Dec 07, 2021 Last Updated 7:57 AM, Dec 1, 2021

Di metafisica della forma, di unità elementari e di geometria qualitativa In evidenza

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Struttura, modello, aspetto esteriore, in genere contrapposto a materia.

Si legge della forma, nei dizionari filosofici.

A chi scrive piace riportare, fra i tanti, il significato che ne attribuì Platone: «Le forme sono le idee, sostanza vera al di là della mutevole e varia apparenza del mondo delle cose sensibili e di queste causa e fonte di realtà. Esse però sono collocate in un mondo a sé (l'iperuranio) e scisse dalla realtà concreta dell'universo sensibile, per cui non sono tali da rendere perfettamente comprensibile il rapporto che hanno con tale mondo».

 

Il concetto assume un fascino ulteriore, se si considera che il primo contatto che l’uomo ha con lo spazio che lo circonda e con il tempo che trascorre (e che, di conseguenza, vive), ha a che fare proprio con le forme.

Uno degli ambiti in cui più ricorre l’esigenza di generare, collocare e visualizzare un “perimetro” è proprio quello dell’arte.

A scattare una fotografia ricca di sollecitazioni plastiche è un avvincente saggio a firma di Wassily Kandinsky (edito da Adelphi), dal titolo “Punto, linea, superficie”. Il testo è un simbolo vivido di quanto il tema rientri in una sfera sensoriale trasversale, andando a collocarsi, plasticamente (!), tra suoni ed evidenze, tra geometrie ed esegesi spirituali.

Si legge in premessa: «Apparso per la prima volta nel 1926 presso l’editore Langen di Monaco di Baviera, si basa sui corsi tenuti da W.K. al Bauhaus a partire dal 1922. In questi corsi, Kandinsky mirava a individuare la natura e le proprietà degli elementi fondamentali della forma, perciò innanzitutto del punto, della linea e della superficie».

Un viaggio lungo tre direttive, dunque, con estrema forza analitica, non dimentico di connettere gli aspetti materiali (e ontologici) a quelli immateriali.

Si parte.

Il punto. «Il punto geometrico è un’entità invisibile. Pensato materialmente equivale a zero (…) e in questo zero si nascondono diverse proprietà che sono ‘umane’. Nella nostra rappresentazione, è il più alto e assolutamente l’unico legame tra il silenzio e la parola. Una volta materializzato, il punto geometrico deve avere una sua certa grandezza e certi limiti-contorni che lo separino dal circostante. Esteriormente, può essere definito come la forma elementare minima, ma non è precisamente così! Occorre stabilire quale sia il limite tra punto e superficie. Se pensato in astratto o immaginato, il punto è idealmente piccolo. Nella sua forma reale, il punto può assumere un numero infinito di figure: la sua forma circolare può diventare dentellata, può sviluppare un’inclinazione, verso altre forme geometriche e, infine, verso forme libere. (…) Non si possono fissare limiti e il regno dei punti è sconfinato».

La linea. «La linea geometrica è un’entità invisibile. È la traccia del punto in movimento, nasce dalla distruzione del punto, della sua quiete estrema, in sé conchiusa. Al concetto di ‘movimento’, io sostituisco quello di ‘tensione’, come forza viva insita nell’elemento. (…) Punto-quiete. Linea-tensione mossa dall’interno, nata dal movimento. I due elementi (incroci, combinazioni) che formano un linguaggio proprio, non raggiungibile con le parole. La pura forma si mette a disposizione del contenuto vivente».

Superficie di fondo. «Si intende la superficie materiale destinata ad accogliere il contenuto dell’opera. Quella schematica è delimitata da due linee orizzontali e da due verticali, che la definiscono come entità autonoma nel suo ambito. (…) Un semplice complesso di linee può, in definitiva, essere trattato in due maniere diverse: o è divenuto una cosa sola con la superficie di fondo, o giace liberamente nello spazio. Anche il punto che ha fatto presa sulla superficie è in grado di svincolarsi e di ‘librarsi’ nello spazio».

Una dimensione olistica che si attribuisce alle percezioni estetiche più svariate, in cui proprio la forma a divenire, ad accadere. Come gli eventi, come le trasformazioni, come le emozioni.

Virginia Cortese

Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

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