra Cadmo e Armonia, che videro mortali e divinità assieme animare un banchetto, un semplice festeggiamento in cui non c’era da disputarsi parti del cosmo ma soltanto celebrare quell’unione promiscua.

Cadmo, figlio di Agenore, era difatti un mortale cui toccò in sorte una dea, la dea dell’amore romantico, dell’armonia e della concordia, promessagli da Zeus che prima gli aveva rapito la sorella Europa. Dopo queste nozze, nozze archetipiche in cui tutte le divinità erano scese dall’Olimpo quali altrettanti invitati, la coppia seguì per gran parte un destino comune, al tempo, a molti mortali: fondata che fu la città tebana, li immagino per i seguenti numerosi anni assorbiti nel noioso tran-tran della quotidianità monarchica. Ma Cadmo compie – inconsapevolmente? – anche un gesto sovversivo dell’ordine su cui fondano fino allora la teogonia, la cosmogonia, l’antropologia stesse: porta in dote ai greci l’alfabeto fenicio. E l’uso dell’alfabeto, prosperando, presto trasformerà l’oralità del mito nella fissità delle stesure, trasformerà, come fosse lava che rapprende spegnendosi, la potenza mutante e mutevole del mito nel freddo composto della narrazione scritta.

Mentre dopo la morte, Cadmo e Armonia furono assunti nell’Olimpo, grazie allo speciale passaporto di lei, non prima d’aver assunto forma di serpenti, oggi, dopo millenni o soltanto dopo un semplice istante da questi accadimenti, perché remotissimi eppure immanenti nella nostra natura, i rapporti tra le divinità e i mortali sono segnati dalla indifferenza reciproca: gli déi si sono ritirati e si mostrano indifferenti agli uomini e quest’ultimi si mostrano indifferenti finanche al sapere se i primi esistano davvero oppure no. L’essenza di quei tempi mitici, fluida, ma anche dialettica e pugnante, composta di connubi e di contrasti, lascia nei secoli a noi più vicini sul piano della storia un proprio pallido ricordo nell’armonia prestabilita come immaginata dal signor Gottfried Wilhelm von Leibniz, che tenta di tenere assieme in un unico disegno, sempre percorso dal rischio incombente della incomunicabilità dei mondi, la res cogitans e la res extensa, tenta di segnare uno spartito possibile per la musica delle sfere.

Ma Armonia, la dea, sposa d’un mortale, non era figlia a sua volta di Ares e Afrodite? Afrodite, la dea dell’amore, della bellezza, della generazione. Ares, il dio degli aspetti più violenti della guerra, non altri che il dio della lotta e dello spargimento di sangue.

È questo, quello che ci portiamo dentro, nulla escluso.

Uno degli esempi più poetici dell’armonia nel pensiero moderno, mi vien da tempo fatto di pensare, è quell’idea derivata dai ragionamenti del signor Albert Einstein dello spazio curvo, o dello spazio-tempo, secondo la quale se bene intendo il tempo stesso è funzione della consistenza della materia, e accelera o rallenta nell’approssimarsi a corpi di minore o di maggiore intensità. Tempo e materia, come due coppie di labbra già prossime in cerca d’un bacio, che non saprebbero dire, in quell’istante, quanti istanti stiano effettivamente bruciando.

Del resto, a sua volta, «il tempo eufemizza tutto», dice Calasso, soave e grave assieme.

Melancholy sky / You made me blue / Still hanging on / There’s nothing I can do / Not this time.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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