Jan 17, 2021 Last Updated 2:41 PM, Dec 24, 2020

Letture inattuali per viandanti bloccati In evidenza

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«Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra la via Appia era un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia e per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti... Andava salvata religiosamente perché da secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte: la Via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene». Così scriveva Antonio Cederna su Il Mondo, l’8 settembre 1953.

 

Una delle tante storie che scrivo e che non vedranno mai la luce, su carta o soltanto nella mia mente, che corrono parallele a questi modesti interventi su queste colonne e talvolta, o spesso, paiono con essi intendersela, adesso che consta già di un numero non irrilevante di battute che come al solito non vanno da nessuna parte, se la guardo con un occhio estraneo, potrei quasi definirla come un romanzo topografico. Mi pare che tutto si svolga, quel po’ che d’azione c’è, come sul verso di una cartina di una città; città che non ha nome, tuttavia, non ha identità, che attinge per le proprie necessità di sussistenza alle sole geometriche categorie delle linee, dei solidi, che monta e che tramonta sui punti di fuga di prospettive ipotetiche, di fonti di luce momentanea. Inutile domandarmi perché.

Con Mirabilia, parola latina il cui etimo denuncia il legame identitario con l’idea di meraviglia, viene correntemente definito un genere della letteratura medievale di viaggio. Per secoli, viandanti e pellegrini si giovavano dell’ausilio di guide, le prime ancora costituite da manoscritti ai quali si succedettero poi i primi incunaboli, per la scoperta di nuovi luoghi da visitare. Particolare fortuna ebbero, nell’ambito del genere e con finalità assimilabili alle moderne guide turistiche, le Mirabilia Urbis Romae dedicate, evidentemente, alla celebrazione e alla illustrazione delle bellezze artistiche, architettoniche, paesaggistiche della città eterna.

Il tema della meraviglia ci sorprende, noi che segniamo la nostra esistenza come un cammino, e un particolare cammino tra le pagine e trai luoghi del mondo e della mente, come una proprietà, una qualità immanente e vivifica del paesaggio, di ogni paesaggio, non soltanto quello informato ai rigorosi canoni della bellezza classica, bensì di quelli, della mente o del mondo, che esercitano fascino su di noi. «In greco e in latino si parla del fascino come fosse una brezza, un’aura spirante dalle persone o dai luoghi, che a volte cresce, diventa turbine, nembo, nube abbagliante, riverbero dorato, ingolfa e stordisce», dice uno dei miei autori preferiti, Elémire Zolla, in abbrivio di Aure. I luoghi e i miti (Marsilio Editori, I ed. 1985), opera che percorre il mondo, pressoché tutto, alla ricerca dell’aura.

È questo caldo freddo, questo sentire la suggestione dei luoghi e questo mio rilasciare, di essi, così inerte rappresentazione, che mi fa tornare, per cercare conforto e forse un motivo, sulle belle pagine de L’immaginario urbano nell’Italia medievale (secoli V-XV), di Jacques Le Goff (in Storia d’Italia, Giulio Einaudi Editore, 1982, Annali, vol. 5 Il paesaggio). Il paesaggio urbano è si forma e struttura, ed è anche, se posso dirla così, proiezione al suolo di modelli, di idee. Il celebre storico prende in considerazione un periodo molto fecondo della storia delle città, durante il quale molto si fissa e molto si trasforma, nella loro transizione dalla struttura dell’antichità classica e prima che si arrivi, in certo senso, alla loro più moderna destrutturazione, nella loro relazione e nella loro interazione con l’ambiente rurale, naturalistico e libero esterno, nella loro funzione incubatrice d’ogni nascere, rinascere, affermarsi e dialettizzare di blocchi sociali differenti, nel loro porsi, secondo il proprio disporsi, entro il reticolo quadrato o rettangolare delle maglie disegnate su cardo e decumano oppure nel tentativo di riprodurre, nella circolarità di una pianta, l’ideale trascendente perfezione del cerchio.

Nelle città confluiscono e convivono una archeologia morta, testimonianza di sé stessa, e una archeologia viva, che conferma delle proprie remote origini ma non cessa di essere popolata, di rispondere a una funzione.

Tra i vari insiemi documentari di matrice differente ai quali lo storico guarda, quello delle laudes civitatum, quello più squisitamente sociologico e politico, Le Goff pone anche quello dei mirabilia: «Il meraviglioso urbano costituisce un capitolo sterminato dell’immaginario urbano [...] Finalmente la coscienza urbana medievale [...] si è espressa in una storiografia originale, un insieme di cronache cittadine, che rappresentano uno dei campi più ricchi della storiografia medievale [...] Questo [...] insieme documentario permette di afferrare l’immaginario temporale della città.»

E in questo immaginario convivono, con la storiografia, lo studio sociologico e quello culturale, quello politico e la storia dell’urbanistica, l’antropologia storica del potere e, comunque, l’iconologia, il simbolismo stesso dello spazio. La città si divide in ogni momento tra la propria immagine più materiale e concreta e l’immagine che essa stessa dà di sé stessa, attraverso i propri artisti, i propri intellettuali, i propri letterati. La città sostituisce la regolarità dell’urbanistica antica con il disordine determinato dal suo aggrumarsi attorno a nuovi punti sensibili: la localizzazione dei ricordi dei martiri, quella delle reliquie. La città non si disegna più soltanto in orizzontale ma scopre la verticalità: prima i campanili, poi le torri, le abitazioni turrite. La città s’abitua a inurbare i morti, accettando cimiteri tra le mura non più confinandoli fuori, lontano. La città conosce il sorgere di chiese, nelle chiese riconosce punti d’interesse; la città individua nuovi percorsi al suo interno, conoscendo il fenomeno delle processioni. Mura, porte e piazze, e la stessa pianta della città cominciano a intessere un confronto con la città ideale, o con la città divina, con la Gerusalemme celeste, che si fa da modello, proprio ancora mentre l’idea di una comunità stanziale deve fare i conti col retaggio delle religioni giudaico-cristiane intrise di tradizione nomade, quella che s’immagina come il popolo di Dio in cammino.

In un contesto che pare fluido, pare dinamico se non si tien conto che il cronometro di questi fenomeni segna giri di secoli, dal Basso all’Alto Medioevo e oltre, si può osservare comunque che i monumenti, sia cristiani sia pagani, più celebri delle città italiane vengono diffusamente descritti ed elogiati fino a diventare, nella fama comune, leggendari. Così, riporta Le Goff, nel XII secolo il termine mirabilia è capace di abbracciare sia i miracula che gli edifici stessi, diventando oggetto e meta di pellegrinaggio.

Tra fenomeno sociale e fenomeno architettonico, monumentale, urbanistico, l’autore mi lascia sul bilico tra l’urbs e la civitas, non prima d’avermi fatto partecipe dei prodromi del fenomeno del turismo e, con essi, dei prototipi delle guide turistiche, come noi le conosciamo.

Ma c’è un altro aspetto che è il caso, evidentemente, che io debba considerare, e lo trovo nel medesimo volume, più in avanti, in un altrettanto interessante scritto di Cesare De Seta (L’Italia nello specchio del «Grand Tour»), e che ritrovo proprio mentre mi starei ancora domandando quale fatto, quale movente, quale esigenza animano il mio romanzo topografico e, in esso, i suoi personaggi, questo plurimo ritratto dei miei sé, dei quali scrivendo mi voglio disfare.

De Seta marca la differenza di atteggiamento tra viaggiatori e viepiù viaggiatori in età moderna e pellegrini medievali: i primi sono sollecitati «dall’ansia per la conoscenza, dal desiderio della scoperta, dall’amore per la storia e l’arte di questo paese»; i secondi «non sono interessati all’osservazione del reale», bensì, in questo De Seta citando egli stesso Le Goff, «ciò che interessa loro è la realtà celata dietro l’apparenza, la realtà simbolica, soprannaturale».

De Seta dal canto suo continua dando conto, poi, del significato, del portato e delle fortune del Grand Tour d’Italia, così come andò affermandosi per un paio di secoli almeno, fino alle porte del turismo di massa, fino all’inizio del fenomeno sociale del viaggio considerato come divertimento, svago, vacanza e non più, o non più soltanto, come percorso – reale o simbolico, culturale o mistico – di crescita personale, non mancando di segnare, in parallelo, i fenomeni editoriali che costituiscono altrettanti capisaldi della letteratura di genere, se così si può definire: quel Voyage d'un François en Italie fait dans les années 1765 et 1766, scritto dall’astronomo Joseph Jérôme Lefrançois de Lalande al termine del suo viaggio in Italia durato un anno esatto, e pubblicato in più volumi nel 1769 e poi, già quasi in vista delle esigenze del turista, certamente più pigro e meno colto, non più pellegrino o viaggiatore d’élite, il Red Book di John Murray, volume denso d’informazioni utili per un viaggiatore siffatto, pubblicato nel 1836, per arrivare alla prima guida, prima di una lunga serie, pubblicata da Karl Baedecker nel 1839.

Ma la città, intanto, dippiù, il paesaggio, che fine fanno? Oggi dove sono, quanto sono distanti, pur insistendo molto spesso sui medesimi punti della medesima mappa, i destini, i segni e i significati sovrapposti, la storia e il simbolo, il mistero, il mistero custodito, il mistero rivelato e il mistero manifesto, che a me pare che, non curandocene, molto spesso, non riusciamo più a decodificare?

Antonio Cederna è stato un giornalista e un intellettuale, con alle spalle una formazione da archeologo, uno dei padri dell’ambientalismo italiano, tra i fondatori, tra l’altro, di Italia Nostra, storica associazione votata alla salvaguardia dei beni culturali, artistici e naturali d’Italia. Delle centinaia e centinaia di articoli, dei numerosissimi interventi nel dibattito pubblico italiano sui temi della tutela dell’ambiente, del paesaggio, delle tante pubblicazioni, tutte animate da vivo impegno per la tutela dei paesaggi e dei luoghi per il loro valore culturale intrinseco, si trova per fortuna una solida, e viva, traccia in www.archiviocederna.it. Lì, tra gli altri volumi, si troverà anche la materia viva di un suo Mirabilia urbis. Cronache romane 1957-1965, pubblicato per i tipi di Einaudi.

«Per quanto assuefatti dalla lunga esperienza, non riusciremo mai ad essere immuni da meraviglia e sgomento di fronte alla gravità e alla varietà delle offese che quotidianamente vengono arrecate agli ambienti storici più illustri, ai monumenti, al paesaggio, alla natura». Così scriveva Antonio Cederna, ne La villa fra i ruderi, su Il Mondo, il 4 febbraio 1964. Intanto, annoto, il mio segno si fa labirinto, il foglio già scritto, carta da bruciare.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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