Dec 07, 2021 Last Updated 7:57 AM, Dec 1, 2021

Caffè sospeso In evidenza

Pubblicato in Scrivere
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Nel volgere di meno d’un paio d’anni, da società o collettività che fossimo, senza che i più se ne impensieriscano, siamo diventati gregge. Chi ci vuole gregge rilutta di fronte ai diritti individuali, persino quelli personalissimi e, del pari, di fronte alle esigenze, altrettanto naturali e irrinunciabili, dell’organismo sociale.

 

Prima che diventassimo gregge, il Paese, da sempre trattenuto, oggi bloccato, andava oziosamente facendo i conti con uno stato delle cose sostanzialmente rappresentato come ineluttabile nei suoi termini primi, intenzionalmente ridotto alla falsa dialettica elementare tra problema e unica risposta al problema; realtà in cui la povertà del linguaggio, se non è simbolo non più intelligibile, è solo parte dell’immiserimento generale, che con questo ingaggia il diuturno gioco tra l’esserne causa e l’esserne effetto.

Ma prima che l’intera realtà nazionale, per limitarsi a essa, si riducesse a un mero fenomeno clinico, qual era lo stato del benessere generale della società?

In questi giorni, leggendoli in parallelo, mi pare di trovare in due libri un interessante, possibile legame tra una vicenda individuale molto particolare e lo scenario nel quale essa si è determinata, quasi la descrizione degli elementi costitutivi di una scelta personale mai dichiarata operata in un contesto sociale che doveva ritenersi per molti versi perduto.

Federico Caffè, del quale non senza qualche difficoltà riesco a recuperare un volume, Scritti quotidiani (Ilmanifesto-manifestolibri, 2007, con prefazione di Pierluigi Ciocca), che è la raccolta dei suoi articoli pubblicati su Il manifesto nel periodo tra il 1976 e il 1985, mi propone un ritratto disincantato, impietoso, ma certamente competente e puntuale, di quella che definivamo scolasticamente l’economia di mercato, o più velleitariamente l’economia del benessere, in un’epoca in cui, intorno ai quarant’anni fa, già si tendeva a spacciarla come unica realtà socioeconomica possibile, avendo ancora tuttavia il ritegno, allora, di non dare questo dato per scontato.

Il dato di partenza, che oggi sembra semplicemente espunto dal dibattito intellettuale, è che il mercato non possa essere ritenuto il regolatore assoluto della vita di una determinata società, necessitando esso stesso di regole, correttivi, controlli, limitazioni.

La società di mercato senza regole che già si conosceva allora, e che oggi vediamo confermata in tutti i suoi guasti, poggia sulle sofferenze umane delle persone comuni, sofferenze che non vengono contabilizzate nelle categorie economiche dominanti, ma che non cessano per questo di essere né concrete, né diffuse.

Parallelamente, i vuoti discorsi su un riformismo teorico, già allora come ancora oggi, dimostravano il tratto principale di una certa assoluta vacuità quando si proponevano come una imminente, anzi prossima, anzi magari remota palingenesi, mentre quelli che li pronunciavano s’astenevano – e s’astengono – dall’apprestare gli strumenti per i miglioramenti concreti e possibili, ancorché parziali, interinali, che le condizioni del momento già all’epoca richiedevano, e oggi quasi, per sfinimento, non domandano più.

Caffè, economista solido, e scomodo, chiama l’attenzione collettiva, quella dei decisori, quella degli accademici come lui, e quella del cittadino, a uno a uno, su tutti i puntuali temi d’attualità, su tutti i punti di crisi di un capitalismo che negli anni più distanti dalla Costituente, e distanti dal miracolo economico, manifestava la propria inclinazione alla deregolazione totale, alla finanziarizzazione, all’estremizzazione del profitto, alla noncuranza del corrispondente costo sociale.

In questo quadro tendenziale, Caffè vede la mano pubblica ritrarsi anziché incidere, vede l’intervento pubblico in economia farsi via via più timido, fino a diventare non l’arbitro, come la Costituzione stessa intendeva che fosse, bensì scimmiottatore maldestro delle medesime dinamiche economiche e finanziarie private che avrebbero dovuto invece essere rimesse alla sua custodia, al suo controllo vigile.

Costituire riserve auree, “investimenti inerti”, anziché costruire case popolari, asili nido, ospedali, non fronteggiare l’investimento estero con una regimentazione delle importazioni, cullare lo sviluppo di organismi economici comunitari che sin dai primi passi mostrino i tratti tipici di un direttorio, anziché essere un luogo di composizione democratica degli interessi continentali, e ancora, assecondare, favorire una informazione a senso unico nella quale l’economia stessa viene propinata come una realtà tetragona, dogmatica, indiscutibile, insindacabile, infallibile anziché quella imperfetta ricerca di un equilibrio, sempre da verificarsi, passo a passo, e senza preconcetti, come qualunque conoscenza, qualunque esperienza umane, qualunque scienza, il tollerare l’assoggettamento del consumatore, che dovrebbe esserne sovrano, alle forze economiche, di grandezze sproporzionate e dai fini tutt’affatto non coincidenti, la noncuranza verso il fatto che alle manchevolezze del mercato corrispondono, molto spesso, proprio le esigenze vitali, ma non paganti, della collettività, l’uso del tutto strumentale di una normalizzazione sociale di tipo moderato al solo fine di fronteggiare le urgenze, talvolta necessariamente scomposte per mancanza di spazio politico di manovra, dei ceti popolari, sono tutte occasioni mancate, sono tutte violazioni del patto sociale originario sulle quali l’economista, Keynesiano ma non certo bolscevico, purtroppo spesso in splendida solitudine si ritrova a formulare la propria denuncia.

E proprio il suo essere Keynesiano ma non certo un propugnatore di una nuova Rivoluzione d’ottobre a latitudini più temperate gli assicurava la credibilità adeguata per denunciare i tratti di un capitalismo monopolistico, di un oligopolio negli strumenti di finanziarizzazione dell’impresa, nell’ammonire, inascoltato, sulla necessità di una socializzazione delle sovrastrutture finanziarie e in ultimo, nel contestare proprio alle sinistre italiane il non avere armi segrete, soluzioni miracolose contro questo stato di cose, e contemporaneamente il loro non farsi più carico di una dialettica rigorosa nei confronti di una realtà siffatta, il loro abbandonare sul campo, illuse e sconfitte, proprio le classi lavoratrici sempre chiamate a pagare il costo sociale di questo stato di cose.

Quale esperienza maturava a sinistra, agli occhi di Caffè? In quegli anni essa contestava “il panettone di Stato”, preparandosi in gran fretta a diventare addirittura coprotagonista della lunga, e tragica stagione, oggi possiamo ben dirlo, delle privatizzazioni, accodandosi alle voci interessate che con finto scandalo accusavano le inefficienze di un sistema pubblico, denigravano l’apparato delle partecipazioni statali e gli istituti pubblici operanti nell’economia, invocavano – e ottenevano – la moderazione salariale quale unico strumento per recuperare una fittizia capacità d’impresa e, nel contempo, sterilizzavano ogni possibilità di calmierare i prezzi, anche quelli amministrati, anche le tariffe, i canoni, oltre che quelli dei beni di prima necessità.

Dove portava, dove avrebbe portato, secondo Federico Caffè, una situazione siffatta, della quale – ovvio – quelli che riporto non possono essere altro che cenni minimi? Mercè un preoccupante conformismo dell’informazione, che l’Autore già allora definiva testualmente, quarant’anni fa, in un articolo del febbraio ’81, come “situazione «di regime»”, per via del collaudato meccanismo secondo il quale «l'iterazione viene confusa con la convalida; tanto più che l'estrema inclinazione alla dimenticanza porta a trascurare ogni verifica tra previsione e consuntivo», già gli operatori economici di questo capitalismo nostrano – e continentale – si preparavano a celebrare, indisturbati, il funerale dello stato del benessere e, per esso, dello stato sociale, tacendo sul fatto che il primo era una realtà che non aveva mai raggiunto, in nessuna stagione repubblicana, la totalità della popolazione e che il secondo aveva ancora, per così dire, amplissimi margini effettivi di miglioramento.

La rinuncia a una effettiva tutela ambientale, la timidezza con la quale si apprestavano rudimentali tutele alle categorie lavoratrici, la manchevolezza con la quale si guardava a una costante, crescente sperequazione tra le capacità di reddito delle varie categorie sociali, la miopia, se non la premeditazione con la quale si rinunciava alla proprietà pubblica delle significative attività produttive, l’insensibilità con la quale si lasciava operare la mattanza del piccolo risparmiatore nelle quotidiane spregiudicate operazioni di Borsa, di una Borsa valori senza controllo alcuno per la quale solo troppo tempo dopo si sarebbe arrivati a istituire una Consob, e con gli esiti che conosciamo, tutto questo, e non soltanto questo, scopre il nervo di un corpo sociale ben lontano da effettive, e diffuse, condizioni di benessere, anzi percorso dalla tracotante azione degli speculatori della finanza, degli improvvisati o degli ignavi di certa classe politica e dirigente, delle «pressioni indecenti della CEE» che pure allora, già allora, s’aggrumavano su veline formatesi in ambiente domestico nazionale.

Accanto a tutto, il divorzio forzato all’epoca consumatosi tra il Tesoro e l’Istituto di Emissione, cui segue in epoca più recente la rinuncia alla politica monetaria nazionale, «sicuramente destinato [...] ad accrescere l'onere già pesante degli interessi sul debito pubblico; che la copertura ad hoc di spese addizionali è destinata ad essere fatalmente aggirata, in quanto costituisce un assurdo logico, amministrativo e finanziario: la negazione stessa di ogni impostazione moderna della politica economica. In fondo, sarebbe molto più originale se, in luogo delle loro sollecitazioni melense, le autorità comunitarie proponessero all'Italia una articolata “soluzione finale”: che i terremotati, che i giovani disoccupati, che le imprese in crisi, oggetto di trasferimenti (che andrebbero definiti di sopravvivenza, anziché assistenziali) siano lasciati al loro destino, indipendentemente da ogni considerazione politica e sociale. Dire in sostanza la stessa cosa, in termini apparentemente paludati, realizza una non commendevole fusione di banalità ed ipocrisia.». Lo scritto è del novembre ’81.

Mi fermo, ma invito chi possa e voglia a procurarsi gli scritti del Professor Caffè, che già nel 1985 denunciava l’”autoritarismo strisciante”, il quale ultimo già allora assumeva la forma di un “arbitrio insondabile”, fondato sulla pretesa necessità di lasciar lavorare i manovratori, sull’invito, che a me pare oggi purtroppo finalmente pienamente accolto, rivolto «al “culturame” a tenersi in disparte».

Chi oggi ci vuole gregge, e sollecito ci ammansisce per il nostro proprio bene, non può che sperare che dimentichiamo, come gregge, di quante scorribande e di quali branchi, e di aggressioni, la nostra storia collettiva è stata vittima e lo è tuttora.

Questa voce inascoltata è la fiammella della vita intellettuale di Federico Caffè, nato nel 1914 a Pescara, Professore Ordinario di Politica economica e finanziaria presso l’Università La Sapienza di Roma, che tra il 14 e il 15 di aprile del 1987, lascia sul tavolino accanto al proprio letto nell’abitazione romana di via Cadlolo a Monte Mario l’orologio, le chiavi, gli occhiali, il passaporto e il libretto degli assegni e sparisce, senz’essere mai più ritrovato, nella notte.

Ermanno Rea, giornalista e scrittore napoletano, della tensione morale e dell’urgenza intellettuale di quest’uomo, e della sua vicenda umana, in L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato (Feltrinelli, Prima Ed. in Universale Economica, 2019), ne fa una toccante indagine, imperniata sul significativo punto della sua dissolvenza. Suicidio, allontanamento volontario, ritiro, sparizione? Il destino del Prof. Federico Caffè è un enigma ancora oggi senza soluzione.

Il tormento, il malessere dello studioso e dell’uomo che per molti versi aveva avuto motivo di cadere vittima di quel social-despair, quella disperazione sociale per una battaglia che non può che considerarsi perduta, getta le sue ombre su questa fine inusuale.

Caffè. Proprio il titolo di un suo articolo divenuto celebre, La solitudine del riformista, gli valse l’etichetta che molti gli appiccicarono addosso, lui ch’era il propugnatore delle riforme possibili, della politica dei fini discreti ma concreti, in tal senso tanto più Gramsciana delle altisonanti dichiarazioni che da gran parte della sinistra non cessavano di risuonare, quando già da allora il riformismo era stato sostituito, conservandone la sola etichetta, da una pressoché piena adesione al globalismo capitalistico liberista.

Cosa può aver fatto aggio nell’animo complesso e sensibile dell’uomo Caffè, sulla sua mitezza, sulla sua pacatezza, sulla sua disciplina, fino a sottrarlo ai suoi affetti, ai suoi pure tanti, sinceri, estimatori?

Se si pensa a una scelta volontaria, certo avranno pesato le sue posizioni, rimaste per lo più inascoltate in un Paese che ancora oggi risulta non dissimile, se non peggiore, nelle sue dinamiche, da quello da lui osservato: Paese in cui il conflitto sociale è prima paralizzato e poi rinnegato; Paese in cui il Parlamento appare ancora e sempre esautorato o stanco; in cui la disoccupazione, quel male sociale che Caffè considerava insuperabile per frustrazione e disgregazione che comporta, diventa addirittura fattore nel gioco fittizio della tenuta valutaria; Paese in cui il vero regolatore è il capitale finanziario detenuto da “incappucciati”, come lui stesso li definisce, e in cui l’unico avvicinamento concreto tra le sue componenti sociali più distanti s’è perpetrato nella standardizzazione e diffusione su larga scala dei prodotti, ma che conserva intatte quelle distanze con riguardo invece alla scarsezza dei beni posizionali, saldamente ancora in mano alle categorie élitarie, e alla penuria di essenziali beni primari.

Questo, certo. Ma anche la vicenda umana, della quale Rea tratteggia con precisione e tuttavia con sensibilità diversi significativi momenti, non può certo esser risultata ininfluente. E sopra tutte le vicende, quell’attacco al suo “laboratorio” universitario di economia, in via del Castro Laurenziano a Roma, dove nel giro di pochissimi mesi Caffè è costretto ad assistere alla morte dei suoi più vicini allievi e collaboratori: Franco Franciosi, consumato da un fulminante tumore al fegato; Fausto Vicarelli, uscito inspiegabilmente di strada con la sua utilitaria in un giorno di pioggia sulla tangenziale al bivio tra San Giovanni e la Tiburtina, sopra il Verano, mentre tornava a casa  a Casal dei Pazzi, e poi lui, Ezio Tarantelli, il 27 marzo 1985, trucidato proprio all’Università dalle nuove Brigate Rosse.

Cosa propugnava quel gruppuscolo di accademici e studenti, cattolici e no, liberali e no, marxisti e no, guidati da Caffè, come riporta Rea? Una politica economica «che consideri irrinunciabili gli obiettivi di egualitarismo e di assistenza che si riassumono abitualmente nell’espressione dello Stato garante del benessere sociale e che affidi all’intervento pubblico una funzione fondamentale nella condotta economica».

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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