May 22, 2022 Last Updated 6:10 PM, May 19, 2022

Jules In evidenza

Pubblicato in Scrivere
Letto 135 volte

(Esplorando il delitto – parte quarta)

 Il caso non è chiuso. L’avevo detto. L’avevo scritto qui, su queste colonne, il 13 novembre 2019. E adesso esito. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2021 misi la parola fine a una storia costatami tempo e fatica, romanzo che non vedrà mai la luce, tra le cui pagine, inopinatamente direi, s’era manifestato un delitto. Avevo scritto d’impeto di un delitto forse premeditato, avevo poi a lungo costruito con determinazione il mondo attorno a quel gesto che era parso proprio a me che lo scrivevo inattuale, inusitato, incongruo. Un omicidio stanco, inevitabile e insensato, che ero stato costretto a consumare perché la natura delle cose dello scrivere me lo aveva imposto, lo aveva imposto cioè prima alla mia mano che vergava e poi, soltanto dopo, me ne aveva reso consapevole.

 

Il mio non è, non voleva essere, un giallo, non nelle mie intenzioni, ma dei gialli condivideva quell’”ambigua ragione” alla quale aveva accennato Leonardo Sciascia ne Il metodo di Maigret, volumetto del quale pure mi ero occupato tempo prima sempre su questa rivista. E dunque, tra quête ed enquête, come scrissi, ecco che mi trovo a stendere quel che pare destinato a essere l’ultimo atto della tetralogia.

Nella sua raccolta di scritti sul giallo che già lo omaggia sin dal titolo, Sciascia dedica un capitoletto intero al Maigret di Simenon, riconoscendogli, più che particolari doti investigative, spiccate qualità umane. «Maigret è un uomo che si affida alla conoscenza del cuore umano e alle istantanee intuizioni», scrive Sciascia, «e sa cogliere nella vibrazione di una voce, nell’esitazione di un gesto, nell'arredamento di una stanza, più verità che nelle impronte digitali e nelle perizie balistiche. Non è un fanatico della legge: qualche volta lascia persino che il colpevole non paghi nella misura della legge; gli basta sapere che pagherà nella misura del rimorso.»

Di Simenon, dissi, oltre pochi romanzi duri, avevo già letto più di una quarantina di quelli della serie dei Maigret alcuni dei quali, non mi vergogno a dirlo, mi avevano persino commosso, se vogliamo metterla così. Mi ritrovai presto a volerne afferrare di più, di quel mondo: andare oltre, entrare dentro – non saprei dire – quelle atmosfere a un tempo topografiche e intime, quelle storie poliziesche in cui non esiste, in definitiva, un risolvere, bensì un comprendere, un compatire quasi, azzarderei.

Un passo lo mossi con l’aiuto di Salvatore Cesario, grazie al suo Su Georges Simenon. Maigret conversazionalismo abduzione proustismo schizo-scrittura (Edizioni Scientifiche Italiane, 1996), testo probabilmente non del tutto alla mia portata come spesso accade, che era stata la prima monografia in italiano di un italiano dedicata al mio personaggio poliziesco preferito, sondandone la particolare natura dell’abduzione spesa come tecnica investigativa, affrontando temi come il passato, la coscienza e il destino, il dialogo, l’inconscio, la scoperta, la conversazione, la scrittura e il suo arrendersi alla dettatura, il rapporto tra il personaggio e l’autore, tentando d’arrivare all’uomo.

Parafrasando una affermazione del celebre storico della filosofia Eugenio Garin, Cesario si chiedeva se non vi sia più psicologia nei romanzi che nei libri di psicologia e affondava subito, per la sua analisi, in quel particolare paesaggio delle relazioni interpersonali costruite sulla comunicazione, in cui le parole si pongono quali “unici abitanti della scena”, domandandosi se quelle che si muovano nel contesto psicanalitico o terapeutico, rispetto alle altre, rispetto a quelle che si spendono nei contesti più comuni, abbiano o meno uno statuto speciale.

Con l’autore mi ritrovavo dunque così proiettato al centro dell’argomento, e dello sgomento che l’argomento provoca. Tra la letteratura e la vita, e tra la letteratura gialla e la letteratura, secondo le divisioni pur troppo rigide delle quali dissi nelle prime parti, lungo il percorso che porta comunque alla ricerca e alla comprensione dell’esperienza umana, nei gialli si individua un grosso aiuto, per dire così, ci si trova sempre un elemento che può essere trattato come un “fatto” e che con la sua potenza concorre a determinare lo spazio circostante della realtà: un cadavere.

Un cadavere, a differenza forse d’ogni altro elemento di una storia, non è un ragionamento, mi rassicurava l’autore, non è una semplice ipotesi. Maigret spesso tenta d’identificarsi con l’ipotetico assassino, seguendo le diverse modalità con le quali declina il procedimento abduttivo, e talvolta tenta anche d’identificarsi col cadavere, con la vittima, per provare a ricostruire i pezzi del vissuto mancante, fino a riuscire, magari, nell’intento di morire – di nuovo – con questi. Maigret tuttavia non frequenta quel tipo di identificazione intellettuale propria degli investigatori figli di penne d’altri, lui è una spugna, lui sperimenta una identificazione affettiva. E per identificarsi in qualcuno la prima cosa che occorre fare è spersonalizzarsi, separarsi da sé, per accogliere nel sé vuoto un altro sé.

È possibile conoscere, comprendere qualcun altro, senza conoscere sé stessi, senza risolvere sé stessi? È vero, durante la mia piccola, personalissima esperienza chiusasi in quell’aprile, anch’io credo di aver sperimentato, per brevi momenti almeno, l’esperienza di veder nascere – in me? – un personaggio, e di vederlo muoversi e sentirlo vivere, quasi, da sé stesso, anch’io avevo avvertito la necessità di fargli spazio, di non farmi, di non farlo distrarre da me né da nessuno, di assecondare quella parte di me che lui impegnava fino a garantirgli di poter continuare a essere lui, non più io, non più me, a tessere la sua parte della storia. E lo facevo, l’ho fatto, con l’unica evidenza materiale del caso: con le parole, con le parole scritte. Essere un altro, esserlo addirittura pro quota, per così dire, è un’esperienza tutta vissuta sul filo dell’assurdo, totalizzante ma fragile, e restituisce, nel caso di Simenon, una scrittura che è certamente precisa ma deve essere rapida, fulminea quasi, stretta com’è dalla febbrile necessità di dar voce a una identità alternativa e impalpabile, reale soltanto nella realtà accettata come tale di un universo inesistente.

La risultante, nel suo caso, sono i suoi Maigret, scritti tutti velocemente, ciascuno in poche giornate di lavoro al ritmo costante di venti pagine al dì, fatti per esser letti in un paio d’ore o poco più; la sua scrittura, secondo quello che lui stesso confessa è sintomo di una malattia e la sua cura, è l’evidenza manifesta di un’inquietudine esistenziale, la necessità di oggettivare i propri vivendo i mali degli altri, pure a costo d’inventarseli. È questo probabilmente il fondamento sul quale si basa quella che Cesario definiva la schizo-scrittura di Simenon, il suo concretare le proprie esperienze anche fisiche, anche corporali, oltre che intellettuali ed emotive che lui, come chiunque al mondo, conosce da sé e di sé consapevolmente soltanto in minima, minima parte.

Un romanzo giallo allora ha probabilmente questo di rassicurante, e cioè il rendere concreto grazie a un fatto eclatante tutto il buio che s’addensa attorno all’esperienza umana, così intrisa di inconsapevolezza, di assenza, di “tempo perduto”, per dirla con Proust, recuperandone parte mediante una rilettura paziente, una diligente esegesi seppure da diritto penale, una ricostruzione a posteriori, e poi di consentire di allentarlo, quel buio, di schiarire almeno parzialmente alcuni aspetti dell’esistenza che vi s’intravvede, e la composizione delle forze che la dominano, che l’hanno sempre dominata, fino a illudere chi legge di poterci capire, alla fine, qualcosa. Fino a illudere chi scrive, persino, che nel grumo dell’inespresso ci fosse o ci sia qualcosa di comprensibile, e di dicibile, addirittura.

Ma non intendo farmi prendere più di tanto da queste mie considerazioni, postume alla lettura di Cesario e postume al mio lavoro di allora, ormai terminato. Del resto, quello dell’identificazione nell’altro può ben rivelarsi un bluff, come avvertiva il saggista, tanto in una inchiesta poliziesca quanto in un intervento psicoterapeutico, e dunque più onestamente, e più duramente, magari, a quella identificazione nell’altro dovrebbe precedere una disidentificazione da una certa illusoria percezione di sé stessi, e solo a questo punto seguire, ove mai ci si riuscisse, un posizionamento, più centrato, in sé stessi. E il giallo di Simenon, la lunga serie dei suoi Maigret, conserva ancora questo, di rassicurante, l’essere un continuo confronto con l’angoscia della morte, il buio più buio tra quelli conosciuti, senza farla diventare un giocattolo freddo, e senza togliere umanità all’esperienza di chi vi si avvicini.

Un mattino di aprile dell’anno passato mi ritrovavo dunque anche io in un certo senso di nuovo solo con me stesso, dopo essermi inseguito, e poi riflesso, a tratti scorto a tratti confuso con altro, frainteso persino, lungo centinaia di cartelle dattiloscritte, senza più avere la possibilità di evocare quel dialogo così tanto suggestivo perché assolutamente libero e apparentemente arbitrario con i miei personaggi, e mi ritrovavo, per aggiunta, con un delitto sul quale ero ben lontano dall’aver fatto completamente luce.

Il mio Simenon, tra i cinque Maigret scritti nel corso del 1950, stende anche Le memorie di Maigret, una storia del tutto particolare, perché in essa si conoscono, si studiano, si “imparano”, l’autore di Maigret e Maigret, per l’appunto, il suo personaggio. Il primo capitolo della storia risulta proprio così rubricato: Nel quale colgo volentieri l’occasione di chiarire una buona volta i miei rapporti con il signor Simenon. È la finzione che chiede conto alla realtà del suo esistere, si direbbe quasi, è Maigret che sta a sindacare il come e il perché questo giovinotto che ama definirsi romanziere piuttosto che giornalista, questo Georges Sim che ha già pubblicato qualche romanzetto sui fatti di nera occorsi a Parigi e viene così ben introdotto al Quai des Orfèvres nientemeno che dal capo della polizia giudiziaria, il superiore del commissario stesso, si sia messo a scrivere di lui, a descriverlo, a ridisegnarlo nelle sue storie, dal comportamento all’abbigliamento, e pretenda persino, infine, di dargli indicazioni sul come comportarsi per risultare, lui, Maigret, reale, e non l’invenzione del romanziere. Una cosa Simenon fa dire a Sim in risposta alle obiezioni di Maigret che tenta di difendere la propria realtà fattuale – nella finzione della scrittura, certo – e questa cosa ha a che fare con il modo in cui la realtà, tutta la realtà sempre si manifesta: «La verità non sembra mai vera. Non parlo solo di letteratura o di pittura. Potrei citare il caso delle colonne doriche, le cui linee sembrano rigorosamente perpendicolari e invece danno questa impressione solo perché sono leggermente curve. Se fossero proprio diritte il nostro occhio le vedrebbe bombate, capisce? [...] Provi a raccontare a qualcuno una storia qualsiasi. Se non la ritocca un po’, apparirà inverosimile, inventata. Con qualche aggiustatina, invece, sembrerà più vera di quanto non sia. [...] Rendere le cose più vere di quanto non siano, tutto qua. Ed è proprio così che ho fatto con lei, Maigret: l'ho resa più vero di quanto non sia!».  Per converso, proprio questi, il povero commissario che risultava, nelle Memorie, meno vero di quanto non fosse, alla fine delle sue proprie riflessioni, alla domanda se dopo venticinque o trent’anni di servizio non gli capitasse di sentirsi nauseato, concludeva che una conoscenza superficiale allontana dall’uomo, mentre a riavvicinarlo ad esso è una conoscenza più profonda.

Il fatto più increscioso d’altri, per quanto mi riguardava, mi si sarebbe reso evidente di lì a poco, ed era che risalendo a ritroso la corrente del narrare, esaminando la galleria dei personaggi ai quali avevo dato vita, e tra questi persino il possibile omicida, come non li avessi inventati io, come se, per dirla con l’espressione d’altri, non fossero stati tutti miei figli, il personaggio che mi rimaneva totalmente ignoto, insondabile, era quello al quale, creandolo, avevo domandato il sacrificio apparentemente maggiore: la vittima.

Simenon aveva improvvisamente smesso di scrivere, terminato il proprio mestiere di romanziere, come lo considerava, e riteneva d’essersi tutto sommato messo a riposo, quando con l’aiuto di un piccolo registratore che aveva preso il posto della macchina da scrivere iniziò a dar forma a un corpo di memorie, a una autobiografia accennata, che io avrei letto sotto il titolo di Un uomo come un altro, per i tipi di Arnoldo Mondadori Editore. In quelle, lo scrittore ricorda di come aveva affidato i tre o quattro romanzi nei quali aveva iniziato ad abbozzare la figura di Maigret all’editore Fayard, che aveva all’epoca fama d’aver fiuto, e di come questi, dopo pochi giorni, lo convocasse per dirgli: «In definitiva qual era il suo obiettivo? I suoi non sono romanzi polizieschi veri e propri. Un romanzo poliziesco si svolge come una partita a scacchi di cui il lettore possiede tutti gli elementi fondamentali. Il suo commissario non è infallibile, non è neppure giovane e affascinante. Le vittime e gli assassini, poi, non sono simpatici né antipatici. La storia finisce sempre male. Non si parla d'amore né di matrimonio. Come può pretendere di conquistare il pubblico in questo modo?» Ma quando Simenon aveva teso la mano per riprendere i manoscritti, egli li trattenne: «Tanto peggio!» concludendo, «Perderemo molto denaro, ma voglio tentare l'esperimento.»

Dopo quegli inizi, e dopo decenni di scrittura e decine di romanzi, Simenon rifletteva: «In fondo non era indispensabile scrivere per tanti anni: la mia ricerca dell'uomo, la mia spietata determinazione di capirlo non presupponevano necessariamente la creazione di tanti personaggi.», salvo poi, qualche giorno, qualche registrazione e qualche pagina più avanti, aggiungere: «La verità è che dovevo assolutamente creare i miei personaggi e identificarmi in loro.» E poi, ancora, più avanti, riferiva di un sogno strano, meglio, di una di quelle visioni che prendono nel momento del dormiveglia, durante la quale Simenon aveva visto, davanti a sé un uomo, di spalle, un uomo più alto e più massiccio di lui, del quale intuiva, così, senza vederlo in volto, una serenità che gli invidiava: «Immerso nel mio dormiveglia, ho impiegato un po’ di tempo prima di rendermi conto che non si trattava di una persona reale, ma di un personaggio nato dalla mia fantasia. Era Maigret, [...] un Maigret in pensione, come me, ma di alcuni anni più giovane di me. [...] Non so se mi sono improvvisamente addormentato o svegliato.»  

Cosa rimane da aggiungere? Ove mai ciò potesse servire, ricordo che almeno i miei primi venti Maigret io li lessi nel giardino di una casa al mare, un’estate, in un angolo dove discosto è un limone che per anni non ha dato mai frutti prima di diventarne improvvisamente molto prodigo. Non so dire, adesso, ma potrei verificare, se il volgere del sole in quel punto preciso allungasse l’ombra a mano a mano che leggevo, su me e sulla mia lettura, o piuttosto mi esponesse in piena luce.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Devi effettuare il login per inviare commenti

Numero 100

 

Puoi acquistare la copia

cartacea di Goccedautore.it

presso il circolo Culturale di Gocce d'autore

n100

copertina

Cercaci su Facebook

Gli ultimi articoli

s l1600