Jan 17, 2021 Last Updated 2:41 PM, Dec 24, 2020

I miracoli del “non-colore”: il nero In evidenza

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È un po’ come sedersi al cospetto del proprio scrittoio, mentre fuori è buio, e guardare l’ombra degli oggetti illuminati dalla lampada sul piano. Solitamente per scorgere un colore nella sua rappresentazione più autentica, chi scrive, preferisce farlo quando non c’è lo spettro naturale del giorno. Sarà che nell’immaginario lunare, così prediletto, ogni cosa resta nuda solo se manca un “effetto”. Sarà che la presenza danza con l’assenza. Ma possiamo attribuire a quest’ultima, proprio il colore così amato da stilisti, poeti, artisti e visionari di tutte le epoche, cioè il nero?

 

Chiunque ne ambisca conoscere segreti, virtù, metafore e ontologie, non può farsi sfuggire il breve ma apicale trattato filosofico “Lo splendore del nero. Filosofia di un non-colore (Adriano Salani Editore s.u. r. l. Traduzione di Michele Zaffarano)” di Alain Badiou, scrittore, filosofo, professore emerito all’École normale supérieure de la rue d’Ulm, considerato tra i massimi pensatori viventi. Infanzia e giovinezza, Le dialettiche del nero, Vestizioni, Fisica, biologia e antropologia sono le esplorazioni in cui il lettore si lancia, seguendo le spirali di genialità e di intuizione su un colore che ha acquisito numerosi significati e collocazioni. “Il buio è il luogo in cui l’atto si compie, il luogo in cui la prossimità di quest’atto mette i brividi a chi non vede. La luce del giorno, però, si dimentica di quanto è stato compiuto”- spiega Badiou, investigando ciò che accade e la memoria dello stesso accadere.

Concetto supportato dalla ricerca stilistica del pittore Pierre Soulages (citato nel testo), secondo cui la materia vive di luce e che ha modellato il nero sulla carta e sulla tela, di fatto rivoluzionando l’architettura dei segni. Ma il segno è anche indagato da Badiou che ha narrato con eleganza e acume il processo creativo che è alla base di ogni forma di scrittura: “Una volta, dentro i calamai e le boccette, l’inchiostro era nero e macchiava tutte le dita, perché sbavava e colava implacabilmente. (…) Che miracolo quella frase comprensibile e addirittura affascinante che esce dall’inchiostro e si insinua in mezzo ai “grumi”. È il nero del senso estorto al nero della materia”. E se è vero che il nero, rovescia la propria impronta decisiva e percettibile su una base (quasi sempre bianca!), qual è il rapporto che intercorre tra esso e la negazione di esso? “A questo mondo, tutto proviene da un minuzioso quanto inventivo dosaggio del nero scaraventato sulla temibile invariabilità del bianco. Chi non lo sperimenta, e non lo sperimenta il prima possibile, non imparerà niente. (…) Il nero non è un colore e non è presente come tale nell’analisi dello spettro della luce. Il nostro arcobaleno, questo miracoloso arco teso tra la pioggia e il sole, ha a propria disposizione una tavolozza, vibrante e umida, che va dal rosso al viola. (…) Non dovremmo forse tornare alla fatale coppia di bianco e nero? Stiamo attenti alle trappole del bianco. Gli scienziati se ne fanno garanti: il bianco è un risultato complesso ma mutevole, una combinazione evanescente. Il nero è assenza di ogni colore, mentre il bianco è il contaminato mescolarsi di tutti i colori. Il nero è il Nulla dei colori e il bianco è il loro Tutto. La loro essenziale complicità risulta dal fatto che con loro due, è il colore del reale a venire meno”.

Questo interrogativo (lontano da ogni imperativo, s’intenda) ci costringe a fare i conti con la Questione, quella più intima, più rigorosa e più assoluta dell’io: di che colore è la conoscenza, o per meglio dire il pensiero? “Come al solito, noi coloriamo di nero quello che non conosciamo. Rimane il fatto che il nero e l’oscurità vengono utilizzati per nominare ciò che manca nella percezione e fare in modo che nel pensiero non manchi niente. Abbiamo così la conferma che il nero cosmologico non è tanto il nero della notte che poeticamente si contrappone al blu del cielo, quanto il nome che viene dato a tutto ciò che è scomparso da ogni possibile orizzonte percettivo o a tutto quello che dovrebbe essere affinché niente possa venire a mancare al concetto”. Una linea infinita che limitare equivarrebbe a compiere un reato contro la ragione. E nell’Uomo, in cui abitano in modo equivalente (almeno su piani ideali) ragione ed emozione, idee e sogni, notti stellate e candori di neve, non collochiamo alcuna identificazione cromatica: “L’umanità in quanto tale è senza colore”.

Capolavoro assoluto.

Virginia Cortese

Virginia Cortese

Giornalista pubblicista

Appassionata e onnivora lettrice

Considero i libri come finestre sulla vita, da aprire costantemente per imparare come comportarsi sulle strade del mondo.

I miei libri guida sono La Nausea di Sartre, Amore Liquido di Bauman e Il Libro del riso e dell’oblio di Kundera.

Mi piace contemplare e vivere il Bello, perché sono convinta che sia davvero l’antidoto al male. Adoro l’arte, la corrente espressionistica è senza dubbio quella che mi rappresenta in modo totale, il mio quadro del cuore è Notte Stellata sul Rodano di Van Gogh.

Una visione romantica e di prospettiva sulle cose non può esulare dal ri-conoscersi in un’opera lirica, la mia è La Bohème di Puccini.

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