Oct 05, 2022 Last Updated 6:31 AM, Oct 4, 2022

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Pubblicato in Scrivere
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In quello che mi pare essere stato niente più che un lungo inverno, interessante e freddo assieme per avermi fatto scoprire quanto è aleatorio il mondo di fuori, c’è stato del buono, per me, nel riprendere confidenza con le parole scritte, e con me stesso per il tramite di esse e adesso assieme a questo lungo inverno durato anni mi pare che sia andata, come fosse cosa conclusa, anche l’intera messe di letture che mi hanno fatto da timone e da confidente, mentre ero impegnato a scrivere.

Riscorrendo l’elenco dei titoli o tentando di ricavare una direzione di quanto ho letto (o di quella minima parte della quale in queste pagine ho tentato di dare conto) nel tempo in cui ero impegnato a scrivere, non so immaginarmi, non ancora almeno, un percorso preciso, un itinerario significativo, figurarsi un possibile approdo, una meta meno che mai.

 

Scrivere e leggere, soltanto, e con essi il mio vivere come quello di chiunque, formano soltanto nella geometria della mia immaginazione un triangolo del quale semplicemente so dire la somma degli angoli. La cosa non mi turba. Quel che ho scritto e questi libri sono adesso, lo avverto, liberi da me. E io da loro.

Se nella mente ritorno bambino, una emozione simile la ritrovo in quel che provavo nei primissimi giorni delle vacanze estive. Esauriti gli appuntamenti programmati con il normalizzante imparare collettivo, finalmente il mio spirito e il mio corpo si abbandonavano al campo delle più indeterminate possibilità, conoscevano l’ozio e perfino la noia, il silenzio, la quiete. Se posso ricavarne un’immagine, su tutto è la forza accecante del sole, al quale mi abbandonavo dimenticandomi di me, grato per il suo calore sulla mia pelle, per gli inusitati disegni che s’aprivano come quinte mobili sulle mie palpebre chiuse quando ce l’avessi in pieno volto, grato, ancora, per la nettezza con cui divideva quello stesso mondo di sempre, lontani gli inaffidabili grigi delle stagioni oblique, in ombra e luce.

Il buon vecchio Marshall McLuhan de Gli strumenti del comunicare, sosteneva che fu solo con l’avvento del telegrafo che i messaggi poterono viaggiare più in fretta del messaggero, che solo da allora si sciolse il sodalizio necessario tra strade e parola scritta, che, infine, ogni forma di trasporto non soltanto porta, ma anche traduce e trasforma il mittente, il ricevente e il messaggio.

Lo stesso Robert Darnton che citai quale milestone nei miei percorsi avvertiva che anche quanto stesse nei libri, e i libri stessi, non potessero essere intesi come pepite di realtà, ma come messaggi che vengono continuamente rimodellati durante il processo di trasmissione che si prefiggono di assecondare, tanto da giungere o far giungere alla conclusione che per esempio i libri non si limitano a registrare le storie, la Storia, bensì, per questo verso, concorrono a segnarla, a determinarle.

Quale itinerario avrò mai disegnato con quello che ho immodestamente proposto su queste pagine sinora, illudendomi dapprincipio di poter scrivere semplicemente di libri che parlano di libri?

Presto mi sono accorto, mentre facevo la scoperta dell’”oggetto” libro, che non soltanto quello nasceva, evolveva, si modificava nelle storie su di esso che incontravo, dalla tavoletta di cera alla stampa e poi alla pagina virtuale, come quella sulla quale appunto proprio adesso queste poche disordinate riflessioni, ma anche la nostra mente, la nostra architettura neuronale di lettori si modificava mediante e per effetto delle parole scritte e delle parole lette, che anche il sapere complessivo del mondo, il suo percepire sé stesso si erano andati profondamente modificando e che questo sapere complessivo, questa rete sempre meno fisica e sempre più vicina ai suoi elementi costitutivi puri, elettricità e informazione, avrebbe finito, finirà, sta finendo per favorire la nostra trasformazione di esseri umani in qualcosa d’altro.

Quello che c’era di davvero avvincente nelle vacanze estive era il non dover seguire dei percorsi segnati. Il processo storico, il progresso scientifico (sempre previamente epurato della pur necessaria sequenza di tentativi ed errori, sui quali si taceva), perfino il progredire della letteratura nella lingua dei padri, ma non in quella dei nonni, erano sempre apparsi nei lunghi mesi di scuola agili, leggeri, manovrieri quanto una enorme mietitrebbia con il volante bloccato che sferragli e battendo proceda imponente in un campo di grano. Le vacanze erano invece semplicemente quell’oro del campo di grano, dove s’indovinavano i disegni irriproducibili delle folate di vento tra le spighe, le traiettorie di una mosca, o di una farfalla o, a sera, di una lucciola, le mappe imponderabili delle buche delle talpe o delle tane dei serpenti, le macchie senza schema dei papaveri rossi, il riverbero sonoro del frinire di cicale o di grilli, i bordi senza definizione dei ciuffi di garofani selvatici bianchi dalla corolla tinta di rosa.

Non mi affannerò dunque certo a luglio a seguire testardo il disegno di segnare un disegno del mio itinerario di carta come fossi assiso sulla motrice che tira la mietitrebbia dagl’ingranaggi masticanti, ma in quel campo di grano m’immaginerò disteso, come talvolta fui, sommerso dalle bionde, ondivaghe spighe, a fissare il sole.

Il sole. Gira davvero tutto intorno a lui? L’astronomia appuntata alle elementari nelle menti dei bambini lo voleva immobile, con buona pace di Tolomeo l’alessandrino, ma pure di Copernico stesso, inghirlandato dalle ellittiche orbite dei pianeti, piatte, immobili ricorsive, in uno spazio inconfessabilmente immaginato comunque a due sole dimensioni.

La verità, sappiamo, è che il sole è una palla di fuoco che essa stessa sfreccia nell’Universo, l’universo senza punti cardinali per via dei quali si possa dire ch’esso stia precipitando oppure che sublimi, e con gli altri pianeti e il nostro piccolo mondo che gli s’avvitano, disegna nelle tre dimensioni una spirale velocissima che nessun piano potrebbe trattenere e che muove, invece, con angolature, certo, tutte calcolabili, verso tuttavia orizzonti ultimi sconosciuti.

Giusti dieci anni fa si teneva a Roma un convegno internazionale sulla mobilità dei mestieri del libro tra il Quattrocento e il Seicento, i cui atti venivano pubblicati per i tipi di Fabrizio Serra Editore. Un contributo di Maria Gioia Tavoni dal titolo Stampare in itinere: il torchio al seguito era incentrato sullo studio della consuetudine di produrre materiali a stampa durante un tragitto. Vi si faceva riferimento, in abbrivio, all’esperienza di tale tipografo Alonso Gómez, ad esempio, che accompagnò il re Filippo II di Spagna in un suo viaggio in Portogallo, «per produrre, strada facendo, materiali inneggianti all’augusto committente». Sempre fonti spagnole, citate da Tavoni, riferivano di un carro sul quale era issato un torchio per la stampa, in itinere, durante una processione. Siamo nella Valenza del 1662, dove, «fra danze di gitane e di gitani, il folto popolo dei fedeli segue la solenne processione della Immacolata Vergine Maria che, accompagnata da carri e da suoni e canti, si snoda per le piazze e le calli della città». Versi, epigrammi, preghiere e canti inneggianti l’Immacolata vengono stampati lungo l’itinerario sul carro, ad uso delle folle e dei fedeli. Pure nella coeva Emilia-Romagna italiana, nella biblioteca comunale di Imola, l’autrice trova documenti e tracce che attestano come un torchio viaggiasse al seguito di una visita vescovile nel contado. Da ciò, Tavoni si proponeva di avviare un più ampio studio che scoprisse il come e il perché ad alcuni stampatori venisse concesso il privilegio di stampare in itinere e già comunque l’autrice rilevava come il fenomeno della stampa occasionale in itinere fu un fenomeno a suo modo di lunga durata, che sopravvisse per tutto l’antico regime tipografico, ripetendosi ad esempio in Italia nel molto successivo Ottocento.

Con queste istantanee storiche suggestioni anche la fissità stessa delle parole a stampa, quell’intrinseca definitività che contrappone talvolta la parola scritta al fluire delle cose del mondo parrebbe venir meno, tutto quello che crediamo di aver fissato di noi stessi e della realtà apparendo poco più che un foglio fresco d’inchiostro, appena appena tirato fuori dalla pressa nel bel mezzo stesso del vociare della folla.

Non sono vecchio, nonostante i miei sforzi, ma ho i miei anni, ed ecco: questo mi appare, oggi, che sia tutto il fantasticare e tutto lo scrivere e stampare, e tutto il leggere di questa piccolissima comunità umana perduta in una notte di luglio come moscerini inquieti aggrumati e impazziti in un insistito andirivieni contro la luce d’un faro di sera. Ci affaccendiamo, ci entusiasmiamo, crediamo d’aver compreso; ronziamo attorno a un torchio montato su un carro.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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