Aug 10, 2020 Last Updated 8:53 AM, Jul 20, 2020

Lo specchio del tempo In evidenza

Pubblicato in Racconti Inediti
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Era una sera di marzo e Silvia, una giovane donna pendolare, ripercorreva la strada di ritorno dal lavoro. Il sole quel giorno le aveva donato una grande dose di energia, utile alle sue giornate sempre troppo impegnate e movimentate. Mamma e donna lavoratrice, metteva in gioco tutta la sua vitalità per portare a termine i tanti impegni che le riempivano i giorni.

Le ore a disposizione sembravano non le bastassero mai, ma non poteva sottrarsi a quella vita a cui era chiamata. Quella sera, durante il viaggio di ritorno in treno, insolitamente alzò gli occhi dal suo portatile e guardò il cielo, rimase ad osservarlo per un pò cogliendone le sfumature dei colori. A quell’ora di sera il cielo era bellissimo, ma lei non lo sapeva. Distolse lo sguardo e iniziò ad avvertire una strana sensazione, si sentiva diversa, provava un grande senso di disorientamento interiore, sentiva venir meno tutti i suoi punti di riferimento.

La sua mente vagava nel vuoto incapace di organizzare una vita nuova, quella che di lì a poco avrebbe dovuto affrontare. Il rumore del treno e i paesaggi che scorrevano veloci dietro il finestrino, le ricordarono che mancava poco a quel nuovo inizio. Era stata una giornata concitata a causa di un susseguirsi di brutte notizie che vedeva protagonista la sua città insieme ad altri centri limitrofi colpiti da una epidemia virale propagatasi a ritmi velocissimi. Le città colpite sarebbero state sottoposte a quarantena per arrestare la diffusione del contagio. A fine giornata la quarantena fu confermata dalle cariche governative.

Dal mattino dopo, per due mesi, nessuno sarebbe potuto uscire più di casa. Scuole, attività lavorative, attività commerciali, tutto si sarebbe fermato. In prima linea a servizio delle cittadine coinvolte, presidi sanitari e generi di prima necessità. Ogni nucleo familiare, ogni persona da quel momento in poi avrebbe dovuto organizzare le proprie attività all’interno delle mura domestiche con il proprio nucleo familiare o con se stessi.

Fermarsi?

‘Fermarsi’ per Silvia era un termine sconosciuto, il suo rapporto con il tempo era molto intimo. Aveva dovuto entrare in confidenza con il suo ‘poco tempo’ al fine di poterlo conoscere bene e studiare strategie vincenti affinché le potesse bastare. Una lotta non facile, aveva dovuto sacrificare la sua vita, la sua psiche, i suoi affetti, ma soprattutto se stessa. Non conosceva cosa volesse dire dedicarsi del tempo, ritrovarsi con se stessa per poter volgere uno sguardo nel profondo del suo animo. Aveva finito per rinunciarci, una consapevolezza amara che la vedeva perdente, di fronte ad una battaglia che la vita le aveva presentato. L’unico barlume che non aveva completamente spento dentro di sé era la scrittura, che l’aveva accompagnata fin da bambina immergendola nel mondo fantastico dell’immaginazione.

La vita con il suo destino a volte ci mette su strade dove non ci si può permettere di decidere, bisogna andare avanti, non bisogna perdere tempo, occorre trovare l’equilibrio che faccia stare bene tutti, perché primi e unici responsabili. Una vita in equilibrio con tutto e tutti, tranne con sé stessi, ci si dispone silenziosamente e gradualmente a rinunciare a sé e al tempo della propria vita.

Quella sera quando rientrò in casa, avvertì una luce diversa, tutto era molto offuscato davanti a sé, i contorni le apparivano sbiaditi, la voce delle bambine fu l’unico elemento che in quella strana dimensione la riportò in sé. Si sorrisero con una bella luce negli occhi, ma dovettero rinunciare agli abbracci per motivi di sicurezza, questo le fece molto male e notò un velo di tristezza sul volto delle figlie, fece finta di niente e si diresse in cucina.

Mentre si dirigeva in cucina si soffermò a guardare il grande specchio che arredava il suo ingresso, era lì da tempo, l’unico elemento di casa che ogni mattina molto presto la vedeva uscire velocemente quando tutti dormivano e le sue colazioni avevano il sapore del silenzio e della solitudine.

Silvia quella sera si soffermò davanti al grande specchio per più tempo e riuscì a delineare i contorni di una figura femminile e dovette concentrarsi per capire chi era quella immagine riflessa. Intanto una luce bianca, proveniente dai lampioni della strada, illuminò lo specchio e quella immagine assunse contorni ben definiti, era lei, distolse lo sguardo e andò via velocemente.

La cena con le figlie assunse una dimensione diversa, parlò con le bambine di quello che dal giorno dopo in poi sarebbe successo, che tutto avrebbe preso un ritmo diverso da modulare, da respirare piano piano, come gli odori che quella sera cucinando, aveva avvertito, come non succedeva da tempo. Silvia augurò la buona notte alle bambine con un bacio, stanchissima sprofondò sulla poltrona che in corridoio fronteggiava il grande specchio, si lasciò scivolare per rilassare le sue membra stanche e incominciò a ripercorrere la sua vita.

La sua era una storia di dolore, di violenze e di soprusi psicologici, reti fitte in cui molte donne si ritrovano impigliate e dopo tanto dolore una separazione, dalla quale era ripartita. Una salita ripida ma che le aveva dato la possibilità di riscattare la sua vita violata, la sua vita rubata.

Silvia aprì gli occhi e la sua immagine era sempre lì riflessa in quel grande specchio illuminato, si avvicinò avanzando con la poltrona e quasi il suo viso si trovò ad appoggiarsi sullo specchio e iniziò a parlare a quella immagine che mai aveva visto così da vicino…

“Vorrei avere la forza di osservarlo il tempo, vorrei avere la forza di ascoltarlo, ma fuggo e mi fa paura questo nuovo tempo, non voglio fermarmi, mi rinnova la paura e le memorie di dolore che mi porto dentro. Pensavo tempo fa che la mia memoria avesse difficoltà a ricordare l’immagine riflessa del mio volto e ricordo che quando cercavo di ricordarla, tutto era offuscato. In penombra, scie veloci si presentavano nella mia mente, tutto era sempre in penombra… e ora che ho tempo, ho paura di guardare la mia immagine riflessa e sfuggo da questo nuovo tempo. Ho pensato di fare di tutto per riempire queste ore, pur di non incontrarmi con questo nuovo tempo per parlargli, guardarlo, farmi plasmare. Mi fa paura il silenzio di questo tempo, questo silenzio che mi insegue mentre io corro insieme alla mia mente che vuole correre ancora veloce, come l’unico tempo che conoscevo mi aveva insegnato. L’unica medicina che mi curava al tempo che non bastava era la mia immaginazione, che si trasformava in scrittura, ricordi Silvia? Riuscivi in pochi attimi a liberarti dall’ossessione del tempo, a dedicarti dei versi che la tua penna trasformava in parole su carta bianca Che liberazione! Mi bastava guardare un albero, un fiore, una mano, un bambino e riuscivo a fotografare con le parole quelle immagini. Trovavo in quei pochi attimi, sempre ridotti sempre guadagnati e risparmiati, una energia mentale che mi caricava per poter combattere nelle mie giornate che scorrevano veloci e inseguivano vite, relazioni, famiglia, lavoro…

Non potevo sbagliare in una vita senza tempo, tutto doveva rientrare, gli affetti, la cura di sé stessi. Non era permesso il fallimento e la mancata organizzazione, non si poteva non essere a passo con i tempi e tutti volevano sul mio volto sorrisi brillanti e volti tranquilli. Mettevo maschere che nascondevano quella vita che non ti dava il tempo di guadarti dentro, di utilizzarlo come avresti desiderato, ma nessuno poteva capire, l’affetto era proporzionale ai sorrisi e tanto più sorridevi e tanto più ricevevi volti compiaciuti, nonostante quel tempo che mi attanagliava. In una vita senza tempo si è sempre pronti a scattare al via, tutto deve rientrare nelle ore predisposte, e i miei versi, tante volte, erano vicini alla lista delle cose da fare, ricordi Silvia?”.

Quella sera si addormentò in poltrona di fronte al grande specchio.

Chissà se quello specchio sarà stato capace di assorbire i sogni di Silvia di quella notte, chissà se le donò una nuova energia capace di farle accogliere il nuovo e di purificarsi dal vecchio permettendo la chiusura di un ciclo e prepararla ad una vita nuova.

La luce del mattino che filtrava dalla finestra la svegliò. Si rese conto di essersi addormentata sulla poltrona e scattò in piedi spaventata perché pensava di aver fatto tardi al lavoro e alla preparazione delle bambine e della giornata intera, ma quella luce mattutina che filtrava dalle finestre della sua casa, sul grande specchio e che non ricordava da tempo la destò e le ricordò che da quella mattina era incominciata una nuova vita. Quella mattina si sentì sola come non mai, era abituata a vivere da tempo a remare da sola, ma quella mattina la sensazione di voler un abbraccio consolatorio che potesse darle sostegno le mancò molto.

Si rese conto che era di fronte all’inizio di un nuovo percorso, che anche questa volta doveva mettere in campo le sue forze. Ad un certo punto le ritornò in mente il dialogo che aveva avuto la sera prima con la sua immagine riflessa e sorrise compiaciuta. Con timore si riavvicinò allo specchio e iniziò a guardarsi con più attenzione, scoprendo tratti che non conosceva, nuovi segni sulla pelle del suo viso. Capì che quei tratti segnavano le strade che aveva percorso nella sua vita, quanta ricchezza quei segni sulla sua pelle, intuì presto che quel nuovo tempo ne avrebbe incisi altri. Quel nuovo tempo che tanto la turbava, non era arrivato per caso.

La dimensione drammatica che si stava vivendo a causa delle morti e dei contagi stava mettendo tutti a dura prova dal punto di vista psicologico, una angoscia che aveva preso il cuore di tutti. L’unica salvezza era evitare il contagio con l’isolamento, parola d’ordine ‘chiudersi in casa. Da quel momento in poi il mondo intero era racchiuso nella sua casa, tutto doveva rientrare in spazi condivisi di cui non se conosceva più il significato e lo catapultava in un luogo che oramai era diventato a lei sconosciuto.

Pensò al tessuto sociale tessuto di quegli anni, fatto di giornate compulsive alle si quali abbinavano svaghi che portavano a intrecciare relazioni con degli sconosciuti che avrebbero avuto il delicato compito di riempire la vita e pensò fra sé la riempivano?

Quante volte ci si ritirava a casa con quella strana sensazione che sapeva del nulla, che aveva creato un vuoto esistenziale perché non avevamo donato alla nostra vita la possibilità di fermarci per conoscerci un po’ meglio, ma che aveva solo il compito di farci fuggire. Capì subito che quel tempo non doveva andare sprecato ma che doveva essere un dono per lei. Doveva riprendere a guardare la sua vita interiore ed imparare ad averne cura per sempre. Quando le sarebbe capitato di avere quel tempo tutto per sé?

Al tempo della quarantena la vita quotidiana subì una vera propria rivoluzione. Si sperimentarono tutte le possibili strategie tecnologiche per far andare avanti mondi che non potevano fermarsi, l’istruzione, i sevizi sociali e tutto ciò che poteva fungere da spina dorsale ad un paese.

Silvia si ritrovò faccia a faccia con il mondo della scuola e dedicò molto tempo alle bambine che seguivano lezioni online e anche questo portò ricchezza nella sua vita, poteva fermarsi con calma ad ascoltare le figlie che facevano lezione dedicandogli il giusto tempo. Iniziarono a suddividere gli spazi della giornata, scanditi da un ritmo lento.

Com’era sconosciuto quel ritmo, sembrava rimanesse sospeso nell’aria e la lasciava attonita facendola sentire librata in aria dandole la possibilità di osservare dall’alto la sua vita con lentezza, un nuovo ritmo mentale che le faceva muovere passi dall’andamento simile a quelli di una lumaca, con la sua casa sulle spalle e nell’esercizio della sua naturale pazienza per raggiungere i suoi obbiettivi. Si accorse che questo nuovo ritmo, che iniziava a farsi sempre più spazio dentro di lei, le permetteva di soffermarsi  su tanti attimi della sua vita dandole consapevolezza che quella nuova dimensione di tempo le avrebbe portato ricchezza… aveva imparato ad osservare anche le piccole cose, a dare importanza ai dettagli, tutto oramai le parlava. Nei giorni che seguirono iniziò ad apprezzare il silenzio, le faceva paura il silenzio, non era più abituata a sentire se stessa e il silenzio lo impone. Il silenzio la costringeva a guardare le corde della sua anima, le stanze buie che si portava dentro e attraversarle non era facile. Silvia si interrogò molto su questo aspetto del silenzio e si chiese molte volte se fosse stata capace di attraversarle quelle stanze buie e cosa sarebbe successo dopo averle attraversate.

Quando tutto sarebbe finito sarebbe stata in grado di portare quella luce nuova fuori da quella casa, sarebbe stata capace di portarla con sé e proiettarla sul cammino della sua vita e su quella degli altri?

Incominciò a farsi idea nella sua mente che poi non era così sola, altre donne e altri uomini all’interno delle loro case con le loro famiglie si trovavano in quello stato di silenzio alla scoperta di se stessi, chissà come affronteranno questo percorso si chiedeva Silvia, chissà cosa porteranno con sé quando tutto sarà finito.

Saranno arrabbiati perché questo tempo non ha più dato loro la possibilità di costruirsi corazze, questo nuovo tempo non ha potuto far curare loro le immagini che volevamo sfoggiare, le uniche a dare sicurezze interiori. Non possono più formulare belle parole che incantino i loro interlocutori, come faranno con i titoli che hanno ora il valore del silenzio, si inchineranno ancora davanti a chi ostenta perché titolato, andranno ancora alla ricerca dell’amico importante? Avranno capito che questo tempo ci ha resi tutti uguali e in comunione tra noi nella condivisione di una tragedia umana?

Silvia immaginò molto il momento che avrebbe messo fine a quel tempo, e ripeteva tra sé chissà se quando torneremo ad abbracciarci vedremo di cosa siamo stati capaci di costruire in questo tempo che ci ha messi tutti di fronte ad uno specchio “Lo specchio del tempo”.

Silvia, in quei giorni nuovi, scoprì il dono della pazienza, nei giorni dell’attesa la pazienza aveva incominciato a farsi strada dentro di sé, ed aveva incominciato ad esercitarla quotidianamente, una delle tante camere buie che iniziava ad esplorare e far diventare sua. Iniziava ad innamorarsi di quelle esplorazioni che illuminavano le stanze buie della sua vita e le donavano nuovi contenuti in quel tempo nuovo che la vedeva in cammino insieme alle sue bambine.

Si stava talmente innamorando di quelle nuove esplorazioni che cominciava a temere di perdere quei doni ritrovati una volta finito tutto. Temeva di non essere stata in grado di usare quei doni ritrovati come semi, nel nuovo tempo che a quarantena finita la aspettava. Le giornate che seguirono avevano temperature primaverili e fu per lei un piacere ritornare sul terrazzo di casa, il terrazzo si trovava al piano superiore, in una posizione soleggiata da dove si ammirava un bel panorama. I monti della sua città facevano da sfondo a quella fotografia che si poteva incamerare negli occhi quando ci si affacciava.

Quando salì si ricordò dei suoi giochi da bambina su quel terrazzo che fu la casa dei suoi genitori, le corse con le sue sorelline, le risate e le merende al sole. Vide la vecchia altalena, si muoveva, e la bambina dei ricordi era lei sorridente con i suoi riccioli al vento. Si voltò e guardò il panorama, respirò a fondo quei ricordi che aveva dovuto accantonare. Vide i panni stesi al sole dei vicini, i colori in fila componevano quadri al vento che brillavano sotto i raggi del sole, iniziò a percorrere lentamente quel terrazzo e con grande dispiacere vide le piante secche, non avevano più ricevuto la grazia delle cure della sua dolce mamma.

Si inginocchio e cominciò a prendere contatto a mani nude con quella terra, scavò con le mani in quei vasi e si rese conto della freschezza che quella terra le donava, un ritorno alla vita quel contatto che la riportava alle proprie radici. Si voltò e vide un barattolo in angolo, lo aprì e vi trovò dentro dei semi di girasole, non esitò a piantarli li ripose nei vasi rivoltò quella terra felice di aver ritrovato quel contatto primordiale che le aveva donato un senso di rinascita.

Era mezzogiorno le campane della chiesa vicina intonavano l’Ave Maria. Inginocchiata con le mani sporche di terra pregò, come non faceva da tempo. Le lacrime dall’emozione scesero sul suo viso e bagnarono i semi di girasole. Quella giornata fu accompagnata dalla nuova scoperta, che poi non era altro che un ritorno alle sue radici, un’altra camera buia che aveva sepolto. Quel contatto con la natura la ricondusse agli albori della vita al centro della terra, madre di  tutte le madri, il centro della vita. Pensò all’ingratitudine che gli esseri umani avevano avuto nei confronti della loro terra, nessun amore nei confronti di chi aveva donato la vita.

La nostra madre terra, il centro della vita, era stato dimenticato, lo avevamo distrutto, inquinato, violentato, eravamo stati capaci di rompere tutti gli equilibri di un ecosistema che manteneva in piedi un universo. Abbiamo pensato di essere di essere i padroni del mondo, della natura, dei suoi alberi, dei suoi fiumi, della sua acqua e del suo cielo, delle sue creature. Non siamo arretrati di un passo davanti a niente, non siamo stati capaci di ascoltare i segnali che la natura con i suoi disastri ci inviava, pur di alimentare la sete del dio denaro, unico elemento che abbiamo riconosciuto come divinità, prostrandoci davanti ad esso senza più riconoscere dove arrivava il confine della dignità umana.

Non siamo più stati più in grado di riconoscere la vera dignità dell’uomo, non siamo più stati capaci di sporcarci le mani di terra e sentirne il profumo che il vento sospende nell’aria, non riconoscendo l’importanza della natura abbiamo tradito noi stessi, abbiamo tradito la nostra vita stessa. Quando si arriva a tradire la natura e la vita stessa, l’uomo accumula egoismo, non riconosce le debolezze del proprio fratello e quel pezzo di mondo che si è conquistato diventerà il suo mondo privato, vietato ai meno fortunati del mondo, ma in quel pezzo di mondo non nascerà mai un fiore profumato, non voleranno uccelli variopinti, non conoscerà l’accoglienza verso il fratello disperato, in quel pezzo di mondo si semineranno solo i semi dell’egoismo.

Silvia quella sera si sentì gratificata, iniziò a rincorrersi con le bambine, ridevano fragorosamente finirono per ritrovarsi insieme sul pavimento in una lotta di amore che riavvicinava le loro vite, il sole e la terra le aveva ridonato una energia primitiva capace di far tirare fuori energie positive come non succedeva da tempo. Dopo aver cenato lesse una storia di principesse alle bambine, sognarono insieme quella sera un mondo diverso, che era lì fuori ad aspettarle paziente. Augurò la buona notte e si incamminò verso la sua stanza. La luce dei lampioni che filtrava sul grande specchio illuminava il corridoio, il grande specchio era sempre lì che la aspettava, si fermò davanti ad esso e guardò a fondo il suo viso, ne seguì i contorni con le mani delicatamente, incominciava a riconoscerli quei tratti.

Silvia il mattino dopo si soffermò un po’ di più nel letto, una concessione che si dedicava raramente, ma quella mattina la lezione online delle bambine cominciava più tardi. Quella mattina le ritornò in mente la preghiera commovente che aveva recitato il giorno prima, durante la semina dei semi di girasole, non l’aveva lasciata indifferente, le aveva ristabilito un nuovo legame che aveva perso e nascosto tra le camere buie della sua vita, la vita difficile le aveva fatto perdere la fede e aveva smesso di cercarla e la preghiera non era più parte del suo tempo e della sua vita, le campane in lontananza intonavano l’Ave Maria del mattino, Silvia pregò nel silenzio del suo cuore. Quella mattina aiutò le bambine nelle lezioni online, le insegnanti in quel tragico momento rivestivano un grande ruolo, riteneva che fossero diventate un importante punto di riferimento, che rappresentavano una certezza per i bambini, che durante quel tempo nuovo erano alquanto disorientati.

Dopo prepararono il pranzo insieme, questo tempo aveva rifatto affiorare la manualità nella preparazione del cibo, per cui ritornò ad impastare a cucinare facendo partecipare le bambine, che si divertivano tra uova farine e mestoli, gli odori in casa del cibo caldo e fragrante erano oramai una consuetudine, riempivano la casa di gioia e le avvolgeva in un abbraccio che non ricordavano più. Durante la gestualità della preparazione dei cibi rivedeva la sua mamma, le ritornarono in mente i profumi che la accoglievano al ritorno da scuola quando il papà le apriva la porta e la accoglieva con un bacio. Aveva ripreso un vecchio ricettario della mamma e aveva svelato alle bambine tante ricette segrete della nonna, patrimonio unico della famiglia e ad ogni ricetta raccontava aneddoti e tradizioni legate a quelle pietanze.

I contatti con gli amici e i parenti proseguirono attraverso il telefono e con tutte le tecnologie che potevano aiutarla. Anche questo fu tempo in cui, liberatisi dal superfluo, verificare la sola essenza dalla sostanza. Questo tempo fu banco di prova per sondare ciò che si era costruito e come si era costruito, quanto era solida la base dell’amicizia, quanto erano profonde le radici familiari nel terreno della vita, ma questo tempo servì anche a tagliare i rami secchi, per far si che i veri valori potessero risorgere più forti e fiorire come un albero che produce frutti. Era una bella domenica di sole quel giorno, Silvia decise di salire in terrazzo per controllare le sue piante. Portò le sue bambine e iniziarono a rincorrersi felici, l’aria il sole una attività motoria a cui erano abituate iniziava a far sentire la sua mancanza, quello spazio all’aria aperta divenne molto utile.

Quella domenica mattina innaffiò le sue piante le curò amorevolmente e fu grata quando iniziò a vedere tenere foglioline sbocciare. Aver piantato dei semi ritrovati e averne avuto cura rappresentava in quel tempo una rinascita della vita, una speranza che stava mettendo tutti a dura prova, quella epidemia stava procurando dolore a tutti attraverso la perdita dei propri cari.

Loro come cittadini erano chiamati a dare aiuto in un unico modo, quello di rimanere a casa, lei non aveva ruoli in prima linea ma sapeva che quello era l’unico contributo. Capì che aver avuto la forza di guardare quel tempo della sua vita allo specchio era una grazia, quel tempo al contrario di molti altri cittadini che iniziavano a manifestare insofferenze, perché non avevano colto che quel tempo capitato nelle loro vite poteva apportare un cambiamento interiore che  sarebbe diventato seme, sarebbe diventato crescita.

Mentre rifletteva su questo nuovo tempo della vita, si accorse che dal terrazzo di fronte un signore la salutava chiamandola per nome…

«Silvia ciao come stai? Ti ricordi di me?».

Silvia educatamente rispose al saluto, ma dovette impegnarsi per ricordare quel volto, un viso conosciuto, ma il tempo passato non le faceva tornare in mente nessun nome. Mentre guardava e cercava aiuto nella sua memoria di giovane donna che aveva lasciato quel quartiere troppo presto per rincorrere il suo sogno di moglie e madre e trasferirsi in un’altra città, notò su quel terrazzo dei bellissimi fiori alcuni. Avevano dei colori che ricordavano l’arancio di un tramonto e sovrastati da un piccolo alberello dai rami fioriti sembrava un mandorlo. Su un divanetto una donna anziana era avvolta in uno scialle all’uncinetto color rosa, Silvia distolse lo sguardo da quel bel quadretto, riconosceva il suo grande spirito di osservazione che riusciva a trasformare in versi, la estraniava. Rivolse poi lo sguardo a quel giovane uomo che aspettava un seguito al saluto.

«Ciao», rispose Silvia agitando la mano con delicatezza, «purtroppo la memoria mi sta creando qualche difficoltà non ricordo chi sei, mi dispiace ».

«Sono Giovanni, il figlio più piccolo della signora Antonietta, le nostre mamme erano amiche. Poi per un periodo siamo  andati via, in un altra città, per poi ritornare  in questo appartamento, oramai da circa sette anni. Come va la quarantena? Come state?»

Silvia ricostruì nella sua mente la storia di quella famiglia, non ricordava Giovanni che era il più piccolo ma ricordò le loro mamme che erano ottime vicine di casa. Ricordò le sue sorelle con le quali scendeva in cortile a giocare - che bei tempi che spensieratezza! - le corse in cortile, i giochi di strada, la leggerezza degli anni più belli. Fu un balsamo al cuore l’affiorare di quei ricordi che una vita troppo dura avevano calpestato.

Si abbinò alla bellezza di quei ricordi un grande vuoto interiore. In tutti quegli anni aveva trascurato le amicizie, il vicinato, non conosceva gli anziani del suo condominio, il suo tempo era sempre così stringato che non le consentiva relazioni, rientrava di sera e non aveva modo di incrociare nessuno per uno sguardo, un saluto, un aiuto, niente di tutto questo.

Abbiamo racchiuso una vita in una giornata, una giornata studiata affinché potesse contenere tutto ciò che potevamo stipare in essa e questo ci doveva appagare; non conoscevamo la bellezza che il tempo in termini umani ti restituisce, che perdita pensò. Si distolse dai suoi pensieri sul tempo della vita che le affollavano la mente e rivolse il suo sguardo verso Giovanni e gli rispose.

«Stiamo bene grazie a Dio e scusami tanto se la mia memoria ha vacillato, ma è passato tanto tempo! Come state? Come sta la signora Antonietta che piacere rivederla, complimenti per i fiori sono bellissimi!».

«Grazie Silvia, è mamma che li cura con tanto amore, nonostante la sua età e i suoi acciacchi.».

Continuarono per un po’ a parlare sfogliando i ricordi della sua infanzia e delle loro vite attuali, l’epidemia e il dolore che portava con sé, di quanto tutto questo aveva reso tutti vulnerabili. Silvia avvertì durante quel dialogo una serenità che non avvertiva da tempo, la voce di Giovanni era rassicurante sapeva di buono e di altruismo, sapeva di quell’abbraccio che avrebbe voluto provare quella sera che iniziò la quarantena e che la porta si chiuse alle sue spalle.

Giovanni raccontò che si occupava della mamma con cui viveva, oramai rimasta sola, con non poche difficoltà, sopratutto in quel periodo che a causa o per fortuna del suo lavoro era chiamato come responsabile di una associazione di aiuti umanitari, in prima linea a dare una mano alla macchina organizzatrice per sostenere le famiglie della loro città e quelle limitrofe. Le disse che stava avendo serie difficoltà per accudire la mamma anche a causa della quarantena che non permetteva di far entrare persone in casa.

Silvia lo guardò per un attimo, poi spostò il suo sguardo sulla signora Antonietta, notò i suoi capelli argento che lo scialle di punti all’uncinetto rosa illuminava. Che bella signora pensò, ha lo sguardo della tenerezza. Pensò alla sua mamma in quel momento, quanto le mancava.

Fu allora che pronunciò le parole: «Giovanni mi farebbe piacere aiutarvi, dimmi cosa posso fare per voi? Chiaramente sempre con le dovute attenzioni in termini di sicurezza se vuoi posso prepararle il pranzo. Ne sarei felice e onorata - disse Silvia - adotterò tutte le misure di sicurezza per evitare contagi. Organizziamoci  affinché tu possa continuare il tuo prezioso lavoro, in questo momento la popolazione ha bisogno di te, del tuo aiuto.»

Ed ecco che Silvia illuminò un'altra stanza della sua anima in cui aveva sepolto la solidarietà. Quante volte si era girata dall’altra parte, quante volte tra amici e sui luoghi di lavoro in politica aveva sentito discorsi che inneggiavano alla priorità dei propri diritti dimenticandosi dei più deboli. Quanto male, pensò tra sé, aveva fatto quel vecchio tempo. Ci aveva tutti induriti, non ci faceva più accorgere che voltavamo lo sguardo dall’altra parte senza più provare vergogna di fronte al fratello debole, bastava che tutto andasse bene nelle nostre vite.

Si salutarono con affetto per essersi ritrovati, Silvia e Giovanni si scambiarono i numeri dei cellulari, per accordarsi sulle modalità di aiuto. Silvia mandò un bacio tenero alla signora Antonietta, prese le bambine che avevano assunto un colorito roseo per il sole che avevano preso e rientrarono in casa.

Anche quella sera la cena ebbe un buon sapore e il profumo avvolgeva le loro risate.

Che giornata quella trascorsa, pensò mentre riordinava la cucina, quante ricchezze nello scoprire una nuova stanza della sua anima, quanta luce nuova la illuminava in questo nuovo tempo. Sorrise e ricordò lo sguardo di Giovanni che la osservava mentre parlava dei suoi ricordi con le sorelle. Anche quella sera attraversò il corridoio, la luce illuminava sempre il grande specchio e il grande specchio la aspettava e lei come ogni sera si soffermava a guardare il suo viso, accompagnava con la sua mano i suoi tratti, non aveva più paura. Si addormentò serena, pensò a quell’incontro e pregò con una delicatezza nel cuore.

Dalla mattina successiva iniziarono i contatti telefonici con Giovanni in maniera tale da accordarsi sulle modalità di preparazione per il pranzo alla signora Antonietta. Chiese cosa poteva mangiare e cosa gradiva, le telefonate furono sempre delicate e lasciavano Silvia e Giovanni con una serenità nel cuore. Silvia fu molto premurosa nella preparazione del cibo per quella gentile signora che aveva scoperto da poco essere sua vicina, il primo giorno che le portò il pranzo per Silvia fu una grande emozione.

Indossò la mascherina e i guanti e le portò il pranzo. Profumava di tenerezza. Quando si incontrarono sul pianerottolo sorrisero, ma le mascherine li coprivano, furono gli occhi a parlare di gioia, di sollievo, di tenerezza e di solidarietà. La signora Antonietta la stava aspettando, la fece entrare e Silvia vide una casa che parlava di ricordi, di fotografie di famiglie felici e compleanni tra mobili antichi e porcellane di Limoges. Quello divenne un appuntamento giornaliero che aveva il sapore delle cose belle, della gratificazione, della solidarietà.

Silvia nel pomeriggio continuava a coltivare le sue piante in terrazzo, diventate belle e rigogliose, aveva ripreso la sua scrittura e aveva quasi terminato una raccolta di poesie da pubblicare. Si sentiva spesso con Giovanni e le loro telefonate raccontavano di difficoltà e di aiuti, ma la sera quando tutto si calmava diventavano tenere.

Lo specchio del tempo era lì ogni sera ad aspettarla per riflettere la luce che ogni giorno Silvia assorbiva e la preghiera delicata le faceva regalare uno sguardo tenero sul mondo prima di addormentarsi.

Passarono diversi mesi e quella quotidianità si riempiva ogni giorno di luce e di speranza, fino a quando iniziò a vedersi la luce in fondo al tunnel. I numeri dei contagi divennero sempre meno e le autorità autorizzarono ad uscire di casa chiudendo finalmente il ciclo della quarantena. Le città fecero grandi festeggiamenti di gioia e non mancarono ricordi dolorosi, quella sera Giovanni bussò alla sua porta, aveva in mano delle rose rosse, entrò buttò in aria le mascherine e la baciò appassionatamente, in corridoio davanti allo specchio, al grande specchio del tempo.

Rossella Aicale

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