Oct 24, 2020 Last Updated 8:29 AM, Oct 5, 2020

Sogni In evidenza

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In una interessante nota in coda al testo, nell’edizione della collana Piccola Biblioteca di Adelphi di Libro di sogni di Jorge Louis Borges (Milano, 2015), Tommaso Scarano ricorda come sia convinzione dell’Autore che la letteratura intera sia «un sistema complesso ma unitario di corrispondenze, una trama di discorsi infinitamente replicati in versioni al tempo stesso differenti e uguali, un unico libro infinito, scritto da un unico autore». Questa visione, che diventa schema, figura geometrica, azzarderei, caratterizza uno scritto che si propone come una antologia tematica e che di fatto si legge come una lunga storia dei sogni che lasciarono e lasciano traccia di sé in letteratura, storia che non poggia, se non per le prime pagine, su un rigido criterio cronologico, che non annovera soltanto interventi autorevoli e documentati di terzi bensì anche incursioni dello stesso Borges, e di uno dei suoi più cari e vicini amici di sperimentazioni letterarie, quel Roy Bartholomew con il quale condivide, anche in questa occasione, il gioco di proporre, inframmezzati agli altri, propri originali scritti, ora spendendo la propria identità e il proprio nome, ora ricorrendo, come moltiplicatore del gioco infinito, identità autorali fittizie ancorate ad altrettanti eteronimi, pseudonimi.

 

Chi sia J. L. Borges, francamente non credo di doverlo scrivere, non ora, non qui, salvo dire che anche in più punti dei miei modesti interventi su questa rivista se ne trova inevitabilmente traccia e citazione, essendo uno degli autori di riferimento per le mie letture e per la mia concezione stessa dell’esistenza. Altrove, qui, si troverà citato in compagnia ad esempio di Adolfo Bioy Casares, che tenne con lui gioco analogo, del tipo compilativo d’antologie, ne I signori del mistero. Antologia dei migliori racconti polizieschi, che io lessi nella bellissima collana Collezione Biblioteca per le Edizioni Studio Tesi (Pordenone, 1991) o anche inserito in discorsi sulla letteratura d’altri, proprio a motivo della sua inclinazione naturale a generare letteratura dalla letteratura, altrettanto naturalmente che generarla direttamente dalla realtà.

Il percorso dichiarato in modo cristallino dal tema che costituisce il titolo stesso dell’antologia è lo stesso che chiunque di noi, io credo, almeno una volta nella vita, per via d’una notte insonne, d’un bicchiere di troppo, di una delusione amorosa o d’una inaspettata gioia, si trovi o si sorprenda a seguire – magari non altrettanto consapevolmente, non così analiticamente, lucidamente, convintamente -  e che lo stesso Borges riassunse durante una conversazione con poche efficaci espressioni, come riportate ancora una volta da Scarano: «Credo che l'espressione “la vita è sogno” sia esattamente reale. Ora, quello che ci si può chiedere è se ci sia un sognatore o se si tratti solo, come dire, di un sognarsi. Cioè, se esista un sogno che sogna sé stesso ... forse il sogno è qualcosa di impersonale, come la pioggia o la neve, o come il mutare delle stagioni. Qualcosa che accade, ma non al singolo individuo; questo significa che non c'è Dio ma ci sarebbe un grande sogno che possiamo anche chiamare Dio, se vogliamo».

Nel volume si trovano, come accennato, scritti sul tema del sogno delle più varie pagine delle più varie epoche, a partire addirittura da quelle tratte dalle originarie epopee sumero – babilonesi, passando a quelle dei classici greci, orientali, indiani e latini, fino ad arrivare a quelle di autori più moderni e che approdano finanche a quella che noi, inconsapevoli ostinati seguaci della visione del tempo quale progressione per quantità discrete su una ideale retta, convenzionalmente subordinata a una e una sola direzione e uno e un solo verso di percorrenza, ancora chiamiamo contemporaneità.

Tra le tante cose che stimolano la mia attenzione in questa lettura, due appunti mi piace fare perché sembrano a loro volta punti di snodo per mille possibili discorsi – e percorsi – sull’infinito gioco che è il tema eletto dei miei modesti interventi su questa rivista. Il primo è il fugace accenno al Kubla Khan di S. T. Coleridge, poema che io già incontrai nei miei percorsi e sul quale già riferii su queste stesse colonne, del quale colpisce la potenza del fenomeno nudo, e cioè quel concretarsi, il sogno, non in immagini, o quadri, o sensazioni o situazioni o personaggi, bensì direttamente in parole, in parole sognate che attendono soltanto d’essere trascritte, ancora soltanto come parole, nella realtà. Il secondo, è proprio il racconto d’inizio dell’antologia, quella Storia di Gilgamesh, nell’opera descritta come racconto babilonese del II millennio a.C., che tra i miei libri, nella edizione curata da Theodor H. Gaster costituiva il primo volume della bella (e oggi quasi introvabile) collana Biblioteca Giovani di Einaudi.

Questa particolarissima occorrenza mi fa fantasticare: due intellettuali profondi e avvertiti, il mio J. L. Borges e Giulio Bollati di Saint Pierre, che curava quella collana, pongono la medesima epopea tra le colonne fondanti del sogno e delle storie raccontate dagli uomini.

Lontano addirittura dalla dirimente diatriba tra pensiero freudiano e pensiero junghiano, che so di banalizzare se non proprio travisare riducendola in contrasto tra discorso sul modello perfetto o quantomeno “sano” di inconscio e tesi sulla ricerca individuale di equilibri molto personali, disputa che da questa prospettiva sembra stanca, addirittura anche per il medesimo Borges che leggeva, si, Jung, ma come un qualsiasi autore, come se fosse, la sua, una mitologia, la matrice comune tra la costruzione intellettuale che noi chiamiamo letteratura e la vita libera dell’inconscio, del profondo o dell’anima, come preferite, è rivelata.

Essa confonde sempre, e amabilmente mischia le carte tra i sogni inventati dal sonno e i sogni inventati dalla veglia, come li indica l’Autore, così che proprio nel nostro disorientamento, immagino io, noi possiamo cogliere il segno della nostra ricerca esistenziale, per brevità chiamata vita.

 

Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

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