Jan 17, 2021 Last Updated 2:41 PM, Dec 24, 2020

I colori del giovane Werther In evidenza

Pubblicato in Scrivere
Letto 211 volte

Qualcuno ricorderà la storiella – per gli esegeti, non credo che si trattasse di Esopo o di Fedro – di quel camaleonte disperato che implorava la sua amata: «Non lasciarmi, posso cambiare!».

 

Alla mia memoria cosciente riaffiora una frase che incontrai casualmente – ove mai il caso esistesse – del signor Gustavo Adolfo Rol: «Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla». La datazione dello scritto, nelle fonti, fa risalire queste righe al 28 luglio 1927. Quella di Gustavo Adolfo Rol è una figura piuttosto complessa, del quale e sul quale io ho ancora letto quasi niente, del quale ho conosciuto diversi convinti estimatori, con alcuni avendo brevemente conversato, che secondo le voci che si occuparono di lui, nel secolo scorso, dovrebbe trovare una propria collocazione in uno spettro di definizioni tra il sensitivo e l’illusionista. Nondimeno, come altre, questa sua particolare affermazione, quando la lessi per la prima volta, mi turbò, e mi interroga ancora.

La mia breve gita nel mondo dei colori, qualche giorno fa, partiva da questo, mentre rinviavo a una futura eventuale occasione qualche illuminante lettura sull’educazione sentimentale dei rettili di piccola taglia.

In fisica, il termine colore indicherebbe sia la sensazione che l’occhio ricava osservando sotto l’effetto di luci di diversa qualità e composizione, sia anche la qualità stessa della luce, in relazione al tipo di radiazione elettromagnetica e alla lunghezza d’onda che la costituisce. In ogni caso, la nostra percezione del colore si estende per il campo limitato dello spettro visibile, all’interno del più ampio spettro elettromagnetico, che è l'insieme di tutte le possibili frequenze della radiazione elettromagnetica, che va più o meno dagli infrarossi ai raggi gamma. Tutt’altro che annoiarmi, il fatto, come sempre, mi incuriosiva, proprio quando tornavo a considerare come il colore non sia una semplice sensazione, e nemmeno una qualità per così dire definitiva delle cose, avvicinandosi invece di molto al fenomeno di portata universale della vibrazione.

Osservavo che il tema della natura del colore aveva appassionato, nel tempo, una considerevole quantità di pensatori, oltre che di uomini di scienza. Una delle maggiori polarizzazioni, mi si passi il gioco di parole, sul tema, la trovavo riassunta nella dialettica tra la posizione di Isaac Newton e quella di Johann Wolfgang von Goethe: il primo che considerava che la luce fosse costituita da un flusso di minuscole particelle, esse di diverso colore, il secondo ritenendo invece che i colori scaturissero da una particolare interazione, da una polarità, appunto, tra luce e buio.

Per inciso, il Goethe di cui sopra è proprio lui: quello che per i più passa semplicemente per uno scrittore e poeta vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento e considerato tra i più famosi al mondo era anche, come non infrequentemente accade già più o meno da sempre, uno studioso di scienze molto apprezzato, che aveva sintetizzato certi suoi particolari studi di ottica, ivi stendendo le sue osservazioni che contrapponeva alla ricordata costruzione di Newton, nell’opera La teoria dei colori, pubblicata per la prima volta a Tubinga nel 1810.

Fotoni, materia, vibrazione e dunque energia, quando anche il mondo che noi ci ostiniamo a ritenere tutto sensibile o comprensibile cominciava anche stavolta a manifestare su di me il lisergico fascino dell’inconosciuto, lasciando intravedere l’immutabile sola verità del trasmutare continuo dei suoi elementi primi gli uni negli altri, correvo ai ripari mettendomi a cercare qualcosa di più circoscritto da leggere.

Michel Pastoureau, come recita la voce a suo nome in Wikipedia, studi da archivista presso l'École nationale des chartes, ha lavorato al Cabinet des medailles della Bibliothèque nationale de France e dirige l'École pratique des hautes études, presso cui è titolare della cattedra di Storia della simbologia medievale. È autore di saggi di araldica, numismatica, sigillografia, ha svolto ricerche su bestiari e simboli medievali ed è conosciuto, ricorda infine medesima voce, soprattutto come storico del colore. Verifico difatti da me, con una rapida ricerca, che sono diversi i titoli che potrei leggere, di questo autore, sulla materia.

Come primo approccio, in un’oretta leggo dunque un buon libriccino, che mi appare come un indice o come una sinossi dei vari aspetti della vicenda dei colori nel tempo, scritto da Pastoureau con Dominique Simonnet, dal titolo, appunto, Il piccolo libro dei colori (Ponte alle Grazie, prima edizione digitale 2015). La prima conferma, leggendo, la ottengo sul fatto che i colori, ascrivibili senza meno alla più ampia categoria dei simboli, influenzano, codificano o decodificano il nostro modo di vivere, e che tale loro funzione appare molto risalente nel tempo.

Certo, come fenomeno culturale, da questo punto di vista l’uso dei colori non è stato e non è, nel tempo, immutabile. E mentre nella scienza si dibatte ancora sulla natura del colore dimidiata tra onda o corpuscolo, e dunque se esso sia materia o luce, rimanendo più o meno ancorati alla concezione madre del disco di Newton o della ruota cromatica di Goethe, e si lotta tra cromofili e cromofobi, tra i primi annoverando l'abate Sugerio di Saint-Denis, che riteneva che il colore, essendo luce, fosse promanazione divina, e tra i secondi arruolando Bernardo di Chiaravalle, che attestando la colorazione nel mondo della materia, la considerava, conseguentemente dal suo punto di vista, cosa vile, cose interessanti si scoprono, lungo la via tracciata dalla cronaca dei secoli, su ognuno dei colori che conosciamo e anche, con precisazioni preziose, su quei particolari fenomeni costituiti dal bianco e dal nero.

Nella mia mente si affacciavano già, indotte, visioni romantiche. Pensiamo a un mondo delle origini, un mondo classico nel quale non ogni tonalità ha una parola che la distingua, ma che usi soltanto vocaboli che vogliano dire alternativamente luminoso o oscuro. Pensiamo alla fallacia con la quale consideriamo come integra l’arte figurativa più risalente nel tempo: graffiti, affreschi, tavole, tele, immagini, colorati con tutti i limiti delle tecniche risalenti anche di centinaia d’anni, o di migliaia, che noi crediamo di vedere com’esse fossero, senza considerare l’ineluttabile deterioramento del pigmento, d’ogni pigmento a suo proprio modo, nel tempo. E d’altro canto, anche noi stessi nel tempo siamo molto cambiati: certo, non lo è il nostro apparato sensoriale, ma gli stessi originari chiaroscuri, ci fa riflettere l’autore, non mostrano a noi che siamo abituati alla luce elettrica, l’immagine che si rivelava al riverbero d’una candela, di un lume a petrolio. Pensiamo poi a quanto abbiano potuto influire, oltre che i limiti propri delle tecniche della colorazione, anche gli stessi orientamenti culturali, perfino le convinzioni religiose degli artisti, fin sulla composizione della tavolozza dei colori di cui disporre, a seconda che esse convinzioni li inducesse a usare o a evitare, a seconda che si fosse cristiani, o calvinisti, o giansenisti o altro, determinate colorazioni.

Pastoureau ci ricorda che nell’antichità parlare di bianco non aveva senso, non aveva senso parlare di nero: al primo corrispondevano in realtà delle superfici incolore, il secondo veniva semplicemente ricondotto allo sporco. Il primo vero colore del quale si possa parlare sarebbe allora magari il rosso; la chimica del rosso fu molto precoce, i suoi pigmenti furono utilizzati, nell’arte paleolitica, trentamila anni prima di Cristo.

Nel volume, seppure, evidentemente, in una forma di compendio che già fa tuttavia immaginare le gioie più ricche che attendano chi legga ancora altri titoli della sua diffusa opera al riguardo, lo studioso ci porta con il suo racconto lungo una storia di secoli, attraverso latitudini di diverse civiltà, ci offre accenni alle tecniche e alle pratiche del colore, ci dà conto delle significative relazioni tra le manifestazioni sociali, culturali, politiche, psicologiche, di potere e di censo, di tradizione, di sentimento e di pensiero, che accompagnavano l’uso dei colori o che da questi, spesso, venivano modulate, se non condizionate.

Ci capita di osservare inediti paesaggi umani, come quelli di certe comunità medievali nelle quali i tintori erano divisi per colore di tintura, avendo ciascuno la possibilità, l’abilità e anche l’autorizzazione per usare soltanto determinati coloranti, e arrivavano a fronteggiarsi tra loro, abitando vie separate, accusandosi gli uni gli altri di impuzzolentire l’ambiente o di inquinare i corsi d’acqua. Ci capita di affacciarci al mondo della simbologia, e di verificare come, anche attraverso l’uso ambiguo del colore, si venga confermata l’eterna legge dell’ambivalenza dei segni.

Ci capita, e la cosa a me è particolarmente grata per via delle mie più particolari curiosità, di tornare a considerare il tema del bianco: è esso un colore? Pastoureau ci risponde che è una questione moderna: soltanto da quando la carta cominciò ad affermarsi come supporto principale per il testo e per le immagini, si è cominciato ad apprezzare la differenza tra il bianco e l’incolore. Prima d’allora, non c’era nemmeno la parola, il grado zero del colore era magari albus, per via dell’alabastro o dell’albumina, oppure magari candidus, come l’abito di chi si proponesse per un suffragio elettorale. Il ciclo del bianco, poi, aveva la sua peculiarità di racchiudere, dalla culla al sudario, l’intera esperienza della vita. Dall’altro canto, il nero. Nero che era difficile, aveva alle spalle una chimica difficile da praticarsi, e costosissima, che non è vero che sia la somma di tutti i colori, perché messi tutti assieme i colori portano al più a un grigio, a un bruno. Nero che si declinava nella parola niger, o nella parola ater, atrabiliare, bile nera.

Il volumetto s’incarica, certo, di ricapitolare la storia, l’origine e l’evoluzione, e con essa usi e significati del blu, del bianco, del rosso, del verde, del giallo, del nero, dall’arte agli abiti, finanche alle grandi segnaletiche navali, per esempio, progenitrici di quelle ferroviarie e, infine, di tutte le segnaletiche convenzionali, e affronta anche il tema delle sfumature, delle mezze tinte (fumo di Londra, rosa confetto), e loro origine e tassonomia.

Ma io non mi distraggo, e dunque annoto: se il colore può essere considerato qualità della materia, allora bianco e nero sono colori; se il colore dovesse ritenersi qualità della luce, allora essi verrebbero confinati nel regno del non colore. L’invenzione della stampa fu il primo, massimo momento della celebrazione di questi opposti, che si rendevano, in coppia, finalmente evidenti. E sebbene lo stesso Newton nel XVII secolo non li avesse ammessi tra i raggi del suo spettro, essi furono destinati, a partire dal XIX, a dominare il mondo delle immagini. Lo fecero, incontrastati, fin dalle origini dell’arte fotografica, continuarono con l’arte cinematografica dei primi decenni e fino quasi alla prima metà del secolo scorso, riproducendo il mondo visibile, e dunque producendo un mondo privo di colore.

Pastoureau, puntuale, anche in questo ci avvisa: da un canto, il mondo in bianco e nero è figlio dei codici, non esiste nella realtà; d’altro canto, anche il colore è poco più che una categoria dello spirito, se si considera che quelli che convenzionalmente anche oggi vengono considerati i sei colori di base siano proprio essi i soli a non avere referenti materiali. Dal canto loro, se pure ad esempio il rosa, quello che a ragione si definiva incarnato, trova il suo corrispondente nel colore della carne, e il marrone nel bruno caldo un po’ riflesso di rosso come la castagna, e con loro il grigio, che ha anch’esso i caratteri del vero colore, tuttavia, avverte l’autore, le sfumature non sono portatrici di simboli. L’occhio umano può distinguere fino a centottanta o duecento sfumature diverse, l’intelletto deve dal canto suo essere consapevolmente portato a conoscere il significato dei colori perché da essi è condizionato.

E il verde? Sul verde, per adesso, annoto che sebbene Goethe asserisse trattarsi di un colore tranquillo, esso ha conosciuto un passato di forte instabilità: i suoi pigmenti vegetali si sciupano, si deteriorano più d’altri, i suoi pigmenti artificiali sono per lo più corrosivi, addirittura veleno. Esso ha in carico il simbolo ambiguo sia della sorte che della malasorte. Ma so, lo so, che non è questo il punto. «Il fisico ritiene che il colore sia un fenomeno misurabile. In una stanza vuota, egli illuminerà un oggetto colorato, registrerà la lunghezza d’onda e concluderà che c’è un colore. Goethe è di parere opposto: «Un colore che nessuno guarda non esiste!» dichiara ripetutamente. È un’affermazione forte che sottoscrivo.». Questa verità, tra le altre, ci consegna l’autore. Ma pare che il Signor Gustavo Adolfo Rol, anche a occhi chiusi, sapesse percepirne la vibrazione, corrispondente e consona alla quinta musicale. Se tutto fosse vibrazione, si spiegherebbe tutto.

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Lascia un commento

Assicurati di inserire le (*) informazioni richieste dove indicato

Cercaci su Facebook

Gli ultimi articoli

s l1600