May 22, 2022 Last Updated 6:10 PM, May 19, 2022

Quando un canone ci aiuta ad “arredare” il nostro spazio vuoto? In evidenza

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Canone: regola, norma, dedotta non di rado da esempi. Criterio che deve servire per la conquista o la dimostrazione della verità. Ideale estetico.

Una serie di definizioni sintetiche che disegnano il confine circolare di una pagina bianca (o di un libro intero da scrivere!) cui sottoporre la propria visione, in quello spazio medio, di transito che ha già risposto a una domanda di senso (quella dell’attesa) e si proietta alla concretezza di un risultato. Qualsiasi esso sia!

 

Il filosofo greco Epicuro chiamò Canonica, (da canon, criterio), la logica o la teoria della conoscenza. Essa fornisce il criterio della verità e quindi un canone, cioè una regola per orientare l’uomo verso la felicità.

“Alla base del criterio della verità, vi sono le sensazioni, le anticipazioni e le emozioni. Queste hanno una caratteristica comune che consiste nell’evidenza immediata, essa garantisce il loro valore di verità, per l’appunto. Si nasce vuoti, in sostanza, si è colpiti da atomi, si creano le sensazioni e attraverso le sensazioni, si conosce sempre di più” - si legge, consultando i manuali di filosofia.  

Pensiero che abita anche la Lettera a Erodoto (Fabbri Editore), nella quale Epicuro afferma: “Bisogna attenersi ai sentimenti presenti e alle sensazioni, in generale per questioni generali, in particolare per questioni particolari, e all’evidenza per ciascuno dei nostri criteri di conoscenza”.

Ma attraverso quale processo si arriva alla conoscenza, e di conseguenza alla scelta (non solo est-etica) di “arredare” il nostro transito? Quanto si rischia di commettere errori?

Una ricostruzione plastica la fa, senza dubbio, il filosofo e sociologo francese, Edgar Morin, nel suo libro La conoscenza della conoscenza, (da Tecalibri.info): “Si può mangiare senza conoscere le leggi della digestione, respirare senza conoscere le leggi della respirazione, pensare senza conoscere le leggi e la natura del pensiero, conoscere senza conoscere la conoscenza. Ma, mentre l’asfissia e l’intossicazione, si fanno immediatamente sentire in quanto tali nella respirazione e nella digestione, l’errore e l’illusione hanno questo di caratteristico, che non si manifestano come errore e illusione. “L’errore consiste semplicemente nel fatto che non sembra essere tale” (Cartesio). Come hanno detto Marx ed Engels, all’inizio dell’Ideologia tedesca, gli uomini hanno sempre elaborato false concezioni di sé stessi, di ciò che fanno, di ciò che devono fare e del mondo in cui vivono. Quando il pensiero scopre il gigantesco problema degli errori e delle illusioni che non hanno mai cessato (e non cessano) di imporsi come verità nel corso della storia umana; quando scopre correlativamente di racchiudere in sé stesso il rischio permanente di essi, è allora che deve cercare di conoscersi. (…) La conoscenza è un fenomeno multidimensionale, nel senso che essa è inseparabilmente fisica, biologica, cerebrale, mentale, psicologica, culturale e sociale. (…) Perché si abbia un mondo fenomenico occorre che quest’ultimo sia a un tempo, uno e diverso. In altre parole, che i fenomeni siano inerenti a esso, pur essendo differenti e separati. Dunque, è sotto forma di differenze e di identità, di variazioni e di costanze, di irregolarità e di regolarità che il mondo si presenta ai nostri recettori sensoriali”.

Recepire l’universo, ci consente due operazioni contestuali: abbracciare noi stessi, secondo uno, o più metodi, e passare attraverso percorsi (più o meno consapevoli), dello spazio medio di cui sopra.

Quale istinto, quindi, domina le nostre azioni? Una forza di destino? Una quota razionale?

Nel Discorso sul metodo (Ed. Laterza), il filosofo e matematico francese, Cartesio sottolinea: “Dato che le azioni in questa vita, spesso non tollerano il minimo indugio, è una verità certissima che, quando non sta a noi scorgere le opinioni più vere, dobbiamo seguire le più probabili. (…) La mia terza massima era di mutare i miei desideri piuttosto che l’ordine del mondo; e in genere, di abituarmi a credere che non vi è nulla, al di fuori, dei nostri pensieri interamente in nostro potere, in modo che, quando a proposito delle cose esteriori abbiamo fatto del nostro meglio, tutto ciò che non ci riesce resta, assolutamente impossibile”.

In conclusione, nel mare grande delle occasioni, delle probabilità (intese come accadimenti possibili), dei cambi di direzione (casuali o ragionati), delle nostalgie, dei rimpianti, delle cose dissennate, delle danze del tempo, passare “all’interno” resta comunque un atto coraggioso. Che non va giudicato. Che illumina e che manifesta orgogliosamente la propria inimitabile unicità. Canoni compresi!

Virginia Cortese

Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

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