Jan 17, 2021 Last Updated 2:41 PM, Dec 24, 2020

Di Meraviglia, di anima e di Notti Bianche In evidenza

Pubblicato in Leggere
Letto 208 volte

È innegabile che si stia sfiorando una sfera del tutto intima.

La gestione della meraviglia è un fatto umano.

La si ha, e resta impressa come un corredo genetico del quale non si riesce a decifrare nel vivere quotidiano un’impronta visibile, dai precisi contorni sensoriali, ma che regola istinti, inclinazioni, gesti, preferenze. Scelte.

 

Meravigliarsi, però, è per caso. Non lo decidiamo in coscienza. Accade. Come i fatti del mondo. Dei quali siamo testimoni e compartecipi, in un modo del tutto personale ma in una contestuale inconsapevolezza. “Colui che cerca con curiosità, scopre che questo di per sé è una meraviglia”, avrebbe detto Escher. In tal senso, potremmo rivendicarne il possesso. Ma se è vero che ne custodiamo gelosamente la magia, come si fa con i segreti più dolci e senza voce, la stessa danza amabilmente con il sentimento della gioia istantanea. Di quell’effimera carezza che ci scombina i capelli quando passeggiamo lungo strade desolate. Quando a farci compagnia c’è unicamente (e non è poco!) un cielo stellato.

Lo ha espresso magnificamente Fëdor Dostoevskij ne Le Notti Bianche, facendo narrare all’uomo solitario, con il destino della solitudine, una serie di frammenti di meraviglia luminosa sulle vie di Pietroburgo: «Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci possono capitare solo quando siamo giovani, caro lettore. Il cielo era un cielo così stellato, così luminoso che, guardandolo, non si poteva fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose? Questa pure è una domanda giovane, caro lettore, molto giovane ma che il Signore la mandi più spesso alla vostra anima». Il percorso (e non già l’incontro illusorio con un altro, proprio, destino!) sigilla la reale differenza: «Camminai molto e a lungo, tanto che ebbi ampiamente modo, secondo mia beatitudine, di dimenticare dove fossi, quando all’improvviso mi trovai alle porte della città. In un attimo mi sentii allegro e mi incamminai oltre la barriera; camminai tra prati e campi seminati, non provavo stanchezza, ma sentivo solo con tutto il mio essere che un peso stava cadendo dalla mia anima».

Poche righe e più volte riemerge il soffio vitale (dell’anima e della luce). Più suoni, un minore numero di parole: «Camminavo e cantavo, perché quando sono felice immancabilmente canticchio qualcosa tra me e me, come qualsiasi altra persona felice che non abbia amici, né buoni conoscenti, né qualcuno con cui dividere la propria gioia nei momenti di gioia. All’improvviso mi capitò l’avventura più inattesa». Una solitudine colma. Che resta unica come unica è la straordinaria potenza di quell’istante di cui si discorreva qualche riga fa: «Dio mio! Un intero attimo di beatitudine! Ed è forse poco seppure nella intera vita di un uomo?».

Un dialogo fitto con una sorella di sangue, quindi, la gioia. All’interno dei meandri della quale, ci accompagna in modo fedele e poetico Eugenio Borgna, primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara, nel suo Le emozioni ferite (ed. Feltrinelli, Saggi) quando nel paragrafo “La gioia in uno spicchio di cielo”, scrive: «Non posso non richiamarmi a quello che mi sembra essere il nocciolo metafisico della gioia: la sua dimensione umana più alta e sconvolgente; quella che, al di là di ogni terrestrità emozionale, testimonia della presenza in essa di una inestinguibile nostalgia d’infinito. (…) La gioia non è la felicità, e non ha sinonimi: non l’allegria, non la contentezza, non la gaiezza, non il piacere, non la soddisfazione e nemmeno l’esultanza o la consolazione. Solo la letizia ha in sé qualcosa che l’avvicina agli abissi luminosi della gioia; e forse, la serenità». E conclude, con una questione di radice: «Cosa ci dice, infine, la gioia in ordine al senso della vita: al destino che è in noi? (…) A ciascuno di noi è demandato il compito di ricercare le orme della gioia nei volti e negli occhi, nel sorriso e negli sguardi, di chiunque s’incontri con noi, evitando di spegnerla con il silenzio o con l’arida disattenzione. Essa è struttura portante della nostra esistenza: non può essere decifrata nella sua presenza e nella sua grazia se non quando ci siano solitudine e silenzio nel nostro cuore, quindi nella nostra anima».

Circolare come un abbraccio.

Virginia Cortese

Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

Lascia un commento

Assicurati di inserire le (*) informazioni richieste dove indicato

Cercaci su Facebook

Gli ultimi articoli

s l1600