Dec 07, 2021 Last Updated 7:57 AM, Dec 1, 2021

Il fallito e la via della seta In evidenza

Pubblicato in Racconti Inediti
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Le cinque del mattino. Le cinque del mattino di una notte insonne intrisa di ricordi, quelli di un passato che si possono, sia pur con amarezza, ricordare. Ricordi, ma non incubi. Quelli, Angelo li aveva avuti da sveglio e lo avevano fatto sentire vecchio ben al di là dei suoi 43 anni. Si era alzato dal letto dopo aver guardato l’orologio forse per la settima volta durante la nottata, piano per non disturbare Lydia e i bambini, che dormivano nelle loro camerette con la porta aperta. Ai ricordi, divenuti confusi, si era sostituito gradualmente il senso della realtà, un vero e proprio macigno, ma era una realtà irreversibile che quella mattina avrebbe comunque preso un’altra strada. Era l’ultima notte che Angelo e la sua famiglia stavano trascorrendo nella loro casa di sempre, quella in cui erano vissuti i suoi genitori e i suoi nonni, appena fuori l’abitato, nonché prossima alla sua azienda, immersa nel verde e con il suono del ruscelletto che attraversava la faggeta, e non sarebbe stato di certo un abbandono privo di pathos, né un viaggio con un ritorno programmato o una lunga vacanza estiva nel paese d’origine di sua moglie, Lydia, in Piemonte. Fuori c’era ancora il buio, così come le stelle nel cielo sereno, ma dalla finestra si vedeva parcheggiata nel viale un’automobile dal colore scuro, attraverso i lampioni, e sapeva che dentro c’era qualcuno. Da quando il magistrato aveva deciso che lui e la sua famiglia dovevano essere protetti stavano lì, erano ormai diversi giorni, ma anche per gli agenti della polizia era l’ultima notte destinata a sorvegliare la casa.

 

I bagagli erano pronti dalla sera precedente, alcuni erano già caricati nella sua auto, chiusa nel garage. Fatto giorno, sarebbero andati via, consegnando le chiavi di casa all’incaricato di un’agenzia immobiliare con il quale l’appuntamento era alle 9 e mezza.

Il giorno sembrava non voler spuntare mai, erano le sei quando andò in cucina e caricò la macchinetta per il caffè, bevendone poi tutto il contenuto e preparandone un’altra per Lydia, quando si sarebbe alzata. Avrebbe dovuto affrontare tanti chilometri in quella giornata e il caffè gli avrebbe dato un po’ di carica. Avevano già salutato quei pochi amici e parenti ai quali, sia pur vagamente, avevano “venduto” una bugia sulla loro effettiva destinazione.

Finiva così il primo tempo della sua vita, e anche quello della vita di Lydia e dei figli Giacomo e Chiara. Ne cominciava un’altra, lontano da quel posto maledetto, lontano da quella gente che vuole prevaricare sulla vita degli altri con disprezzo e perfidia, e che si sente padrona del mondo. I mafiosi erano riusciti a entrare dalla finestra, con la complicità di due suoi dipendenti, per avviare e portare a conclusione la cessione della segheria e del mobilificio, senza appiccare incendi, senza chiedere il pizzo, ma con una strategia che un tempo non avrebbero ideato e gestito, segno tangibile di quella che in molti definivano “evolutiva” rispetto al fare d’un tempo, quando giravano a cavallo con coppola, giacca di velluto e stivaloni per fare da pacieri o “comporre” fatti familiari cosiddetti “d’onore”. Erano riusciti a far annullare ordini importanti, a far cadere il fatturato e il valore dell’azienda, a inventarsi truffe patite dai clienti, a far girare dall’altra parte qualsiasi interlocutore, a influenzare banche e fornitori. Fino ad arrivare al punto di non ritorno, nonostante le denunce sporte sin dall’inizio delle vessazioni e dall’intuizione delle macchinazioni perpetrate dai suoi collaboratori. Venne costretto a “vendere” a nominativi “puliti” sia l’azienda che la casa ad un prezzo pari a meno di un quinto del loro valore reale, ma sapeva comunque di non poter più stare tranquillo in quel posto. Angelo era arrivato al punto di non aver più fiducia di nessuno. I due suoi dipendenti erano stati assunti da suo padre e da suo zio quando avviarono l’azienda, ma erano altri tempi, li ricordava commossi e addolorati quando suo padre era scomparso, dopo una lunga malattia che però lo allontanò dal lavoro solo il giorno prima di andarsene per sempre, ed anche quando dall’Albania, molti anni dopo la sua morte durante la campagna militare del ’39, arrivò una cassetta di legno contenente le ossa di suo zio Alfredo, socio del padre. Erano considerati soggetti fedeli e affidabili, ai quali aveva delegato molte attività. Gli avevano sempre dimostrato disponibilità totale e non avevano mai formulato lamentele per lo stipendio, che – in verità – era sempre stato quello dovuto per le loro mansioni, e più volte avevano, come gli altri, ricevuto gratifiche e agevolazioni. Ora i loro contratti di lavoro, e quelli di altri 9 tra impiegati e operai erano passati alla nuova azienda gestita da una società di comodo dei mafiosi subentranti, immacolati per la legge e “rispettati” dalla gente.

Lydia e i bambini si svegliarono e si prepararono alla partenza. Le ultime valigie vennero caricate nel bagagliaio, Giacomo e Chiara fecero colazione e presero i loro giocattoli, elettrizzati da una partenza della quale non potevano capire l’importanza e il significato.

Poco prima dell’orario concordato arrivò il sensale incaricato del ritiro delle chiavi. Si accertò solo che tutto fosse chiuso, compreso il garage e il cancello che immetteva alla segheria. Alcuni minuti dopo erano pronti per la partenza, Angelo era già salito sull’auto quando all’improvviso scese e volle fare due passi intorno al parco di fronte alla sua ormai ex casa. Respirò profondamente con la faccia contro il sole, che era ormai alto, ben oltre la collinetta là di fronte, quel sole che lassù, in Lombardia, non avrebbe trovato così luminoso e caldo. Prima di tornare a sedersi nell’auto gli venne in mente ciò che diceva scherzosamente un suo cugino buontempone, Saverio: “a volte fallire significa far lire…”. Lui, però, di lire ne aveva perse, e tante, e sentiva di aver perso anche la dignità verso sé stesso e la sua famiglia. Ma in fondo, lui non era fallito dal punto di vista giuridico, in quanto aveva ceduto l’azienda con attivi e passivi accettati dalla controparte e con le garanzie che i debiti bancari e verso i fornitori sarebbero stati tutti ripianati dai subentranti. Si sentiva però fallito perché era stato costretto a cedere la storia della propria famiglia, e si riteneva anche un po’ vigliacco per non aver potuto o voluto contrastare diversamente i disegni del “sistema”.

Lydia lo aveva sempre indotto alla prudenza e alla ragione nei tanti momenti di sconforto, anche perché temeva per i bambini, e Chiara era pure una bimba particolare perché autistica. Era una donna pragmatica, lo era stata anche quando tutto andava bene, aveva supportato con la mentalità tipica dei piemontesi, provenendo dall’alessandrino, le iniziative e le attività di Angelo. Poi, quando tutto crollò e dovette vendere si dimostrò ancora tale, intendendo sminuire, sia pur con grande fatica, nei confronti del marito, la gravità delle perdite patrimoniali e finanziarie rispetto a un disastro irrimediabile causato da una frana o da un terremoto, ancor di più da rappresaglie nei confronti della loro famiglia e, soprattutto, dei figli.

Nessuno avrebbe saputo quale sarebbe stata la nuova destinazione tranne loro e pochissimi familiari. Ma per Angelo, che avrebbe cambiato nome e cognome, così come Lydia e i bambini (e questo era il problema più grosso, perché i bambini sono innocenti e difficilmente capiscono tante cose) e sarebbe andato a lavorare in un paesino in provincia di Como, in una fabbrica di cravatte. “Dal legname alle cravatte, la via della seta” disse Lydia con una malinconica ironia. Ma, tutto sommato, c’era ancora una vita davanti. Angelo, mise in moto l’automobile, era l’ultimo viaggio anche per la “Volvo” che tanto piaceva a Lydia, perché avrebbero poi dovuto consegnarla alla polizia. Ne avrebbero in seguito comprata un’altra, un’auto si può ricomprare, a differenza della serenità e dei distacchi dai luoghi della propria vita.

di Letterio Licordari

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