May 22, 2022 Last Updated 6:10 PM, May 19, 2022

In-formare: “l’insostenibile leggerezza” della post-verità In evidenza

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Che cos’è la verità?

La si faccia breve: “La verità è la rispondenza piena e assoluta con la realtà effettiva”.

Risposta del dizionario.

E ancora: “O la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso”.

Questi assiomi ci garantiscono che non esistano alternative?

Ancora di più, in una epoca in cui di (ab)uso di postulati, ritenuti veri, presumibili, veritieri, verosimili (et similia) siamo bombardati?

La prima risposta, a senso, è no!

Perché sosteniamo questa ipotesi?

Perche conosciamo la post-verità. O almeno, conosciamo una idea di massima che al concetto si correla.

Che cos’è, dunque, la post-verità?

Ce lo suggerisce, magistralmente, Anna Maria Lorusso, professoressa associata di Semiotica presso l’Università di Bologna, nel suo saggio edito da Laterza, dal titolo “Postverità. Fra reality tv, social media e storytelling”.

“Questo libro nasce da una insofferenza, da una convinzione e da un desiderio. L’insofferenza è per la parola postverità e per i suoi usi vaghi; la convinzione è che il tema della postverità non sia liquidabile come una banale moda del momento, ma abbia una portata rilevante sul piano culturale, mediatico e filosofico; il desiderio è quello di mostrare come la disciplina che insegno, possa essere utile per capire meglio questo problema”- recita in premessa.

Sono quattro le tracce che la docente segue, in questo suo viaggio analitico:

La postverità non è una cesura, o una sorpresa, nel panorama comunicativo contemporaneo; essa è l’esito di una evoluzione di lungo periodo, che è soprattutto mediatica. L’influenza dei media non è solo sul piano della moltiplicazione dei canali. È soprattutto un’influenza sul piano dei modelli di realtà. I media, insomma, sono spazi in cui la realtà si costruisce e in cui se ne definiscono i modelli. Sono una delle dimensioni (insieme all’arte, la religione, l’architettura, il folklore...) in cui, giorno dopo giorno, si elaborano e depositano schemi per capire, inquadrare, classificare la realtà: le identità, le relazioni, il tempo, le passioni.

La postverità non nega la verità. La moltiplica e la privatizza. Mi pare che oggi ci sia un grande equivoco in circolazione: sembra che l’epoca della postverità sia quella in cui la verità non esiste più. A me non sembra che le cose stiano così. Al contrario: mi pare che si ricorra fin troppo alla categoria di verità, quasi nel mondo si dessero solo verità e menzogne, senza più considerare tutte le forme indecise, tentative, parziali, progressive di affermazione, correzione e autocorrezione, falsificazione, revisione. Le verità sono tante quante i soggetti che vogliono enunciarle”.

L’opposizione vero/falso è difficilmente utilizzabile in un tale panorama confusivo (ma paradossalmente tale opposizione è continuamente richiamata). È difficile procedere a una selezione delle verità basata sull’idea di corrispondenza ai fatti. (…) Credo che la verità sia essenzialmente materia di messa alla prova, esito di un processo che è cosa molto diversa da una verifica di corrispondenza fra discorsi e realtà. Il più delle volte nella identificazione della verità ci troviamo ad affrontare un problema di credibilità: credibilità della fonte e credibilità dell’affermazione”.

Una delle modalità di selezione delle verità è narrativa. Se la posterità esprime una tendenza alla libera narrazione – all’invenzione della balla, della fake news selvaggia, quasi esasperata – riusciremo, a mio avviso, a fare un passo oltre la postverità solo per via altrettanto narrativa, consolidando delle grandi narrazioni”.

Procediamo per ordine.

La Lorusso sollecita il punto di allarme con cui si parla di postverità. Perché si sono persi i riferimenti? Quando è accaduto? E di chi è la colpa? Senza dubbio, il processo è antico e fa riferimento alla tv, e in particolare alla tv verità (quando si è schierata sul fronte realtà, smettendo di essere contenitore mero di intrattenimento e spettacolo, o anche pedagogico), all’iper-realtà del reality (con le sue forzature e sperimentazioni) e alla real tv (con le persone “qualunque”, con alcune caratteristiche accentuate, tanto da stuzzicare le curiosità morbose di chi osserva). Tutto concorre a rimescolare le carte tra pubblico e privato. E a interrogare, di conseguenza, la categoria del giudizio.

La seconda tappa della riflessione è collegata alla rete, alle “echo chambers” e all’illusione del fact checking. Il trionfo degli eccessi, potremmo sintetizzare così. Se è vero(!) che le verità sono molteplici e si possono moltiplicare, d’altro canto, possono anche isolare. La Lorusso fa precisi riferimenti proprio ai social e all’adeguamento sistematico e profilante a gusti e a preferenze. Tutto ci arriva esattamente perché filtrato. Tarato. Disegnato su personali interessi. Che può, al netto di un discorso nemmeno troppo irreale di autoaffermazione e, contestualmente, autodeterminazione, far decadere, in modo netto, il confronto. Quindi, anche la occasione di crescita o di capillarità del sapere. La deriva immediata abbraccia conseguentemente la crescita dell’errore. Si smette di controllare, di verificare i fatti.

I fatti esistono ancora? “I fatti si fanno e La necessità di un accordo”, sono le basi del terzo capitolo del saggio. La Lorusso argomenta sulla impossibilità di restituire i fatti esattamente come sono. Il motivo? “Ci sono sempre fatti interpretati. (…) I fatti non sono tali a monte, ma a valle di qualcosa, di pratiche e interpretazioni che consentono loro di emergere”.  E citando Latour e i “fatticci” (una linea mediana tra fatti e feticci, come oggetti di credenza), sostiene trattarsi di “produzioni umane, realtà non indipendenti dall’uomo, eppure «affidabili», percepibili come talmente «reali» da essere ritenuti fatti”. Di qui, la necessità di far abitare loro un accordo. E conclude: “Realtà e verità non sono la stessa cosa, e non possono esserlo; non possono corrispondersi. Il punto discriminante è che la verità è un giudizio e si dà entro un sistema discorsivo; la realtà, invece, è, in se stessa, ma come tale può essere – ed è spesso – inattingibile”.

L’ultimo, straordinario, scenario di approfondimento coinvolge sfumature disparate circa la verità: “La verità è discorso, è una plausibile bugia, è una storia convincente, è accordo”.

Discorso. Che va “provato nella sua tenuta”, perché ha “carriere, formazioni, forza, autorevolezza e raggi di applicazione.

Plausibile bugia. Non basta “una verifica sola ad assicurare la veridicità di qualcosa. Al massimo ci sono verifiche incrociate che possono escludere interpretazioni false o errate. (…) Le verità non si misurano sulle singole parole ma su sceneggiature narrative: storie”.

Storia. Collegata ad autorevolezza e attendibilità.

Accordo. Con una allerta: “Dobbiamo stare attenti a non perdere di vista la posta della verità, che non è il vero in sé (sul piano del sapere), non è la realtà (sul piano ontologico), non è a mio avviso neanche la conoscenza (sul piano gnoseologico), ma è anzitutto il legame sociale – dunque qualcosa che si dà sul piano etico e politico. Saper discriminare le verità significa condividere saperi. E condividere saperi significa essere parte di una medesima comunità”.

Un vero gioiello di documentazione, argomentazione, sollecitazione.

Una guida per la fruizione critica delle in-formazioni. Di oggi e, soprattutto, di domani.

Virginia Cortese

Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

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