Jun 05, 2023 Last Updated 6:32 AM, May 26, 2023
Rocco Infantino

Rocco Infantino

Giornalista pubblicista, batterista sconveniente.

Leggo. Mi incuriosisce la fisica quantistica. Mi piace il jazz. Scrivo in privato, uso il Garamond. Credo nella sezione aurea, nell’entanglement, nel dualismo onda particella. Preferisco i film francesi, i cibi semplici, le persone semplici, i problemi semplici.

Il mio orario del cuore sono le cinque e venti. Detesto usare Domodossola nel gioco “Nomi, cose, città” e vivrei volentieri a Londra, Parigi e Roma, come la maggior parte delle vallette degli illusionisti. Fin da ragazzo ho l’età che descrive J. L. Borges in Limites. Se non svolgessi un lavoro in ambito giuridico legale, probabilmente avrei voluto essere quello che fischia nella canzone Lovely head dei Goldfrapp.

Se sei uno di quella moltitudine che ambisce a pubblicare un libro e fai un giro nella Rete in cerca di dritte, tra i primi consigli che esperti veri o sedicenti del mondo dell’editoria ti sacramentano, è quello di dare una preliminare occhiata al catalogo dell’editore che hai puntato, per verificare da te se il tuo capolavoro sia in linea con quelli già pubblicati o se magari possa risultare fuori posto. Così eviterai di proporre il tuo fantasy a un cultore di storia delle tecniche militari, un saggio sulla coltivazione in serra della barbabietola a un editore di romanzi d’amore, la raccolta ragionata delle ricette di cucina della zia di Pescara a quello di una rivista scientifica di ingegneria sanitaria di fascia A. Sarebbero rifiuti sicuri. Diligentemente visiterai i siti degli editori che ti vengono in mente, controllerai cataloghi e collane, seguirai le indicazioni stesse che molti di questi, quasi tutti a dire la verità, mettono bene in evidenza per scremare o scoraggiare le proposte editoriali. Così magari ti renderai presto conto, per dire, che le poesie non le vuole grosso modo nessuno. Così, per dire, ti renderai conto che per esempio le Edizioni Ares stanno lì apposta «per promuovere una cultura di ispirazione cristiana aperta al dialogo» e per dare spazio a «riflessioni e approfondimenti in volumi di saggistica filosofica e teologica, di spiritualità, di letteratura, di pedagogia».[1] E ti regoli.

 Libri difficili.

Nel 1990 Michele Brambilla fa il cronista giudiziario al Corriere della Sera e per lavoro gli capita di seguire due processi su vecchi fatti risalenti agli anni Settanta, gli “anni di piombo”: l’uccisione di Sergio Ramelli e l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Durante le ricerche nel suo giornale, si trova a frugare anche in altre buste d’archivio: quelle sulle Brigate Rosse, quella sulla morte di Giangiacomo Feltrinelli, altre. La rassegna stampa che gli si compone davanti dai quei ritagli di giornale gli restituisce «un clima di faziosità, di violenza verbale, di omissioni e distorsioni che aveva contagiato praticamente tutti i grandi giornali dell’epoca» e che pareva avere un fine, e cioè quello di dimostrare che la violenza era soltanto o fascista o “di Stato” e che il terrorismo di sinistra non esisteva. Le violenze delle Brigate Rosse venivano denunciate puntualmente, ma le Brigate Rosse venivano chiamate «sedicenti».[2]

Brambilla decide di scriverne un libro. Non un libro contro la sinistra, come lui stesso chiarisce, ma «un libro di denuncia di uno dei vizi mai morti della nostra categoria: il conformismo. [...] Siamo il Paese in cui si era tutti fascisti con il fascismo, tutti partigiani dopo il 25 aprile, tutti democristiani con la RAI degli anni Sessanta, [...] Resta l’abitudine di accodarsi a un pensiero di moda. Resta il rinunciare alla propria libertà di critica per aderire aprioristicamente alla parte che s’è scelta.»[3]

A tanto, che costituisce secondo Brambilla un preoccupante tratto d’attualità – e lui lo scrive nell’introduzione della nuova edizione, la dodicesima, del volume, datata 2020 – io azzarderei d’aggiungere l’aggravante oggettiva che non tutte le parti nel gioco politico d’oggi sono parti effettive, le più essendo vuote maschere, mentre i reali volti del potere sono un numero molto ridotto e sono, come già ebbi modo di scrivere, altrove. Ma non divago.

Brambilla raccoglie e ordina il copioso materiale e si trova subito di fronte alle stesse difficoltà che hanno i poeti: trovare un editore. Anzi, probabilmente le sue furono difficoltà maggiori, stante che nel materiale raccolto e del quale avrebbe scritto, era compreso il fior fiore del giornalismo e dell’editoria dell’epoca. Finì dunque che grazie a un atto coraggioso di un direttore editoriale di una Casa che poco divideva con i temi del lavoro di Brambilla, il suo libro vide la luce nel 1990. Per le Edizioni Ares.

Oggi, certo, il monopolio di certa stampa e di certa editoria non è più saldamente nelle mani “della sinistra”, per dirla così, e per di più ai tradizionali canali informativi di allora – dell’epoca dei fatti esaminati e poi magari anche dell’epoca della prima pubblicazione del volume – si sono affiancati fenomeni giganteschi come l’ipertrofia della Televisione, prima, e la Rete, poi. Ma secondo Brambilla quel vizio di fondo costituito dal conformismo, dal conformismo “in sé”, diremmo, scevro dalla connotazione o dalla mera colorazione che di volta in volta assuma, sopravvisse, rimane.

Senza saltar le pagine, ma tralasciando solo per il momento il resto, che tornerà buono poi, decido di tenere ancora il fuoco sulla vicenda con cui ho aperto questo mio viaggio dilettante in una storia italiana: «“È Feltrinelli il morto del traliccio”: il titolo, a nove colonne, apriva il Corriere della Sera di venerdì 17 marzo 1972».[4]

Mettigli i baffi, levagli i baffi.

Lo stesso Brambilla, anche lui, riporta che addosso al cadavere rinvenuto mercoledì 15 marzo 1972 sotto il traliccio numero 71 di Segrate era stato trovato un documento intestato a un certo Vincenzo Maggioni e che però successivamente al suo rinvenimento al commissario Calabresi fosse venuto un dubbio, dubbio che questi aveva comunicato prontamente ai suoi superiori facendo una telefonata da casa: «Guardate la foto di Vincenzo Maggioni e provate a mettergli un paio di baffi...». Figurandosi questo semplice maquillage, il signor Vincenzo Maggioni, impiegato di Novi Ligure, mai esistito in vita, diventava Giangiacomo Feltrinelli, industriale ed editore miliardario, da due anni già passato alla clandestinità, che di esistere aveva appena cessato, per l’appunto.

Prima di andare avanti, vorrei fermarmi un momento su questo dettaglio, il dettaglio dei baffi, cioè, magari solo perché come spesso accade seguendo delle storie criminose, è sui dettagli che sempre s’appunta l’attenzione – e perché non confessarlo? la curiosità – del lettore. O magari perché questa cosa l’ho già letta altrove.

E verifico.

La versione riportata da Brambilla sull’intuizione del commissario Calabresi mi appare simile, certamente in linea, con quanto leggo tra le pagine del settantatreesimo resoconto stenografico della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, resoconto della seduta di mercoledì 5 luglio 2000, Presidente Pellegrino, durante la quale si svolse l’audizione del dottor Antonino Allegra.

Chi? Il dottor Antonino Allegra era stato il capo dell’ufficio politico della Questura di Milano, incarico di direzione assunto dal febbraio 1968 e ricoperto fino alla data della sua promozione a vicequestore quando, nel gennaio del 1973, era andato via da quella città.[5] Allegra era lo stesso che aveva dovuto sopportare i fischi di alcuni tra il pubblico al proprio ingresso nell’aula del Tribunale dove si era celebrato il processo Cederna, come ho già scritto.

Dunque, in quella audizione, molti anni dopo i fatti – anni prima era invece uscita la prima edizione del volume di Brambilla – il dottor Allegra riferisce: «Ricordo [...] che quella sera Calabresi, attraverso una fotografia, aveva sospettato che potesse trattarsi di Feltrinelli. Andò con l’ufficiale dei carabinieri all’obitorio per una conferma e tornarono con questa convinzione. [...] Riuscimmo però a fare il riconoscimento ufficiale alle ore 24.00 della sera; convocammo la signora Schöntal ed un cugino di Feltrinelli; un certo Carpi De Resmini il quale in primo luogo negò, sperando di fare controinformazione, che fosse lui. Allora Schöntal, molto decisa, disse senza alcun dubbio che si trattava proprio di lui. Si arrivò quindi al riconoscimento.»[6]

Il fatto curioso per me, tuttavia, è che un riferimento a quei baffi, a quell’appiccicarli in faccia al Maggioni, quello strapparli idealmente al Feltrinelli non era soltanto lì che mi ricordavo d’averlo letto. Ogni volta che scrivo un articolo per queste colonne, durante la sua stesura, dalla prima idea all’ultima parola scritta, crescono nella mia mente, nel mio studio, sul mio tavolo – e con appendici virtuali di decine di pagine web e di file costantemente aperti fino alla fine sui miei dispositivi – pile di volumi, di fogli, di fotocopie o di stampe, pagine di appunti frettolosi o precari, una minima parte delle quali mi risulterà alla fine effettivamente da considerare o da citare, rimanendo il resto una massa eterogenea soltanto faticosa da gestire.

Eccolo, alla fine: «Io mi ricordo benissimo che – era il marzo del 1972 – il Corriere della Sera pubblicò una fotografia in prima pagina, sfocata. Si vedeva un traliccio dell’Enel, alla periferia di Milano, e sotto un cadavere. “Cadavere di uno sconosciuto” che voleva far saltare il traliccio e tagliare la luce a Milano. Però mia zia, che era un tipo strano (e aveva anche avuto un piccolo ictus), guardò la foto e disse: “È Feltrinelli”. Non ho mai capito come le fosse venuto in mente, ma aveva ragione. Secondo me, le persone anziane, specie se hanno avuto un piccolo ictus, vedono cose che noi non vediamo. Per esempio, nella foto il cadavere non aveva i baffi; ma mia zia disse proprio così: «Mettigli i baffi e vedi che è Feltrinelli».»[7]

Enrico Deaglio, il depositario di questo ricordo, è l’autore di queste righe che compaiono su Il Secolo XIX on line e anche su Il Post, sempre on line, nel 2012; Deaglio è un giornalista e scrittore, nonché conduttore televisivo così conosciuto, popolare direi, che credo non abbia necessità d’essere meglio identificato. Dunque. Deaglio scrive che alla vista di una foto sfocata stampata nel 1972 sulla prima pagina del Corriere della Sera, quello “strano tipo” di sua zia, come lui stesso la descrive, che aveva subito anche un piccolo ictus, senza esitazioni, semplicemente immaginandoselo con i baffi, subito aveva riconosciuto nel volto di quel cadavere l’editore scomparso.

Verosimilmente, può darsi che sua zia avesse fissato non la foto in prima pagina, ma magari quella a pagina otto del Corriere Milanese, che compare in una gabbia in taglio medio sotto il titolo Il «terrorista» venuto dal nulla. Sempre che parliamo dell’edizione del Corriere della sera del giorno 16 marzo, beninteso, atteso che il giorno successivo il medesimo quotidiano l’arcano lo risolveva da sé, con un titolo a tutta pagina in prima.

Diversioni piccole piccole.

Ben può essere. Io ricordo un altro fatto, forse più famoso, che come questo ha origine nella medesima stagione degli anni di piombo ed ebbe a che fare con la tragica vicenda del rapimento e poi dell’uccisione di Aldo Moro.

A pagina 7 del Corriere della Sera di martedì 17 ottobre 1978, in taglio basso, compare un articolo dal titolo «Dov’è il leader dc?», chiesero allo spirito di La Pira. E la risposta arrivò col posacenere: «Gradoli... 095». L’articolo fa parte di una ricostruzione a puntate dei retroscena del grave fatto terroristico e porta la firma di Roberto Martinelli e Antonio Padellaro.[8] Vi si riferisce di una seduta spiritica tenutasi in una residenza bolognese nel pomeriggio di domenica 2 aprile dello stesso anno, mentre in tutto il Paese erano in corso frenetiche le ricerche dello statista rapito; a quella seduta parteciparono diverse personalità che successivamente avrebbero ricoperto incarichi di primissimo piano nella cosa pubblica nazionale e tra essi anche un futuro, anzi prossimo, ministro, che sarebbe diventato anche Presidente del Consiglio e Presidente della Commissione Europea. Il gruppo aveva evocato dapprima, invano, lo spirito di Don Luigi Sturzo e, successivamente, quello di Giorgio La Pira il quale ultimo, defunto più di recente, sarebbe potuto risultare più “reattivo”. Da quella seduta, alla domanda “dove si trova Aldo Moro?” si ricavò come indicazione “Viterbo, Bolsena, Gradoli, 095”. Sedici giorni dopo, in via Gradoli, una traversa della via Cassia, statale che passa per Viterbo, al civico 96, in uno stabile già più volte visitato dalle forze dell’ordine, si sarebbe poi scoperta la base operativa romana delle Brigate Rosse.[9]

 

Favole.

Dal canto suo, negli stessi scritti che sopra ho citato, Deaglio ricorda che un giorno o due dopo la felice intuizione della zia, «la polizia – per l’esattezza il commissario Luigi Calabresi, che si occupava della violenza politica in città – comunicò che l’uomo trovato morto sotto il traliccio era il famoso editore Giangiacomo Feltrinelli, di 46 anni, milanese, miliardario comunista, amico di Fidel Castro.»[10]

Le cose collimano: le intuizioni del commissario Calabresi e quelle della zia di Deaglio, il ricordo di quei fatti del Dottor Allegra. Grosso modo. Stante la ricostruzione fatta dal Dott. Allegra nella sede sopra ricordata, solo nella serata del 16 marzo il commissario Calabresi iniziò a nutrire il sospetto sull’identità del morto del traliccio e poi soltanto alle ore 24.00 di quel medesimo giorno si poté arrivare al riconoscimento ufficiale.[11] E il Corriere, come detto, ne diede notizia solo con l’edizione del successivo 17 marzo.

Tuttavia, l’ho già scritto, già da quello stesso 16 marzo, e molto prima della sera, come scrive Luce D’Eramo in Cruciverba politico, un comunicato dell’agenzia France Presse di Ginevra dà conto del circolare di «una voce [...] secondo la quale l’editore Feltrinelli [...] sarebbe stato assassinato in Italia»; già dal quello stesso 16 marzo, la voce sull’identificazione in Feltrinelli del cadavere di Segrate viene diffusa dall’ANSA in Italia, sempre secondo quel che riporta D’Eramo nell’opera citata, appena dopo le tredici.

Come fanno alla France Presse a sapere che l’editore Feltrinelli sarebbe morto – vai a stabilire poi se assassinato o no – quando Giangiacomo Feltrinelli era già passato alla clandestinità circa due anni prima e quand’ancora le autorità italiane si trovano con un cadavere cui dare un’identità certa?

«Parigi? È lontana!» «Lontana? È vicina. Vicina», si rintuzzano concitatamente due tizi su un sentiero di estrema periferia nelle scene finali di un film di Carlo Lizzani del 1984. Ma anche a questo, magari, arriveremo più avanti.

Secondo quanto riferisce il Dottor Allegra alla Commissione parlamentare d’inchiesta, nella borghesia milanese, anche quella che non era di sinistra, molte volte le cose le sapevano e però facevano finta di non saperle. Così quando morì Feltrinelli, che fosse morto, a Milano in tanti lo sapevano la sera stessa e la polizia lo seppe invece la sera del giorno dopo, in seguito al ritrovamento del cadavere e per via di una foto trovatagli addosso. «Ma la sera prima» dice Allegra «parecchia gente a Milano sapeva che Feltrinelli era saltato e, nonostante questo, hanno sempre detto che la polizia, i Servizi o non so chi l’avesse portato lì e poi fatto saltare.»[12]

Fragalà.

Un componente della Commissione d’inchiesta – incalzandolo? concionando? – ricordò che questa cosa l’aveva detta Camilla Cederna; al che Allegra aggiunse: non soltanto lei. E riferì che s’era dato ad esempio il caso di uno scienziato che insegna[va] all’università che aveva spiegato che a distanza di cento metri, con un fucile di precisione, si poteva colpire la capsula[13] (immagino, dell’esplosivo che Feltrinelli stava maneggiando). E, per rimanere a quel fatto, mentre in giro si diceva che la polizia (o chi) avesse preso Feltrinelli e l’avesse trasportato fin sotto il traliccio per farlo saltare in aria, “tutti” sapevano, quella stessa sera, quel ch’era accaduto, tanto che la stessa signora Schöntal era stata rintracciata in un salotto milanese e chiamata d’urgenza. Non era possibile, concludeva sul punto Allegra, che certa stampa, anche di sinistra, non sapesse certe cose.[14]

La cosa non s’esauriva qui. Il deputato componente Fragalà fa un passo avanti di qualche anno, arriva ai fatti del 1975 e chiede al funzionario in audizione se in quel periodo in Italia vi fosse un vero e proprio sistema di contro-informazione che ostacolasse le indagini, magari utilizzando firme prestigiose come quella del giornalista Giorgio Bocca, «per garantire l’impunità alle Brigate Rosse e per impedire che si indagasse a sinistra?», e si sente rispondere che su questo, sul fatto cioè che ci fosse stato un fenomeno di grandi proporzioni di disinformazione, non ci pioveva. Con l’unica prudente avvertenza che sarebbero stati gli storici a stabilire le cause del fenomeno e a verificare se si trattasse in certi casi di millanterie di singole persone.[15]

 

Se si scorrono le pagine centrali de L’eskimo in redazione, quelle del capitolo dedicato proprio alla vicenda Feltrinelli, e poi comunque anche le altre, vi si ritrovano, analogamente a quanto aveva prima di lui tentato di fare Luce D’Eramo col suo libro dimenticato, gli echi di una stampa già molto orientata sull’interpretazione da dare a certi accadimenti, vi si legge una linea che talvolta sovrasta, talvolta contrasta certi dati di fatto, si ricava quasi l’impressione di tentativi di orientare un’opinione pubblica, e un Paese, che volesse credere, più che sapere.

La posizione che avrebbe preso Giorgio Bocca con un articolo su Il Giorno del 23 febbraio 1975, quella posizione alla quale evidentemente faceva riferimento il deputato Fragalà, apre proprio il primo capitolo del volume di Brambilla; lì si legge che la storia delle Brigate Rosse faceva su Bocca «un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati o gli ufficiali dei Cc e i prefetti ricominciano a narrarla,» ecco che a Bocca veniva «come un’ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla».[16]

Anni dopo, Brambilla puntualmente lo ricorda, Bocca fece autocritica sul punto, ammettendo che sul tragico fenomeno del terrorismo rosso non ci aveva capito niente.[17]

Le pagine centrali del volume di Brambilla, quel capitoletto dedicato proprio alla scomparsa di Feltrinelli, riportano anch’esse una sia pur minima raccolta di richiami alla carta stampata proprio di quei giorni e, tra questi, quelli che già da subito agitarono l’ipotesi del delitto costruito, della messa in scena, operata per i convergenti interessi di “forze oscure”, o del delitto di provocazione o, ancora, quelli che riconducevano l’accaduto alla pervasività del sistema di potere “americano” anche nei confronti della nostra realtà nazionale.[18]

Dal canto loro, le prime risultanze degli esami tossicologici e delle perizie necroscopiche, richieste anche dalla stessa famiglia di Feltrinelli, escludevano presenza nel corpo di tracce di cloroformio o di anestetici, così come di lesioni precedenti lo scoppio della dinamite, elementi questi che avrebbero potuto corroborare le ipotesi che negavano alla vittima stessa la parte “attiva” nel mortale incidente. Se al momento dello scoppio Feltrinelli era da ritenersi dunque vivo e in condizioni normali, né drogato né addormentato, la tesi sostenuta “a caldo” dalla stampa che lo aveva immaginato assassinato e trasportato sul luogo dell’attentato prima dell’esplosione, nonostante tutte le altre apparenti incongruenze circostanziali, per così dire, non poteva apparire fondata.

Le prime risultanze dell’autopsia sul cadavere dell’editore, conclusasi alle sette di sera del 18 marzo 1972, vennero fatte oggetto di un comunicato della Procura della Repubblica; ciononostante, ciò non spegneva sui giornali l’eco delle voci che riproponevano, con modalità via via gradata per assicurarsi la compatibilità tecnica con quanto emergesse, scenari ancora orientati verso il delitto anziché prendere atto dell’”incidente”.[19] E anche a distanza d’anni, quando poi si trattò di prendere atto delle risultanze anche processualmente accertate su quanto era successo, qualcuno tra quegli organi di informazione che si vedevano costretti a rettificare quanto avevano sostenuto a proposito anni prima, lo fece, ma «scaricando su altri (presumibilmente ancora sullo Stato) la responsabilità della [loro] inesatta interpretazione: “Allora il quadro non poteva essere proprio limpido, anche perché c'è stato forse qualcuno che ha imbrogliato le carte. Si voleva indebolire la repubblica, ostacolando l'avanzata delle forze democratiche, e ogni strumento era buono per colpire certi obiettivi, il terrorismo di destra come quello tinto di rosso. Chi ha lasciato al partito armato la possibilità di mettere radici?”».[20]

Il quadro dell’informazione sul caso Feltrinelli non riusciva a rischiararsi. Tanto che – Brambilla lo ricorda nel suo volume e semmai dovessi continuare su questa storia ne parlerei più avanti, usando per quanto possibile anche le parole dei protagonisti – le stesse Brigate Rosse avviarono sulla morte dell’editore una propria autonoma indagine interna.

Passando ad altro.

La prospettiva di queste letture e di quel che di queste propongo, lo ribadisco, non è stabilire chi vincesse la battaglia della propaganda per obiettivi politici riconoscibilissimi, anzi evidenti, ma allineare elementi – pochi, disordinati e casuali tra infiniti – per una riflessione su quanta conoscenza dei fatti per quel che erano, o per quel che al momento se ne potesse sapere, potesse venire sistematicamente sottratta all’opinione pubblica nel gioco dell’informazione. Gli anni in cui si svolse la vicenda che fu il tema di un libro, comunque appassionato, quel Cruciverba politico che davvero per caso mi sono trovato a tirar fuori dall’ombra che lo custodiva, erano obiettivamente anni difficili, tormentati, controversi. Tra i protagonisti, o tra gli agenti, se si preferisce, di quel periodo, non sono da annoverare soltanto le forze estremiste, eversive, sovversive, terroristiche della destra estrema e della estrema sinistra, e neanche quei “pezzi” degli apparati dello Stato che sembravano non rispondere allo Stato, come si legge ovunque, non senza riscontri; a complicare il quadro era certo anche una prospettiva sovranazionale che s’esprimeva, come sempre accade, anche in servizi di intelligence, nazionali e stranieri, che giocavano a propria volta la loro partita.

Connessioni.

Quel che qui interessa è che tutti, prima o dopo, terroristi compresi, comprendono che il rapporto con i media, o l’uso dei media, o il controllo sui media non è un elemento neutro. E, potendo, s’attrezzano.

«Nei servizi segreti delle potenze si possono distinguere tre funzioni fondamentali, alle quali corrispondono in genere tre diverse sezioni di lavoro: analisi delle notizie e studio delle situazioni, raccolta e controllo delle informazioni per mezzo delle reti di spionaggio e controspionaggio, operazioni clandestine volte a interferire nella politica di altre nazioni (o anche del proprio paese). Le forme di questa attività clandestina (Covert Action secondo la classificazione della CIA) sono molto differenziate, e possono andare dal semplice finanziamento di partiti politici, giornali e gruppi editoriali, alla manipolazione di notizie e documenti (la cosiddetta “disinformazione”)».[21] Così si esprime ad esempio Angelo Ventura, professore di storia contemporanea e studioso del fenomeno terroristico, nonché vittima egli stesso nel 1979 di un attentato, caso raro di “reazione del bersaglio”, come si dice, perché a chi gli sparava rispose sparando.

Salvo magari ritornarci, è utile già adesso, ripeto, a mo’ d’esempio, appuntarsi qualcosa di quel che si trova tra le pagine di Per una storia del terrorismo italiano, di Ventura. Robert Hugh Cunningham – salvo si tratti d’un caso di omonimia, avverte lo studioso – sul finire degli anni ’70 è un alto dirigente della CIA e fino al 1972, anno in cui lo cede a Michele Sindona, è l’amministratore del Rome Daily American, quotidiano che secondo un’inchiesta del New York Times pubblicata qualche anno dopo «era tra i giornali controllati dalla Cia allo scopo di influire sull’opinione pubblica e di fornire una copertura ai propri agenti».[22] Fin qui, per quel che s’è appena detto, ordinaria amministrazione. La cosa assume aspetti più interessanti quando si ritrovano i nomi di Cunningham e Cunningham Junior, il figlio, in una società a tre con la moglie/madre, la Art-Press, la cui principale attività quale tipo-lito è la produzione del quotidiano Lotta continua.[23]

 

Ventura segue le vicende societarie di questa compagine fino ad arrivare alla società per azioni Tipografia 15 Giugno, che a detta dell’autore «funziona come un’autentica struttura di supporto dell’estrema sinistra eversiva» e tra i suoi soci fondatori ci ritrova il giovane Cunningham, strano tipo di “compagno”[24], per metterla giù così. Da ciò, Ventura non trae conclusioni espresse; figurarsi io, che sono soltanto un lettore di questo libro di cui mi colpisce la deliziosa veste grafica dell’edizione cartonata con sovraccoperta illustrata a colori, per i tipi di Donzelli, qualcun altro dei cui titoli ho sicuramente già citato in altri scritti, su queste pagine.

Ripensamenti, addii, ripensamenti.

A pagina 126 del suo volume, Brambilla rende omaggio alla coraggiosa autocritica di Giorgio Bocca, il quale su La Repubblica del 13 febbraio 1979 aveva scritto: «In quegli anni noi cronisti non capimmo niente della sinistra armata. Quando il giudice Viola scopriva gli incredibili covi dei Gap con dentro anche fucili da caccia, noi sorridevamo. Invece era proprio così, i covi erano veri, i fucili da caccia anche, il gioco tragico di Giangi Feltrinelli pure.»; e poi, sul medesimo quotidiano, il giorno seguente: «Ma c’è un’altra lezione che viene dagli atti di questo tardivo processo. Perché non si volle dire o capire sin dagli inizi che le Brigate Rosse erano una cosa seria? Noi conosciamo i nostri errori.  Ma se questi documenti ci fossero stati in qualche modo resi noti allora, avremmo evitato di sorridere delle Br e di pensare a connubi con le trame nere».[25]

Molti anni dopo quei fatti, nel 1986, intervistato sul Corriere della Sera da Fabio Cavalera, Francesco Bellosi, ex brigatista e già militante nei G.a.p., ricorda: «Appresi la notizia della sua morte il mattino seguente. Comprai il Corriere: il giornale parlava di uno sconosciuto, ma appena vidi la foto lo riconobbi. Mi voltai e cominciai a piangere».[26]

«Dal momento che sono passati quarant’anni,» anticipava Deaglio già nel 2012 negli articoli che ho citato, «bisogna dire una cosa come premessa. Questa storia – Giangiacomo Feltrinelli, il traliccio di Segrate, Che Guevara, piazza Fontana – appartiene a un’Italia che non c’è più e che, forse anche giustamente, non viene più raccontata ai figli e ai nipoti. Per cui prendetela come un racconto fantastico, una specie di fiaba.».[27]

Su questo, magari, non concordo e ove occorresse potrei spiegare perché. © (continua)

Rocco Infantino

 

[1] URL https://www.edizioniares.it/chi-siamo/mission-storia/ ultima consultazione 01.03.2023, h.19.04.

[2] Michele Brambilla, L’eschimo in redazione. Quando le Brigate Rosse erano «sedicenti», Edizioni Ares, pp.6-8.

[3] Ibidem, pp.10-11.

[4] Brambilla, L’eschimo in redazione, ibidem, p.91.

[5] Italia: Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 73° resoconto stenografico, Tipografia del Senato della Repubblica, p.3403. URL: https://web.archive.org/web/20211019151914/https://www.parlamento.it/service/PDF/PDFServer/DF/17001.pdf,  ultima consultazione 05.03.2023, h.01.29.

[6] Italia, ibidem, p.3449.

[7] Enrico Deaglio, Feltrinelli spiegato ai ragazzi. Ideali rivoluzionari, intuito letterario e paura di un colpo di Stato: ecco chi era l’editore comunista, IlSecoloxix.it, URL: https://www.ilsecoloxix.it/cultura-e-spettacoli/2012/03/10/news/feltrinelli-spiegato-ai-ragazzi-1.32603249   ultima consultazione 05.03.2023, h.16.06. Lo stesso testo appare riportato anche in Enrico Deaglio, Chi era Giangiacomo Feltrinelli, Ilpost.it, 14 marzo 2012, URL: https://www.ilpost.it/2012/03/14/chi-era-giangiacomo-feltrinelli/, ultima consultazione 05.03.2023, h. 01.38.

[8] Copia anastatica della pagina del quotidiano è disponibile nell’archivio on-line, a questo URL: https://archivio.corriere.it/Archivio/interface/view.shtml#!/NzovcGFnZXMvcmNzZGF0aWRhY3MyL0A5OTM4Mg%3D%3D , ultima consultazione 5 marzo 2023, h. 17.58.

[9] La vicenda, con gli sviluppi, è ormai fatto notorio. L’articolo viene richiamato, tra gli altri, ampliato nei dettagli, anche da Miguel Gotor, Aldo Moro, il caso. Il giallo dei due “Gradoli” e la seduta spiritica per salvare la talpa Br, FQEXTRA, 6 aprile 2018. URL: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2018/04/06/il-giallo-dei-due-gradoli-e-la-seduta-spiritica-per-salvare-la-talpa-br/4274718/ , ultima consultazione 05.03.2023, h.18.18.

[10] Enrico Deaglio, cit. in nota 7.

[11] Italia: Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 73° resoconto stenografico, Tipografia del Senato della Repubblica, cit,  p.3449.

[12] Italia: Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 73° resoconto stenografico, Tipografia del Senato della Repubblica, cit, p. 3419.

[13] Ibidem, p. 3420.

[14] Ibidem, p. 3435.

[15] Ibidem, p. 3436.

[16] Michele Brambilla, L’eskimo in redazione, cit., p.15.

[17] Ibidem, p. 19.

[18] Ibidem, pp.102-103.

[19] Ibidem, p.113 e segg..

[20] Ibidem, p. 118.

[21] Angelo Ventura, Per una storia del terrorismo italiano, Donzelli Editore, pp.144-145.

[22] Ibidem, p. 148, anche in nota 17.

[23] Ibidem, p.149.

[24] Ibidem, p. 150.

[25] Brambilla, L’eskimo, cit., p. 126.

[26] Brambilla, L’eskimo, cit., p.119.

[27] Enrico Deaglio, Feltrinelli spiegato ai ragazzi, cit..

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La luce del giorno fatto espone un uomo in un campo di grano sotto il telaio d’un pilone della linea elettrica. Il corpo, senza vita, pare dilaniato da una esplosione di tritolo. È il 15 marzo 1972, Segrate; nei giorni successivi si dirà ch’era morto nella sera precedente, durante la preparazione di un attentato apparentemente ordito per provocare un blackout in una vasta zona metropolitana di Milano, allo scopo di favorire l’avvio di disordini.

Chi fosse quell’uomo, qui, adesso, poco rileva, e del resto i documenti trovatigli addosso indicavano un’identità aleatoria, se non patentemente falsa. Poco importa che anni prima, nel ’54, quell’uomo avesse invece fondato quella che sarebbe diventata una grande casa editrice italiana, che avesse pubblicato in prima mondiale un’opera come Il dottor Živago di un certo Boris Pasternak – ed era appena il novembre del ’57 e quel romanzo avrebbe portato l’anno dopo il signor Pasternak a vedersi assegnare il Nobel – e Il Gattopardo di tal Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e il Diario in Bolivia di tal Ernesto Guevara, detto il Che, e poi, magari, per altri versi, anche opuscoli e saggi sulle tecniche di guerriglia, alcuni dei quali sotto la supervisione scientifica, per così dire, o con la firma di gruppi di competenti come gli uruguagi Tupamaros.

Libri scomparsi.

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Eufemía

«Late into the night / Comes a glow like ice / I don’t recognize / There in black and white / All your twisted thoughts / Brutal starry eye / Stuck inside your head / Fallen from the sky / Risen from the dead / Views from all the past / Taken to new heights».

Nei giorni dei morti mi torna avvolta in un soffio all’orecchio, più volte specie sul farsi delle prime ore, la voce di Alison Goldfrapp che pare sussurrare proprio a me le parole di Melancholy sky. Sto rileggendo in questo periodo, come sempre tra rivi d’altre letture, quell’ineffabile opera di Roberto Calasso dal titolo Le nozze di Cadmo e Armonia, pubblicato anni or sono per i tipi della “sua” Adelphi. Se il gioco fosse, come sempre, quello di trovare il filo che unisce le cose apparentemente casuali della vita, una canzone che ti insiste nella mente, un libro ripreso dopo tanto, indovinarne le relazioni che si tessono tra loro prima ch’esse ti si presentino già strette ed evidenti, riconsidererei alcuni dei passi che ritrovo in quelle pagine.

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A.

In quello che mi pare essere stato niente più che un lungo inverno, interessante e freddo assieme per avermi fatto scoprire quanto è aleatorio il mondo di fuori, c’è stato del buono, per me, nel riprendere confidenza con le parole scritte, e con me stesso per il tramite di esse e adesso assieme a questo lungo inverno durato anni mi pare che sia andata, come fosse cosa conclusa, anche l’intera messe di letture che mi hanno fatto da timone e da confidente, mentre ero impegnato a scrivere.

Riscorrendo l’elenco dei titoli o tentando di ricavare una direzione di quanto ho letto (o di quella minima parte della quale in queste pagine ho tentato di dare conto) nel tempo in cui ero impegnato a scrivere, non so immaginarmi, non ancora almeno, un percorso preciso, un itinerario significativo, figurarsi un possibile approdo, una meta meno che mai.

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Jules

(Esplorando il delitto – parte quarta)

 Il caso non è chiuso. L’avevo detto. L’avevo scritto qui, su queste colonne, il 13 novembre 2019. E adesso esito. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile del 2021 misi la parola fine a una storia costatami tempo e fatica, romanzo che non vedrà mai la luce, tra le cui pagine, inopinatamente direi, s’era manifestato un delitto. Avevo scritto d’impeto di un delitto forse premeditato, avevo poi a lungo costruito con determinazione il mondo attorno a quel gesto che era parso proprio a me che lo scrivevo inattuale, inusitato, incongruo. Un omicidio stanco, inevitabile e insensato, che ero stato costretto a consumare perché la natura delle cose dello scrivere me lo aveva imposto, lo aveva imposto cioè prima alla mia mano che vergava e poi, soltanto dopo, me ne aveva reso consapevole.

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