Dec 08, 2022 Last Updated 3:12 PM, Nov 24, 2022

L’armonia dell’amicizia nell’ultimo romanzo di Giuseppe Lupo In evidenza

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Ritrovarsi, sempre e comunque. Essere non un tutt’uno, ma un tutto armonico, che si completa. Come le membra di un corpo, capaci di muoversi e crescere insieme, pur assolvendo ciascuna ad un compito.

È l’immagine che mi evoca l’armonia dell’amicizia, quella che resiste al tempo e che fa rimanere sempre un po’ bambini, di cui parla Giuseppe Lupo in “Tabacco Clan”, il suo ultimo libro, edito per Marsilio.

Il “Clan” è il risultato del sodalizio di sedici amici, con ruoli definiti e soprannomi evocativi, nato in un pensionato universitario, negli anni ’80 del ‘900. Ne fanno parte studenti fuori sede, arrivati a Milano da diverse zone dello Stivale, e anche dall’estero, per studiare e per iniziarsi alla scoperta del mondo e di sé stessi in una città simbolo – in quegli anni – di affermazione, possibilità di lavoro e realizzazione, apertura all’Europa e al futuro.

 

Nel romanzo, la grande città, almeno negli anni dell’università, rimane però piuttosto sullo sfondo. Coscienze e futuri professionisti vivono nel microcosmo del pensionato, in cui vige una ferrea regola cattolica e che diventa il luogo della complicità e della condivisione della vita vera, anche se, si sa, temporanea. Dopo la laurea alcuni toneranno nei luoghi di origine, altri andranno altrove o all’estero, altri ancora rimarranno in un anonimo appartamento condiviso della periferia milanese. Ma il “Clan” non si disperderà mai, nonostante la distanza geografica, i matrimoni, i figli, le professioni più diverse: ingegneri delle più disparate branche, giuristi, filosofi, chimici, commercialisti. Rimarrà un nucleo sempre compatto e in armonia, in cui nemmeno le persone più vicine riusciranno a penetrare, rimanendo una sorta di satellite di questo gruppo tutto maschile che, nei decenni, troverà nella propria essenza la ragione di un cammino comune, che arriva da lontano e si cristallizza in momenti che contengono ciò che è stato e ciò che sarà.

Tutto questo emerge dai ricordi e dai racconti dei componenti del “Clan” riuniti con le famiglie, in un fine settimana della fine di gennaio del 2020, in un lussuoso albergo sul Lago Maggiore. È il giorno del matrimonio dei figli di Cardinale e Piercamuno… Sì, perché il tempo ha unito anche le seconde generazioni. La festa dei ragazzi diventa un ulteriore momento di riconoscimento del gruppo. Il finale sarà a sorpresa, ma coerente, ai tempi e a tutto il resto. Un finale che conferma e ritrova - a suo modo - armonia.

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Lo scrittore Giuseppe Lupo con gli amici del “clan”

Sullo sfondo, l’Italia e il mondo tra fine ‘900 e primo ventennio del 2000: dai mondiali di calcio dell’82 alle soglie della pandemia. In mezzo: la “Milano da bere”, Tangentopoli, le esperienze professionali in patria e all’estero, l’attentato terroristico alle Torri Gemelle, evento spartiacque di un’epoca fatta di rampantismo, ambizione, edonismo. Poi: la cesura, il cambiamento, la consapevolezza.

Per Piccolo Chimico – voce narrante del romanzo - testimone sopravvissuto alla tragedia delle Torri Gemelle, quello è il momento del ritorno a casa, in Italia, a Milano, dove era arrivato dall’Appennino Meridionale, per studiare all’Università Statale. Ed è a Milano – non al Sud, che rimane un progetto futuro - che tornerà con la moglie americana. La città meneghina rimane, infatti, il fulcro dell’esistenza e dell’esperienza del “Clan”. Nel Clan, come a Milano, si mescolano dialetti, culture, vite, che uniscono l’Italia dalla Sicilia alla Lombardia, in questo caso fino alla Svizzera. Una mescolanza armonica. La stessa che si trova nel miglior Tabacco, da cui il Clan prende il nome.

Nel romanzo il tempo sembra fermo, scandito solo dai racconti, dai ricordi e dalle azioni dei tanti personaggi, che arrivano alla spicciolata ad una atipica “Festa di Nozze”.

Tanti i riferimenti, le citazioni, i rimandi alle atmosfere, alla letteratura, al cinema, alla musica, alla cronaca di quei tempi, in una scrittura solo apparentemente facile. La narrazione scorre passando da un personaggio all’altro, eppure mai si frammenta. È come un cerchio che, alla fine, si chiude e racchiude le caratteristiche di quella generazione, con i suoi pregi e i suoi difetti, le aspettative e i traguardi, traditi o raggiunti, che rimane come ripiegata su sé stessa, nel proprio nido rassicurante in cui conserva e consolida il passato. Compreso l’ostinato valore dell’amicizia.

Il “Clan” dei ragazzi degli anni ’80 del ‘900 rimane sé stesso, frutto dei propri tempi e della propria esperienza e lascia che ad inventare il futuro siano le nuove generazioni. Quei millenians colorati, chiassosi, allegri e ancora alla ricerca della propria dimensione, anche nell’amicizia e nell’amore, che irrompono, in ritardo e non più attesi, alla “Festa di Nozze”.

Un cambio di prospettiva, in continuità, senza conflitti, ma pieno di incognite. Forse un nuovo “Clan” è nato. In un mondo nuovo, con spirito nuovo, su nuove basi.

È il Duemila che subentra al Novecento. Porta una nuova armonia. Qualcosa che va definendosi. Come è giusto che sia. Guardando avanti nel rispetto, senza rimpianto, di ciò che di vero c’è stato.

Un manifesto della gioventù anni ’80?

Giuseppe Lupo completa in questo romanzo la descrizione di un’epoca, che avevamo già trovato ne “Gli anni del nostro incanto” e, in parte, in “Breve storia del mio silenzio”. Con pennellate efficaci delinea nuovi personaggi nello scenario milanese post boom economico. Diverse le situazioni, diversi i protagonisti; in continuità: il paesaggio, l’esperienza di crescita delle singole vite e di un Paese intero. I personaggi rimangono centrali ed è solo attraverso loro che si definisce la storia esterna e circostante. Cosi come una generazione l’ha vissuta, l’ha subita, l’ha dominata.

È la generazione dello scrittore. È normale che filtri il racconto attraverso i ricordi, le sensazioni, gli episodi vissuti in quegli specialissimi e – in fondo – ancora spensierati anni ’80. Un romanzo che li celebra, con un inno all’amicizia. Quella che molti di noi di quella generazione hanno sperimentato. Fondata su ideali, esperienze ed aspirazioni comuni; frequentazioni mai interrotte, neanche a distanza; un confronto-scontro basato sul rispetto, l’affetto, la fratellanza. Amicizie che ti rimangono addosso e ti accompagnano negli anni.

In molti casi, come nel romanzo, fino alle soglie del nuovo millennio. Ed oltre!

Grazia Napoli

Grazia Napoli

GIORNALISTA

Anche se lavoro da sempre in Tv mi piace plasmare le parole sulla carta. Raccontare è il mio mestiere, ma anche la mia passione.

I libri. Ne ho tanti. Anche doppioni. Non li presto. Sono pezzi di vita. Il mio preferito, “Gita al Faro”. Virginia Woolf la “mia” scrittrice. Nasco anglista.  Finisco giornalista. Dal 2008, affastello pensieri, riflessioni, recensioni e ricordi sul mio sito.  Prende il nome da un mio saggio, ma - col tempo - è diventato molto altro.

Tra cronaca e poesia, trionfa il Teatro. Tutto. Indistintamente.

La musica…beh. Amo Claudio Baglioni! E qui so che il maestro De Giorgi riderà!

Nelle pause: viaggio! Vado alla scoperta del mondo. Ma soprattutto di me stessa!

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