May 09, 2021 Last Updated 7:14 AM, Apr 27, 2021

Non aprite quel cassetto In evidenza

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«È probabile che se si potesse tracciare una scia luminosa lungo il loro percorso – come le auto fotografate di notte lungo le autostrade – dagli uffici postali dai quali sono spediti a quelli delle città dove risiede l'editore, i plichi disegnerebbero un suggestivo tracciato attraverso l'Italia in largo e in lungo, assumendo una forma stellare in prossimità delle città dove le case editrici sono più numerose. Milano e Roma, plausibilmente. Non è possibile, senza un'apposita ricerca, conoscere il numero esatto dei plichi ricevuti ogni anno dalle case editrici.».

In questa specie di girone di ritorno che mi pare essere diventato il mio esplorare da profano il mondo dei libri e gli altri mondi satelliti – o gli altri mondi dei quali, per attrazioni gravitazionali, è satellite il mondo dei libri – mi trovo sovente a percorrere tratti sui quali, lungo questi anni che sono volati, mi pare d’essere già stato. E come quando si va su una di quelle belle provinciali delle nostre parti, e si guida per gusto di guidare, capita d’incontrare gli stessi elementi del paesaggio, una macchia boschiva, una improvvisa vallata, l’argine d’un fiume, dei calanchi sabbiosi, gotiche prominenze dolomitiche o le stesse carezze della ripa d’un lago dallo sciacquio meno che accennato, gli stessi che s’erano lasciati all’andata, solo cambiando di mano, capita che anche letture remote, delle quali già diedi conto, tornano sotto un aspetto diverso, mostrano l’altra faccia delle cose da scoprire, da considerare.

Avevo intenzione di documentarmi su un tema che mi sollecitava da tempo, per questi modesti interventi, e che riguarda il destino dei libri invenduti. Già: uno degli approdi possibili della cultura su carta, se non è la conservazione in una biblioteca, che sia una modestissima raccolta privata di volumi, che sia una delle più grandi, delle più antiche o magnificenti del mondo, se non è la perdizione, la perenzione in vita per via di una sua custodia gelosa e inaccessibile o di una sua collocazione fatalmente errata, se non è il fuoco, che sia il falò al centro d’un vociante fascio d’esaltati, o il rogo di Alessandria, che sia il camino di Pepe Carvalho dove a uno a uno singoli volumi vadano a ardere, storia dopo storia, è la distruzione in mille modi, la fine del percorso, e sopra tutti il macero.

Cercavo dunque fonti e letture con le quali farmi un’idea del fenomeno dei volumi editi – in Italia? nel mondo? – che vengono poi invece distrutti per i più vari motivi e mi sono reso conto che c’era un altro tratto di strada da percorrere, magari, prima di considerare questa fatale tappa finale della vita di un libro.

L’occasione di questa riflessione me l’ha data un volumetto, edito da Donzelli nella collana Interventi, nel 2004, scritto da Silvia Pertempi, sociologa e saggista dalle diverse curiosità, dal titolo Romanzi per il macero. Indagine sui manoscritti di narrativa ricevuti (e non pubblicati) da un editore, volume dal quale ho tratto la suggestiva frase d’abbrivio.

Tempo fa scrissi un breve intervento, su queste stesse pagine, su un libro piuttosto particolare, quel Perché non ho scritto nessuno dei miei libri uscito in Francia per Hachette nel 1986, e pubblicato in Italia per le Edizioni Theoria nel 1991, di Marcel Bénabou, nel quale con una divertente e suggestiva scaletta si metteva ordine a una semiseria fenomenologia degli scritti che non vedono la luce e anzi, meglio, di una eziologia, per così dire, se non di una scherzosa etica, che presidierebbe l’astenersi dallo scrivere. Profeticamente o troppo semplicisticamente, fate voi, in maniera sibillina e non bene argomentata, concludevo che quello, tra i volumi di una qualunque biblioteca, poteva essere il buon testimone di tutti quelli che non esistono, degli infiniti libri che avrebbero potuto esserci, dei molti, o pochi, che avrebbero dovuto.

Di quelli che poi invece s’intignavano fino a scriverla, un’opera letteraria, e meno male, aggiungerei, con esiti fortunati e per lo più noti, dell’opera degli scrittori veri, altrove, sempre tra queste pagine e con brevissime note, parlai del volume Ombre dal Fondo di Maria Corti (Giulio Einaudi editore, Torino, 1997), cronaca della nascita di quel “Fondo manoscritti di autori moderni e contemporanei”, che partendo da una donazione di alcuni taccuini da parte di Eugenio Montale, raccoglie da tempo molti manoscritti di opere famose della letteratura (e tra essi custodisce il prezioso universo di prime stesure, con le evidenze delle stesse riscritture, delle cancellazioni, delle modifiche, della grafia stessa, dei segni, degli errori e degli scarabocchi, come si trovano al tavolo stesso dello scrittore all’opera).  

Ma quando, bene o male, con coraggio, spavalderia o timore, avventatezza, presunzione o accompagnati da mille scrupoli e mille ripensamenti quelle carte, quei manoscritti vengono infine affidati a un editore, che fine fanno?

Intanto, i fatti s’incaricano di raccontarci che nella realtà del nostro Paese il numero delle persone che scrivono pare sproporzionato rispetto a quello delle persone che leggono, che in esso vivano e siano attive tantissime case editrici, dalle più grandi, storiche e affermate, a quelle medie, generaliste o specializzate, a quelle piccole e finanche piccolissime, e tra queste ce ne siano tante che hanno come clienti gli aspiranti autori, più che i lettori, che il numero degli autori è destinato già da tempo a incrementarsi per effetto di fenomeni nuovi e paralleli all’editoria classica, fenomeni del tipo del self-publishing, o della disseminazione nella rete, con mille mezzi, di contenuti autorali, fenomeni per via dei quali viene meno anche la funzione di filtro – e magari anche il freno – dell’intermediazione editoriale culturale di una volta.

I manoscritti, i dattiloscritti invadono, credo si possa dire quasi letteralmente, le redazioni degli editori, e a fronte di questo voluminoso input, l’output di prodotto che attinge a queste fonti, quello che cioè non è costituito dalla letteratura straniera d’importazione, o da opere di autori già affermati o personaggi conosciuti, o da opere sulle quali non ci siano più restrizioni riconducibili al diritto d’autore, pare piuttosto esiguo, minimo.

Silvia Pertempi ha potuto accedere all’archivio di un editore romano, Donzelli, il quale da molti anni non pubblicava più opere di narrativa, essendosi concentrato sulla saggistica di particolari aree d’interesse e che nonostante questa conosciuta scelta editoriale viene comunque raggiunto da un considerevole numero di proposte di romanzi e racconti. La maggior parte di queste, per non sovraccaricare inutilmente le stesse strutture della Casa, viene di fatto eliminata e soltanto una piccola parte, più o meno ragionata, rimane conservata nei suoi archivi.

L’autrice ha potuto metter mano a un archivio di poco meno che centoventi dattiloscritti, che costituiscono quindi un relitto di quelli pervenuti alla Donzelli nel solo biennio 2001/2002, e da questo campione, con l’avvertenza che non potesse ritenersi ragionato, rappresentativo, bilanciato perché per l’appunto pressoché casuale e troppo ristretto, ha comunque tentato di trarre alcune linee di ragionamento, tutte da verificare, su quel fenomeno che più che essere considerato come la letteratura sommersa, dovremmo trovare un’espressione gentile per intenderla come letteratura mai nata.

Pertempi si perita di dividere il campione, per come è possibile, per sesso, età, origini geografiche, titoli di studio, campi d’interesse e collocazioni professionali, sociali e lavorative del panorama degli autori che incontra; accanto a questi elementi, ipotizzandone per quanto possibile l’interazione, pone il tipo di storie, il genere narrativo, le caratteristiche stilistiche, le influenze culturali e/o i modelli di riferimento, e poi le tematiche, gli argomenti, le ambientazioni che quegli scritti delineano con risultati i quali, con tutte le avvertenze fatte delle quali ho riferito, comunque non mancano di fornire indicazioni piuttosto precise sulla realtà di una vasta area della popolazione culturalmente comunque attiva, direi così, del nostro Paese.

In essa, attraverso le pagine stesse degli autori, comunque scritte, si delineano tuttavia con una certa nitidezza da un canto le motivazioni di fondo che conducono la maggior parte delle persone a immaginarsi di scrivere una storia, e dall’altro il sistema valoriale sul quale queste storie dimostrano di essere fondate. Su queste come su altre conclusioni, pure delineate con tutta la avvertita prudenza dalla stessa autrice, faccio rinvio alla lettura del volume che, dico, è assolutamente agile e anzi s’impreziosisce, in chiusura, con alcune note autobiografiche scritte da alcuni autori tra quelli che avevano spedito il proprio lavoro alla Donzelli, dalla editrice richieste proprio per offrire alla indagine di Pertempi un ulteriore, suggestivo piano d’analisi.

Quello che mi interessa riprendere, invece, perché maggiormente in argomento con la mia particolare curiosità, è un concetto che la Pertempi sociologa esprime in premessa al suo lavoro e che mira a una visione completa del campo d’indagine della sociologia della cultura, che quando si occupa anche della letteratura, prende necessariamente in esame i rapporti tra “produttori, prodotti e ambiente socio-economico” ma, fatalmente, in questo contesto, prende in considerazione soltanto gli autori editi. «Se essi rappresentano nel bosco della letteratura le piante di alto fusto, il sottobosco è folto di persone, che pur avendo scritto romanzi, racconti, saggi, non hanno mai pubblicato. Forse per una più completa comprensione delle dinamiche della letteratura di un certo periodo storico e di un determinato ambito socio-culturale, se ne dovrebbe, nei limiti del possibile, tener conto.»

Non manca di annotare, nelle conclusioni, l’Autrice, che quello degli autori e quello degli editori sono due mondi che si muovono entrambi ed entrambi cercano d’incontrarsi; se un autore spera di trovare un editore che abbia fiducia in lui e lo pubblichi, anche l’editore è motivato, in linea generale, dalla speranza che un buon autore, una buona opera possano accrescere la visibilità e il prestigio della propria impresa editoriale, con tutte le positive ricadute di entrambi gli aspetti.

Purtroppo, il contesto, regolato da dinamiche di mercato più o meno assimilabili a quelle che governano ogni altra categoria merceologica e realtà produttiva, e il sostrato, una ancora bassa, molto bassa domanda di questo tipo di prodotto culturale, al di là, ancorché non del tutto indipendentemente, dalla qualità intrinseca delle opere che si propongono, ancora oggi segnano in basso il punto di composizione di queste spinte.

Superando le dinamiche connaturate al fenomeno esaminato, allora, per natura ancipite, culturale ed economico - imprenditoriale assieme, un elemento viene ancora da considerare, se vogliamo più particolare, quasi un dettaglio, che tuttavia, banalmente, non è cosa da poco per le persone, perché comunque di persone si tratta in definitiva, che abbiano con le più varie motivazioni inviato un manoscritto all’editore, a un qualunque editore, ed è quello che intenzionalmente indico nella forma più antipatica possibile, quella di moda: il feedback. Ho fatto io stesso un giro nella Rete e ho raccolto, se non propriamente fonti, una ricca messe di voci al riguardo. Spesso, spessissimo, quasi sempre, chi spedisce un dattiloscritto a un editore proponendogli la pubblicazione e sottoponendo alla sua insindacabile valutazione il proprio lavoro, a meno di rarissime eccezioni delle quali pure ho trovato puntuale riferimento, è destinato, semplicemente, a non avere risposta, a non saperne più niente; al silenzio rifiuto, come direbbe un qualunque azzeccagarbugli.

Invero, fatta eccezione per le maggiori Case o per quelle anche medie che abbiano comunque la possibilità di mantenere presso di sé una struttura sufficientemente articolata e competente di collaborazioni professionali, gran parte del panorama degli editori, oggi, non può permettersi di disporre, e dunque non può contare sul loro apporto, di redattori, editor, lettori qualificati che possano fare una scrematura ragionata e non arbitraria delle proposte che incessantemente, comunque arrivino, che su quelle per cui valga la pena possano lavorare più proficuamente, anche accanto agli autori stessi, per supportare l’impresa di sostenere un testo, di offrire al pubblico dei lettori una nuova lettura.

Ancora oggi dunque, per questo fenomeno al contempo enorme e sommerso che è lo scrivere e il proporre il proprio scritto non c’è altro approdo, non c’è riscontro. Ecco dove, nella maggior parte dei casi, finisce il percorso della parte oscura della letteratura.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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