Oct 24, 2020 Last Updated 8:29 AM, Oct 5, 2020

Street art is not (always) a crime In evidenza

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Dall’8 settembre 2020, fino all’11 aprile 2021 il Chiostro del Bramante, a Roma, ospita nel pieno centro della città l’esposizione Banksy a visual protest, più di cento opere in mostra proprio grazie alla tecnica prediletta dall’artista, lo stencil, in un arco di tempo che raccoglie quelle diffuse dal 2001 al 2017. Banksy, la cui vera identità rimane ignota al grande pubblico (sappiamo soltanto luogo e anno di nascita, ovvero Bristol, 1974) è attualmente ritenuto uno dei maggiori esponenti della street art.

 

La street art per definizione si presenta come arte fatta dal popolo per il popolo, luogo di denuncia e di impegno, con l’intento di veicolare messaggi di tipo politico e sociale. È un medium che si pone con irriverenza in quella sottile linea che divide l’arte dal vandalismo, ma soprattutto che trova la sua giusta collocazione ben lontano da tutte quelle gallerie d’arte e sale espositive su cui anche lo stesso Banksy ha qualcosa da ridire: «L'arte che guardiamo è fatta da solo pochi eletti. Un piccolo gruppo crea, promuove, acquista, mostra e decide il successo dell'Arte. Solo poche centinaia di persone nel mondo hanno realmente voce in capitolo. Quando vai in una galleria d'arte sei semplicemente un turista che guarda la bacheca dei trofei di un ristretto numero di milionari». 

A questo punto appare necessario chiederci: che valore acquisisce una mostra interamente dedicata a uno dei più noti writer e artisti contemporanei?

Vediamo da un lato l’impegno da parte del DART – Chiostro del Bramante (istituzione che gestisce tutte le attività dello spazio culturale e polivalente del Chiostro del Bramante, come si legge sul loro sito web), che è quello di perseguire l’obiettivo di aprire le sale espositive a nuovi protagonisti della scena contemporanea, offrendo anche rinnovato pregio alle opere messe in mostra. Nel senso opposto il posizionamento di Banksy appare peculiare: pur contestando apertamente il sistema, vi è entrato in un costante dialogo attraverso la vendita delle sue opere, ponendosi al suo interno come punto di collegamento. Posizione che potremmo definire scomoda al punto giusto, guardando a quelle che sono le tematiche che suscitano maggiore interesse nell’artista e che, conseguentemente, divengono oggetto dei suoi lavori.

Banksy riporta con estrema ironia sui muri di palazzi sparpagliati per tutto il globo gli argomenti più diffusi e affrontati nell’ultimo decennio, come ad esempio l’estremo consumismo della società occidentale, l’inarrestabile potenza dei nuovi media e della società mediatica, la crisi ambientale, la crudeltà della guerra. Bansky appare ai nostri occhi come la commistione perfetta tra impegno politico e sociale e estro artistico, elemento che aiuta le sue opere ad essere immediatamente riconoscibili sin dal primo sguardo. Non c’è bisogno della firma di Banksy per riconoscere un’opera di Banksy. Il linguaggio stesso dell’artista, definitosi col tempo funge da segno di riconoscimento, il suo modus operandi è prevalentemente quello di concentrarsi sul valore iconico delle immagini, inserendo poi al loro interno elementi di dissonanza che hanno il compito di spronare l’osservatore alla riflessione. È questo infatti l’obiettivo che Banksy si pone nel momento dell’ideazione, realizzare opere che non rendano l’osservatore passivo ma che, tutto il contrario, lo portino ad “aprire il cervello” come lui stesso afferma.

Le immagini da lui ideate sono simboliche ed evocative, caratteristica che è stata usata come criterio per l’organizzazione e la disposizione delle opere all’interno delle diverse sale del Chiostro del Bramante. Si inizia infatti con gli animali, scimmie, topi e mosche per la precisione, soggetti che hanno una posizione di rilievo all’interno dell’immaginario di Banksy. Gli animali, le scimmie in particolare, finiscono per sostituirsi all’uomo, prendono sembianze umane per significare allo stesso tempo l’involuzione, ma anche la perdita di umanità, a cui va irrimediabilmente incontro la nostra società, che finisce col regredire, tornando così ad essere sempre più assimilabile al parente più prossimo, dunque le scimmie.

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In esposizione, riguardo a questa tematica, vediamo Monkey Parliament (litografia, 2009) in cui le scimmie presenziano nella Camera dei Comuni al posto dei deputati. O ancora i topi, simbolo per eccellenza, secondo lo stesso Banksy, della condizione dello street artist, come lui stesso afferma: «esistono senza permesso. Sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione nella sporcizia. Eppure sono in grado di mettere in ginocchio l’intera civiltà». Nella sala a loro dedicata infatti, tra le varie opere è messa in mostra Welcome to Hell (serigrafia, 2004) in cui il ratto, infelice della sua posizione, è fatto portavoce della denuncia nei confronti della razza umana, infatti “wecome to hell” è la scritta che possiamo leggere sul suo cartello, ma non l’unica, variazioni di questa opera riportano altre scritte come “get out while you can” o ancora “because I’m worthless”.

Continuando la nostra panoramica all’interno del mondo di Banksy, vediamo come nelle sale successive le icone da lui predilette sono elementi dell’immaginario comune, fotografie, elementi cinematografici, immagini simbolo del consumismo moderno. Tali icone vengono rielaborate, distorte per far scaturire da esse nuovi significati, spunti per una riflessione che sfocia, nella maggior parte dei casi, in una profonda autocritica della condizione umana. Due tra le opere presenti esemplificano alla perfezione tale processo. Parliamo di Christ with Shopping Bags (serigrafia su carta, 2004), dove l’immagine sacra della crocifissione di Gesù viene dissacrata nel momento in cui Banksy pone nelle sue mani delle buste piene di regali di Natale, operazione che vuole significare la perdita del valore, in questo caso specifico, della festività cristiana dovuta all’intrusione del consumismo moderno, mettendo in evidenza l’estrema importanza che oggi viene data ai beni materiali.

Napalm (serigrafia su carta, 2004) è la seconda opera presa in considerazione, in cui sono ritratti Ronald McDonald e Mickey Mouse, icone del consumismo moderno, intenti a tenere per mano Kim Phuc, bambina vietnamita, divenuta famosissima poiché soggetto dello scatto che fece vincere al fotografo Nick Ut il premio Pulitzer, fortissima critica nei confronti della guerra in Vietnam. Posizione critica che Banksy assume anche riguardo alla guerra in Iraq nel 2004, contro la quale egli realizza Wrong War (2004).

Ancora, in una delle ultime sale dell’esposizione sono raccolte alcune delle opere realizzate nei primi anni 2000 per contestare il fenomeno della crescente militarizzazione e l’intervento della Guerra nel Golfo. I bambini sono tra i simboli prediletti per passare tali messaggi. Un esempio, sempre esposto all’interno del Chiostro, è Bomb Hugger (serigrafia su carta, 2003) che riporta in piccola scala due murales apparsi nello stesso anno sia nell’East London che a Brighton.  Banksy rappresenta una bambina, simbolo di purezza e innocenza, intenta a stringere tra le sue braccia una bomba, pronta ad esplodere da un momento all’altro, visione che vuole far scaturire nello spettatore un crescente senso di ansia e angoscia, che potrebbe essere attenuato da un secondo significato che potremmo dare all’opera: la forza dell’amore che deve prendere il sopravvento su quello che è l’odio che motiva le guerre.

Ma questa è solo una piccola anticipazione di ciò che aspetta i visitatori tra le sale del Chiostro del Bramante, il mondo di Banksy, la sua irriverenza, la sua ironia senza filtri, ma anche e soprattutto senza limiti e limitazioni, riferimenti alla pop culture degli ultimi decenni del ‘900 e in particolare un percorso che si pone tra gli obiettivi quello di dare maggiore rilievo a tutte le forme d’arte (compresa la street art) che popolano l’immaginario collettivo odierno e che spingono verso una concezione dell’arte che non sia solo degna di nota dal punto di vista estetico, ma anche dal punto di vista dei significati interni all’opera, dai quali essa scaturisce e a cui fa ritorno una volta esposta al grande pubblico.

Bianca Infantino

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