Oct 05, 2022 Last Updated 6:31 AM, Oct 4, 2022

Don Leonardo e le foglie verdi e tenere della rigenerazione In evidenza

Pubblicato in Racconti Inediti
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La sala d’attesa del treno delle 7:22 per Varese di una giornata che si presentava uggiosa. Ed era appena la metà di settembre, quando giù in Calabria si dormiva ancora con le finestre aperte o coprendosi solo col lenzuolo, e si poteva ancora godere del mare e del clima mediterraneo.

Quella mattina cambiava la vita di Leonardo Romeo, anzi, ne iniziava un’altra. Senza il “don” davanti e senza collarino ecclesiastico. Era riuscito, pur mantenendo la titolarità presso un Liceo di Crotone, ad avere l’assegnazione della cattedra di religione presso due istituti, uno a Varese, l’altro a Laveno, dove si era stabilito abitando una casa i cui balconi permettevano di bearsi del Lago Maggiore. In attesa del treno guardava le foglie che cadevano dagli alberi in prossimità del binario 2. Gli alberi, avvicinandosi l’autunno, iniziavano a “spogliarsi”, ma lui si era già spogliato, non delle foglie ma dell’abito talare, lo aveva fatto già in primavera. Era laureato in teologia e docente di ruolo e, comunque, non vi erano impedimenti per poter continuare a insegnare religione nelle scuole. Poco più di mezz’ora e avrebbe scoperto una nuova realtà, diversa da quella nella quale era vissuto per 37 anni, tra un piccolo centro del Marchesato Crotonese, San Mauro, in cui era nato e vivevano i suoi genitori, il seminario di Catanzaro, gli studi universitari al San Pio X. Poi, l’ordinazione al sacerdozio e l’affidamento di una parrocchia a San Leonardo di Cutro, un piccolo borgo che portava il suo stesso nome di battesimo e che sembrava una felice coincidenza per la sua prima esperienza di “pastore di anime”. E la scuola, il Liceo di Crotone, città di Pitagora, filosofo e matematico ma anche mistico. San Mauro, San Pio, San Leonardo: era davvero un predestinato, solo il Liceo non aveva l’intitolazione a un santo.

 

Leonardo a Laveno, però, non c’era andato da solo. Il “cambiamento d’aria” si era reso necessario per sfuggire a quel mondo bigotto e retrogrado che non aveva compreso il suo cambiamento, dettato dall’imponderabile, e che pur gli aveva fatto trascorrere notti insonni prima di prendere una decisione sofferta, si, sofferta, perché molte non si possono compiere con leggerezza e la sua era stata una scelta importante, eclatante, impronosticabile, una specie di bomba. Per tutti. Ma, soprattutto, per i benpensanti del luogo (o presunti tali), per i propri genitori, per il fratello Ferdinando, docente universitario a Messina e membro di un istituto di storia del pensiero cattolico, nonché vicino a cardinali e politici influenti.

Tutto era iniziato all’improvviso, complice un guasto alla sua autovettura che gli impedì di tornare a casa dopo un collegio dei docenti terminato alle sette di sera. Gli diede un passaggio una collega. Alessandra Fanesi era arrivata in quella scuola di Crotone proprio nel settembre dell’anno precedente. Proveniva da Angera, un paesino sul Lago Maggiore più noto per il museo della bambola che per quello archeologico e, al contrario degli insegnanti meridionali che trovavano occupazione al nord, le venne assegnata la cattedra a Crotone, da vincitrice di concorso. Insegnava matematica e fisica ed era molto razionale, non atea, ma legata a quel senso di realtà e concretezza che è proprio di coloro che hanno studiato e fanno studiare le scienze, esatte o meno. Una donna semplice, ancorché bella, senza fronzoli, sobria ed elegante nel vestire e nei modi, che non amava chiacchiere inutili e ipocrisie. Con Leonardo, ancora “don” aveva scambiato, nei corridoi o davanti alla macchinetta del caffè, qualche veduta sul mondo scolastico, sulla fede, sull’educazione, sulla Magna Grecia, nulla di più. “Buongiorno”, “arrivederci”, “come sta?”, “buone vacanze”, “avrei bisogno della sua ora di religione per far fare il compito di matematica…sa, quest’anno i ragazzi sono di maturità”, questo il dialogo abituale tra loro.

Ma quel pomeriggio era successo qualcosa, come se il caos avesse preso il sopravvento sull’ordine, come se un vulcano si fosse messo a eruttare, con la lava, i lapilli e il fumo che inondavano l’utilitaria di Alessandra al cui interno erano seduti. Nessuno dei due disse una parola, ma entrambi capirono che c’era stato un acciarino, e c’era ancora, che aveva acceso qualcosa, qualcosa di non ben identificato. Non era passione “stricto sensu”, era qualcosa che superava l’innamoramento, e non era solo assimilabile ai poli opposti che si attraggono. Stavano bene insieme, forse si cercavano da sempre, chissà… Forse. Da quel momento Leonardo iniziò a percorrere con lei sentieri inesplorati, con le paure e le emozioni per ciò che è, appunto, inesplorato. Stavano bene insieme, forse si cercavano da sempre. La loro diversità culturale diveniva un cemento più che un fragile e sottile nastro adesivo. Certo, nel seguito ci fu anche la passione, quella sorta di cacio che non può mancare sui maccheroni, ma l’intesa era ferma, rocciosa, per molti versi risultava a loro stessi inspiegabile.

Leonardo quella “benedetta” sera era tornato a casa a meditare, non mangiò neppure la minestrina di zucchine che le aveva preparato la “vecchia” Elvira, cugina zitella di sua madre, che lo accudiva e gli faceva da perpetua. Fece in modo di continuare a dire le messe, celebrare matrimoni, battesimi e funerali, indottrinare i ragazzi per il catechismo, ma aveva capito che c’era stato dentro di lui un terremoto che gli aveva generato danni pesanti, gli aveva lasciato dentro molte macerie. A scuola era costretto a incontrare Alessandra, ma entrambi mantennero forzatamente, e ci riuscirono, un contegno che ritennero doveroso nei confronti degli altri docenti e degli allievi. Un pomeriggio, però, si incontrarono in un luogo distante da Crotone, sulla strada che conduce ai monti della Sila, e riuscirono a scrollarsi di dosso quel comportamento ipocrita “costruito” ma necessario, almeno in quella fase, per tenere fede alla loro comune condizione di insegnante. Fu Alessandra, però, a manifestare una maggiore prudenza, si sentiva “responsabile” di quel terremoto e non voleva che il mondo esterno esecrasse quella nascente relazione in modo tale da creare grossi problemi a Leonardo, già di per sé gravato dal peso di una decisione da prendere, per sé stesso, certo, ma che inevitabilmente avrebbe avuto un riflesso “pubblico”. Ma prima o poi sapevano che sarebbe accaduto. Passò qualche settimana e una mattina “don” Leonardo non andò a scuola, fece sapere che doveva celebrare un funerale, ma non era in chiesa. Lei lo cercò, con discrezione, ma lo cercò. Solo nel pomeriggio si fece vivo lui, per telefono, da una cabina. Si sedettero su una panchina del lungomare e le disse che aveva preso una decisione. Era andato dal vescovo a consegnargli la lettera con la quale manifestava “irrevocabilmente” – tenne a sottolineare – la volontà di sciogliere i voti.

Dopo le frasi di circostanza per ricondurre la pecorella all’ovile, il vescovo, rendendosi conto che c’era ben poco da fare, anche perché suoi fidati collaboratori lo avevano aggiornato su don Leonardo, inviò in parrocchia il giorno dopo un altro sacerdote e la vecchia Elvira fu la prima ad avere la notizia del “terremoto”. La “bomba” arrivò ai suoi genitori, Annibale, un vecchio fascista che aveva seguito Mussolini nell’avventura della Repubblica di Salò, che però aveva rispettato la volontà del figlio di farsi prete, e Ida, donna pia malgrado le fosse noto da anni il vizietto del cornificare che aveva il marito, che in quella disciplina eccelleva. E arrivò anche a Messina, varcando velocemente lo Stretto: il professor Ferdinando e la moglie Maria Giovanna, che faceva parte delle Dame di Carità, rimasero sbigottiti, pensando – entrambi egoisticamente - ai risvolti per loro negativi della divulgazione di una notizia così reboante.

Inutile narrare della gente del posto, che pure apprezzava il “don” Leonardo parroco, e soprattutto delle comari che praticavano la quotidiana attività del pettegolezzo e della maldicenza, spesso dopo aver messo in bocca l’ostia consacrata. Nei confronti di Alessandra il termine più pronunciabile e riferibile fu quello di “puttana” del nord che era venuta a mettere a soqquadro l’ordine precostituito. Precostituito da chi?   Inventarono tante accuse gratuite su di lei: si disse che era già stata sposata e che aveva due figli, che si era già “tenuta” il preside e il sindaco del paese dove insegnava da supplente e molto altro. Ma non era per niente vero.

Razionale com’era, Alessandra se ne infischiò dei commenti delle popolane e degli apprezzamenti dei benpensanti e dei tanti giovinastri nullafacenti che oziavano davanti al bar a tutte le ore. Terminato l’anno scolastico, però, decisero insieme di andare via. Leonardo aveva messo ordine nei suoi pensieri e l’irrevocabilità della sua decisione era ormai un fatto consolidato. Andarono via per “ripartire”, respirare aria diversa, non perché al nord non ci fossero bigotti o pettegole, ma per una distanza fisica da quei luoghi che potesse evitare, sia pur in teoria, “triangolazioni” pericolose nella mente di Leonardo.

A pochi anni dalla fine del ventesimo secolo, mentre nel mondo della Chiesa Cattolica si tolleravano o si nascondevano pratiche pedofile, come la stampa e le inchieste riportavano, e gli intrallazzi finanziari erano ben distanti dai principi della missione sacerdotale e anche da quelli dell’etica economica e sociale, sin dai tempi della Sacra Rota, stonava, e tanto, che facesse ancora scalpore una rinuncia ai voti sacerdotali per via di decisioni mai prese dal mondo cristiano sulla possibilità di permettere ai preti di costituire una famiglia, come tra i protestanti, nonostante la Bibbia citi chiaramente sacerdoti con moglie e prole. Per Leonardo, in effetti, fu un ravvedimento più ampio, anche perché aveva sempre mal digerito alcuni particolari “riti” di alti prelati e i suoi riferimenti erano don Milani e don Puglisi, non certo la Curia imperiale romana.

Alessandra e Leonardo chiesero di poter insegnare in Lombardia e la loro domanda venne accolta. La loro vita, così, era cambiata. Stavano bene insieme. Leonardo non perse mai la fede religiosa, continuò a coniugarla con la matematica e tutto ciò che è razionale. Anzi, di fede in seguito ne aggiunse una, quella nuziale, perché sposò Alessandra, con rito civile, al termine del primo anno scolastico in terra lombarda. Come gli alberi si spogliavano all’inizio dell’autunno per poi emettere in primavera nuove e più fresche foglie, anche Leonardo si era rigenerato, e Alessandra non poteva che essere il terreno fertile per far spuntare nuove e più tenere foglie.

Letterio Licordari

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