Jun 16, 2021 Last Updated 1:13 PM, May 27, 2021

Corpi del reato In evidenza

Pubblicato in Racconti Inediti
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Arrivò innanzi alla casa che gli avevano prenotato verso sera, c’era ancora qualcuno in giro, ma lui era certo che con gli occhiali scuri, un berretto da baseball per coprirgli i capelli bianchi, un abbigliamento anonimo e il suo zaino, nessuno gli avrebbe prestato attenzione. Scese dall’auto e chiuse lo sportello cercando di non fare troppo rumore, aprì il cancelletto e la porta di ingresso e, un attimo prima di entrare, chiuse l’auto con il telecomando. Era distrutto dalla stanchezza a causa del lungo viaggio e gli dolevano le braccia che avevano tenuto lo sterzo per tante ore. Fece una doccia e si addormentò subito.

 

La mattina dopo venne svegliato dal telefonino

«Sei arrivato?»

«Sì».

«Hai visto la villa del nostro uomo?»

«Non ancora».

«Quindi non sai ancora se ti abbiamo trovato l’alloggio nella posizione giusta?»

«Non lo so».

«Beh, datti da fare. Il capo ha detto che non sono più previsti errori, soprattutto da uno esperto come te».

«Non ho fatto errori».

«Sai che il capo non la pensa esattamente così. Ti richiamo tra qualche ora, d’accordo?»

Chiuse il telefono senza rispondere e si recò alla finestra; c’era un pendio coperto da un verdissimo prato inglese, a circa venti metri la villa del suo obiettivo, una casetta bianca di un piano circondato da piante fiorite molto curate, un’ampia vetrata a tutta luce consentiva di vedere ciò che accadeva all’interno.

Soddisfatto aprì lo zaino sul letto ed estrasse i pezzi del fucile di precisione: questa volta il lavoro sembrava davvero facile, non ci sarebbero state le complicazioni della missione precedente e avrebbe avuto i soldi che gli servivano per prendersi qualche mese di vacanza e trovare il modo di far passare tutti i dolori e la spossatezza che lo affliggevano da tempo. Sistemò il fucile alla finestra e guardò nel cannocchiale: la giornata era calda e la vetrata era stata aperta, vide il suo obiettivo passeggiare nella stanza parlando a telefono.

Era un uomo alto e bruno con capelli folti pettinati all’indietro, aveva dei sandali e dei pantaloni larghi beige, una morbida camicia di lino bianca ampiamente sbottonata posata sul corpo robusto e atletico.

Si muoveva con grande leggerezza come se i suoi piedi sfiorassero il pavimento e ogni tanto sollevava il viso verso l’alto ridendo e mostrando due fila di denti bianchissimi, spesso una ciocca di capelli gli cadeva sugli occhi e lui, con un gesto largo e molle, li accomodava riportandoli dietro.

Lo stava guardando da dieci minuti e si accorse che il braccio sinistro su cui era poggiato si era addormentato, lasciò l’osservazione e si mise in piedi in attesa che il braccio si risvegliasse, nel frattempo si era accorto che la posizione innaturale presso la finestra gli aveva causato un fastidioso indolenzimento alle ginocchia. Sconfortato si accasciò sul divanetto e si riaddormentò.

Dopo qualche ora si riprese e andò alla finestra, il suo uomo adesso stava sul prato giocando a palla con una bambina, di tanto in tanto lasciava la palla e scattava verso la bambina per acchiapparla, la piccola scappava gridando e ridendo e quando finalmente veniva raggiunta e presa in braccio, allungava amorevolmente le sue braccia intorno al collo taurino dell’uomo, dopo questo abbraccio veniva posata delicatamente sul prato e si ricominciava a giocare con la palla.

Suonò il telefonino

«Hai fatto?»

Chiuse la chiamata senza rispondere.

Accese la televisione e seguì distrattamente i notiziari.

Tornò in posizione, l’uomo di fronte aveva solo dei pantaloncini, aveva steso un telo in giardino e faceva delle flessioni, i suoi bicipiti erano gonfi, ma lui si sollevava e si abbassava con regolarità senza far trasparire alcuno sforzo particolare, il corpo lucido per il sudore risplendeva di una sfumatura dorata al sole del pomeriggio. Di tanto in tanto faceva degli esercizi di stretching per poi tornare alle flessioni: tutto con grande naturalezza ed elasticità.

Intanto il killer con un movimento brusco aveva spostato l’arma facendola quasi cadere; infastidito dal suo gesto incontrollato decise di interrompere l’osservazione e chiamare un ristorante in zona per farsi portare qualcosa da mangiare. Il cibo che gli fu consegnato non era un granché e fece fatica a mandarlo giù, quindi decise di stendersi sul letto. Dopo un’ora si alzò e avvertì una certa spossatezza, lo stomaco borbottava e gli era venuto, forse a causa del caldo, un gran mal di testa.

Andò alla finestra e vide l’uomo della villa dialogare piacevolmente con una donna a braccetto, la donna sembrava godere di quella compagnia ed esplodeva in sonore risate; l’uomo agitava la mano con ampi gesti come se stesse raccontando o spiegando qualcosa; un paio di volte si erano arrestati guardandosi negli occhi e l’uomo, chinandosi leggermente e tirandola a sé come in un movimento di danza, aveva dato un tenero bacio alla compagna per poi riprendere la loro allegra conversazione. Le due belle figure cominciavano a confondersi con le ombre del tramonto.

Il killer capì che quello era il momento per terminare il lavoro, non avrebbe avuto molta altra luce, gocce di sudore gli imperlavano la fronte, la televisione trasmetteva un western con un attacco alla diligenza, l’uomo e la donna continuavano a ridere e baciarsi, il telefonino aveva ripreso a squillare, delle fitte seguitavano a martellargli la testa, le gambe erano rigide e dolenti, avvertì un senso di nausea e ricordò a sé stesso che bisognava chiudere quella storia una volta per tutte.

Il dito si tese sul grilletto, non era più tempo di esitare.

Mentre il telefonino continuava ottusamente a suonare fece fuoco.

L’indomani i giornali locali riportarono la notizia di un vecchio ricercato dalle forze dell’ordine trovato suicida in una casa della periferia.

Filippo Orlando

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