May 22, 2022 Last Updated 6:10 PM, May 19, 2022

Gli esiti: le destinazioni sorprendenti delle attese e le risposte ai nostri canoni In evidenza

Pubblicato in Leggere
Letto 166 volte

Chiunque si sia fermato, anche solo in uno svagato momento della propria giornata, a fissare un punto qualsiasi, rispondendo di fatto a un interrogativo interno sul proprio esito esistenziale, ha vissuto una esperienza di impatto. Ma anche di catarsi. Di circolare rappresentazione di una visione e contestualmente, di istantanea del presente.

Dove vado?

Cosa sto facendo?

Perché?

Ho effettivamente ottenuto ciò per cui ho lottato e che ho desiderato?

 

Per analizzare con lucidità cosa ci accade e per “fermare” i nostri risultati, spesso, abbiamo bisogno di una esplorazione brillante del percorso compiuto, delle nostre aspettative, degli strumenti e delle modalità che abbiamo scelto per arrivare al punto.

Una squisita rappresentazione è stata raccolta nel testo a firma di Erling Kagge, esploratore, alpinista, scrittore e collezionista d’arte, primo uomo a raggiungere il Polo Sud in solitaria e i tre “Poli”, dal titolo Tutto quello che non ho imparato a scuola (Einaudi).

Leggere

Una divisione per grandi temi, favorisce la riflessione. E così si passa attraverso 17 concetti (a parere di chi scrive, irrinunciabili per raggiungere la non meglio identificata meta che è per l’appunto un esito, o uno degli esiti, in omaggio di quella pluralità così sperata!) che vanno dall’Ascolta la natura al Trova il tuo Polo, dal Non avere paura della tua grandezza all’Ora sono felice? e fino al Trovare la libertà nella responsabilità e al Perché sogno ancora a occhi aperti.

«La natura ha un suo linguaggio, un suo bagaglio di esperienze e una sua intelligenza, racconta da dove veniamo e cosa dovremmo fare. Più mi allontano dalla natura e sono raggiungibile dal mondo moderno, più divento irrequieto. E infelice» - spiega Kagge, incoronando quella teoria moderna (!) per la quale occorre recuperare il rapporto con l’essenziale, per guardare da molto vicino il proprio sé, così autentico.

Questa operazione di contatto ci fa fare i conti con il pensiero dell’impossibilità; criticità alla quale l’esploratore trova una soluzione, nemmeno troppo complessa: «Per confutare una verità assodata ma fallace ci vuole una persona in grado di distinguere tra ciò che è impossibile e ciò che è improbabile. Ecco perché consiglio di tenere a mente il monito di Amelia Earhart, colei che sorvolò l’Atlantico in solitaria nel 1932: non interrompete mai chi compie un’impresa che secondo voi era impossibile». Accogliere una sfida dilata il nostro istinto, la nostra dotazione di coraggio? «Non è per niente facile essere coraggiosi, né sapere cos’è davvero il coraggio. Li trovo due concetti difficili. Da cosa scaturisce il coraggio? Dal terrore, dal bisogno di riconoscimento, da un atto di stupidità o dall’idealismo? Il coraggio non è una qualità ben definita o una dote innata. È una forza che col passare del tempo si sviluppa, si rafforza o si reprime. Essere coraggiosi significa avere un’idea delle conseguenze delle proprie azioni. Essere coraggiosi è ogni volta una nuova avventura. La vita non potrà mai essere priva di pericoli (…) Si deve osare, per realizzare un sogno. I pericoli aiutano a essere più vigili, più consapevoli».

Accolto un matematico senso di rischio, ci si ritrova come davanti allo specchio, che ci osserva al mattino, e ci propone una domanda che è al contempo spietata e carezzevole, che presuppone attenzione e furbizia e che Kagge ci serve in semplicità: «Vi siete mai chiesti se siete felici? E vi siete interrogati a fondo sul perché lo siete? Io sì. E anche se mi sentivo felice nel momento in cui davo la risposta, nell’istante immediatamente successivo iniziavo a dubitarne. Una delle idee fondamentali di Aristotele è che l’uomo, per vivere una buona vita, debba tentare di realizzare il suo potenziale e comportarsi di conseguenza. Deve usare i sensi, cercare la conoscenza, vivere insieme ad altri e mantenere dentro di sé una tensione. Come ha spiegato lo psichiatra Richard Davidson, è risultato evidente che la felicità non è un sentimento indistinto e difficile da esprimere a parole, bensì uno “stato fisico del cervello” che può essere indotto con la propria volontà. (…) Non si può valutare il grado di realizzazione della propria esistenza, se non si ha il quadro completo. Ho l’impressione che si dia troppa importanza alla felicità estemporanea. E poi non è detto che io sia davvero felice o infelice, quando penso di esserlo. È anche vero, tuttavia, che ogni tanto mi piace prendermi una pausa e gioire delle cose del momento».

Che valore ponderale ha un istante? Quell’istante che ci ha reso o ci rende consapevoli di essere arrivati esattamente dove volevamo? «L’istante e l’eternità non necessariamente sono in contraddizione, possono essere sperimentati nello stesso momento, non esiste più un’unica dimensione temporale». Con quale predisposizione di animo sarebbe consigliabile, infine, abbracciare il proprio esito?

Nell’ultima pagina di questo libro che consideriamo un preziosissimo vademecum è custodita la risposta: «L’unica cosa che devi lasciare dietro di te è la gratitudine. Le migliori esperienze della vita non hanno una forma costante. Quando ti rimetti in strada, non pensare troppo. Guardati in giro e contempla il cielo, il sole, la luna, le stelle e ascolta ciò che ti circonda. La pioggia che cade, la sensazione che si prova quando si calpesta il muschio bagnato… e il silenzio. Chiediti: dove mi trovo adesso? Grazie. Mi trovo qui».

Dedicato a quanti siano ancora capaci di dire “Grazie” e ad ammettere di trovarsi “Qui” e “Ora”.

Virginia Cortese

Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

Devi effettuare il login per inviare commenti

Numero 100

 

Puoi acquistare la copia

cartacea di Goccedautore.it

presso il circolo Culturale di Gocce d'autore

n100

copertina

Cercaci su Facebook

Gli ultimi articoli

s l1600